UIL Nzaionale Tesi Congressuali

UIL NAZIONALE

TESI CONGRESSUALI


LINEE GENERALI


LAVORO, SVILUPPO, FUTURO

La crisi finanziaria ed economica globale

La fase congressuale della Uil prende il via in concomitanza con l’evoluzione di una grave crisi finanziaria ed economica internazionale che ha già fatto sentire i suoi effetti sul mondo del lavoro.

I dati macroeconomici diffusi dagli Istituti statistici europei e nazionali confermano lo stato di recessione con cui siamo costretti a fare i conti. Una condizione del tutto diversa, per cause e connotazioni, da quella ormai mitica del 1929, ma decisamente simile per gli effetti che sta producendo in termini di impoverimento delle economie nazionali e delle singole persone.

Una finanza totalmente libera da vincoli, fondata sull’idea secondo cui ‘i soldi si fanno con i soldi’, ha finito col generare mostri valutari drogando l’economia e facendola poi collassare. La politica non ha più governato questi fenomeni e il tonfo è stato inevitabile.

E’ difficile valutare se questa crisi abbia già toccato il suo punto più basso e quali possano essere i tempi per la ripresa. I più indicano o auspicano la metà del 2010 come momento utile per intravedere l’uscita dal tunnel. Ma, per la Uil, questo momento arriverà quando gli attuali negativi dati occupazionali, compresi quelli relativi al ricorso agli ammortizzatori sociali, faranno segnare una significativa e duratura inversione di tendenza.

Le conseguenze sociali della crisi

Il mondo che verrà sarà diverso da quello conosciuto prima che questa crisi cominciasse. Ciò riguarderà, inevitabilmente, anche il nostro Paese e la nostra realtà. L’accentuazione delle differenze è sotto gli occhi di tutti. E questo sarà un tratto distintivo dell’epoca post-crisi: una situazione che dovremo dimostrare di saper gestire.

Già oggi, in uno stesso territorio, gli stessi dirigenti sindacali sono costretti a trattare, contemporaneamente, richieste di cassa integrazione provenienti da un’azienda e richieste di straordinari provenienti dall’azienda limitrofa: sarà così per molti anni a venire.

La rapida evoluzione economica e sociale, insomma, sta già avendo ripercussioni anche sul nostro mondo al quale viene richiesta una grande capacità di flessibilità nell’approccio ai problemi e nell’individuazione di soluzioni efficaci.

La profondità della crisi deve predisporci alla ricerca di percorsi eccezionali idonei a condurci al di fuori del perimetro di stagnazione nel quale la nostra economia è ancora impantanata.

Salvare il lavoro

Ecco perché, oggi, diventa essenziale la salvaguardia del posto di lavoro come una condizione da cui non è possibile prescindere se ci si pone l’obiettivo di una seppur lenta ripresa: tenere legati i singoli lavoratori al proprio posto di lavoro deve essere la priorità assoluta. E per dare concretezza a questa priorità, in una logica di emergenza, il senso di responsabilità deve indurci ad accettare soluzioni, altrimenti non condivisibili, ma oggi necessarie poiché efficaci. Rientra in questo ambito, ad esempio, l’idea di premiare le aziende che non licenzino, facendo ricorso a meccanismi decontributivi. D’altro canto, questa soluzione è necessaria, oltreché lungimirante, poichè consente di preservare il patrimonio occupazionale in attesa di una ripresa dell’economia e della produzione. Va scongiurato, insomma, il rischio di una destrutturazione del sistema produttivo poiché bisogna evitare che, una volta usciti dalla crisi, il paese non abbia più i “fondamentali” per innestare la marcia della ripresa. Un ragionamento, questo, concreto ed efficace che, peraltro, valorizza anche il principio della responsabilità sociale dell’impresa a cui la Uil ha spesso fatto riferimento come elemento qualificante dell’attività imprenditoriale.

Dunque, tutti gli sforzi e tutte le risorse devono essere indirizzati verso il mantenimento dei posti di lavoro e della base produttiva: è decisamente preferibile, in questa fase, che sia finanziata l’occupazione piuttosto che la disoccupazione. Non è solo un istinto di giustizia sociale a suggerire questo percorso, è anche un’esigenza di carattere economico ed è, dunque, interesse prioritario della collettività e del Paese che ad essa venga dato seguito.

E’ un welfare emergenziale nella prospettiva dell’auspicata ripresa ciò di cui oggi abbiamo bisogno. Un modello che, tuttavia,  non deve escludere la necessità di rafforzare tutto il sistema degli ammortizzatori sociali con una particolare attenzione a quelle realtà più isolate, più piccole ma anche più nuove e giovani che vivono una condizione di precarietà, vissuta come un ostacolo per la crescita e l’emancipazione personale e collettiva. Un welfare a sostegno del lavoro ma anche della persona e, in particolare, della donna, dei giovani  e dei pensionati.

Il valore del lavoro

Alla base di questo approccio emergenziale c’è comunque una filosofia, immanente per la nostra Organizzazione, di esaltazione del valore del lavoro; una filosofia che, proprio oggi, alla luce del disastro finanziario da cui siamo stati coinvolti, acquista cittadinanza nei manifesti e nei programmi anche delle forze politiche e dei cosiddetti ‘decisori’.

Il lavoro è l’unico patrimonio su cui può contare il nostro Paese come leva per uscire dalla crisi. Il lavoro è l’unica nostra risorsa: non possediamo materie prime, non siamo una potenza finanziaria, non abbiamo storia e tradizioni amministrative importanti, né possiamo vantare primati nelle alte tecnologie.

Abbiamo solo il lavoro, la nostra capacità di fare e anche la nostra fantasia ed immaginazione, aspetti così radicati e visibili da aver generato l’unico fenomeno economico realmente significativo e che ancora oggi, nonostante tutto, continua a caratterizzare il nostro Paese: quello del “made in Italy”. Se l’impatto sulla nostra economia non è stato così devastante e traumatico, come per altre realtà, ciò è dovuto, in parte, alla lentezza che già caratterizzava l’andatura del nostro Paese ma, in parte, proprio all’elemento di immaterialità da cui è prevalentemente composta la nostra ricchezza.

Sul lavoro, dunque, si basa la nostra forza. Eppure questo lavoro non è stato mai valorizzato adeguatamente, non è mai stato premiato come meriterebbe. Oggi più che mai, il sindacato deve interrogarsi sulle cause di questo insuccesso che, anch’esso, evidentemente, non è stato in grado di evitare come sarebbe stato necessario.

Crollo dei salari, crollo dei consumi

La matrice di questa crisi è di carattere mondiale e, tuttavia, in ogni Stato ha avuto una sua peculiare caratterizzazione.

Da questo punto di vista, i prodromi della crisi nel nostro Paese erano già evidenti nei primissimi anni dell’era dell’euro. In quella fase, c’è stato un enorme trasferimento di ricchezza dalle tasche dei lavoratori dipendenti e dei pensionati a quelle di altre categorie di soggetti. L’ingresso dell’euro ha determinato un raddoppio dei prezzi e di molte tariffe, per ragioni del tutto estranee a normali e fisiologici processi economici che, di fatto, hanno determinato una drastica riduzione del potere d’acquisto di lavoratori dipendenti e pensionati. I consumi sono crollati e il calo della domanda interna ha costituito una pesante concausa, o quanto meno il fertile concime, della crisi economica.

La Uil aveva denunciato, a più riprese, questo pericolo. Lo aveva documentato e ne aveva prospettato le conseguenze. Aveva inoltre suggerito alcune soluzioni, chiedendole a gran voce ma, purtroppo, in assoluta solitudine se non addirittura tra altrui atteggiamenti di sufficienza o di insofferenza.

Avevamo posto la necessità, anzi l’urgenza, di far crescere i redditi dei lavoratori dipendenti e dei pensionati come potente leva anticiclica, nella prospettiva di una ripresa della domanda interna che solo soggetti dall’alta propensione marginale al consumo avrebbero potuto garantire. Non abbiamo trovato alleati in questa battaglia.

La leva fiscale per la redistribuzione dei redditi

E’ rimasta inascoltata la nostra rivendicazione per un fisco più equo, uno degli strumenti più potenti di redistribuzione del reddito. Ma non intendiamo rassegnarci. Continuiamo a chiedere un sistema fiscale più giusto ed efficace e, nel frattempo, continuiamo ancora a chiedere terapie d’urto per invertire una tendenza che vede premiati gli evasori – anche nella fruizione dei servizi sociali – e tartassati i percettori di redditi fissi. Noi proponiamo, dunque, anche in vista della prossima finanziaria, una detassazione della tredicesima poiché solo se lavoratori dipendenti e pensionati pagheranno sin da subito meno tasse, lo Stato sarà costretto a moltiplicare gli sforzi per stanare milioni di evasori.

E’ interesse anche del mondo produttivo ed imprenditoriale che si ottenga questo risultato sia per ridurre forme di concorrenza sleale, su cui fanno leva competitori disonesti, sia per incrementare le risorse finanziarie a disposizione dei consumatori, necessarie a riattivare i consumi.

Il nuovo sistema contrattuale

Sino a pochi mesi or sono, era rimasta inevasa anche la nostra pressante richiesta di un sistema contrattuale più adeguato al conseguimento della crescita del salario e della produttività. La maturata consapevolezza nelle associazioni datoriali della necessità di far crescere questi due fattori ci ha finalmente condotto verso una modifica del sistema contrattuale che sarà in grado, nei prossimi anni, di disinnescare la spirale “bassi salari – bassa produttività”, concausa determinante di questa fase di recessione nella quale siamo ancora immersi.

Il nuovo sistema contrattuale può dare un serio contributo all’inversione di tendenza che tutti attendono: non è possibile che il nostro Paese sia collocato negli ultimi posti della classifica dei redditi in Europa. Il vecchio sistema, che ha continuato a vivere per troppo tempo dopo che erano stati conseguiti gli obiettivi prefissati, ha contribuito a trainare i nostri salari verso il basso. Avremmo dovuto cambiare quel modello già molti anni or sono, da quando cioè la sua funzione era divenuta del tutto decontestualizzata, ma le resistenze della Cgil hanno rallentato i tempi. E sulla nuova strada la stessa Cgil non ha voluto seguirci.

La Uil ritiene che il sindacato non possa abdicare al proprio ruolo di “autorità” contrattuale e salariale e che solo con il nuovo sistema sia possibile adempiere questo compito con efficacia e con risultati apprezzabili per i lavoratori che esso intende rappresentare.

Contratto nazionale e contrattazione di secondo livello sono le due gambe su cui far correre i salari. E mentre al primo resta affidato il compito di garantire diritti e salari omogenei per tutti i lavoratori, alla seconda è affidato il compito di far crescere i salari reali e la produttività.

Salario e territorio

Questa soluzione contrattuale, peraltro, tende a valorizzare specificità aziendali e territoriali in un’ottica che non è basata su una distinzione meramente geografica bensì su caratterizzazioni di qualità e competitività. Da questo punto di vista, il metro di misura è ancora una volta rappresentato dal lavoro. Alta produttività e alti salari non sono, dunque, una funzione di modelli geopolitici o di confini, peraltro difficili da definire, ma del lavoro e del sistema organizzativo aziendale e territoriale.

In questo contesto, il dibattito sulle cosiddette “gabbie salariali” perde di contenuto, mentre acquista forza e sostanza il valore del lavoro, in quanto tale, che non può essere svilito sul piano di un vuoto e mortificante “egualitarismo” ma che deve tener conto della necessità di differenziazioni commisurate a tipologia, qualità e risultato del lavoro. Tutto ciò può accadere, indifferentemente tanto nel Nord quanto nel Sud del nostro Paese. E se questo è l’approccio, per il mondo del lavoro, questione meridionale e – altra faccia della stessa medaglia – questione settentrionale, perdono di consistenza e di vis polemica.

Ciò vuol dire che la cifra della diversità deve essere il merito. E che proprio sul merito la crescita personale e territoriale deve essere fondata. Un valore oggettivo e democratico, in mancanza del quale acquisiscono peso altri parametri decisamente meno nobili, dalla banale segnalazione al censo, per non parlar d’altro e di peggio.

Ma il secondo livello di contrattazione, a cui è affidata la crescita dei salari reali, per essere capillare e realmente esigibile, va incentivata fiscalmente. La scelta di ridurre le tasse sugli aumenti contrattuali di secondo livello ha avuto già inizio anche grazie al forte impegno della nostra Organizzazione. Ora deve essere consolidata, diffusa, prorogata nel tempo. Questa è l’unica chiave di accesso ad una realtà nuova di miglioramento salariale e, per questa via, di crescita economica che faccia perno su una moderna ed efficace logica di produttività e competitività del sistema.

Gli investimenti per lo sviluppo

Risalire la china della recessione è dunque il principale obiettivo per raggiungere il quale siamo tutti chiamati a dare il nostro contributo. E se le soluzioni da attuare sul fronte della domanda passano per le nuove politiche fiscali indicate, per le nuove politiche contrattuali finalmente adottate ma anche per una politica di controllo sulla determinazione dei prezzi e delle tariffe, quelle da mettere in campo sul fronte dell’offerta passano per nuove politiche di investimento nelle infrastrutture materiali e immateriali,nell’innovazione,  nella ricerca e nella formazione.

In una fase di emergenza, servono procedure di emergenza: bisogna velocizzare i tempi di attuazione degli investimenti. Non possiamo più permetterci il lusso di lungaggini burocratiche che finiscono per bloccare nuove opere e, dunque, nuovi lavori e nuova occupazione.

Superare la crisi, invertire l’attuale andamento recessivo e puntare allo sviluppo sono obiettivi che accomunano tutto il Paese. In questo sforzo collettivo, il Mezzogiorno è chiamato ad assumere un ruolo decisivo, perché una crescita significativa di questa parte del Paese avrebbe ripercussioni positive per tutti. Atavici, purtroppo, e anche ben noti sono i problemi del Sud. Ma, proprio per questo motivo, ancor più costante e pressante deve essere l’impegno delle forze sociali nel rivendicare maggior attenzione e responsabilità della classe dirigente e politica di quelle regioni nell’affrontare problemi e nell’attuare soluzioni. Occorre uno sforzo comune per evitare il rischio di rassegnarsi al declino. Uno sforzo che deve riguardare tutti i soggetti coinvolti e interessati, ognuno per la propria parte. Con questo spirito e  per qual che riguarda specificamente il mondo del lavoro, la Uil è disponibile a ragionare, così come già accaduto in passato, su formule sperimentali e transitorie di “contratti di accesso” al lavoro. Si tratta di ipotesi specifiche, definite e finalizzate ad un percorso di crescita da mettere in campo fino a quando persiste la fase di emergenza e solo limitatamente ad essa. Anche questa, in fondo, è una forma di investimento per il futuro.

Ed è al futuro che la Uil intende guardare. Un futuro che può e deve  essere costruito con ottimismo se si trasforma la crisi in un’occasione per cogliere opportunità e per sviluppare potenzialità inespresse.

Queste battaglie per la ripresa e per la crescita la Uil intende farle insieme a Cgil e Cisl.

Le nuove relazioni sindacali e i rapporti tra le tre Confederazioni

Ma è ormai chiaro che è definitivamente sparita dal nostro orizzonte la prospettiva di un’unità sindacale “purchè sia”, a prescindere cioè dal conseguimento di risultati utili: non può essere questo il parametro di riferimento delle nostre scelte.  Il futuro dell’azione sindacale è segnato dalla volontà di tutelare gli interessi dei lavoratori in una dimensione di sviluppo del Paese. Sarà questa la cifra del nostro agire che condivideremo con chiunque vorrà condividerla.

A tal proposito, la vicenda della riforma del sistema contrattuale è stata emblematica. Il rammarico per una decisione della Cgil che ha incrinato, in modo forse irreversibile, i rapporti unitari tra le tre organizzazioni sindacali relegandoli nel ristretto alveo delle singole azioni comuni, non può pesare più della volontà di dare corpo alle aspettative dei lavoratori che, oggi più che in passato, guardano alle esigenze pratiche e concrete della propria quotidianità.

Siamo entrati in un’epoca in cui non si fanno più sogni collettivi ma solo sogni individuali. Il compito del Sindacato, dunque, è molto più complesso: portare a sintesi miriadi di sogni individuali è davvero impresa ardua, quasi impossibile.

Allora è un altro l’esercizio culturale da mettere in campo: flessibilizzare la propria capacità di rappresentanza. Di assoluto restano il valore della persona e del lavoro mentre le ideologie vanno definitivamente estromesse dal perimetro del mondo del lavoro.

Sindacato riformista e modelli partecipativi

Questa è la strada da intraprendere per il futuro del sindacato. E se così è, oggi più che mai, serve un sindacato laico e riformista, capace di autonomia assoluta dalla politica ma soprattutto di attitudini, in egual misura, negoziali e partecipative.

In questi ultimi tempi, è tornato alla ribalta il dibattito su nuovi modelli di relazioni industriali e, dunque, sui rapporti tra lavoratore, sindacato e impresa. La Uil è profondamente convinta che siano maturi i tempi per il consolidamento e l’affermazione di nuove relazioni. Oggi hanno trovato realizzazione i presupposti teorici e, soprattutto, i processi culturali per un cambiamento che, sino ad ora, era stato solo auspicato o ragionato.

L’evoluzione tecnologica e industriale, interconnessa con i percorsi di emancipazione sociale che hanno coinvolto il mondo del lavoro, rende ormai superato il vecchio modello di produzione. Quel modello si è basato, per lunghi decenni, sulla rigida separazione degli stessi fattori della produzione: da un lato, il lavoro, dall’altro, il capitale al quale faceva capo la proprietà dei mezzi meccanici che consentivano la pedissequa trasformazione del lavoro in prodotto.

Oggi, avanza il cambiamento. C’è un nuovo fattore che può generare la diversità della qualità del prodotto e che può influire sulle stesse fortune dei bilanci aziendali: la conoscenza. L’immaterialità, invisibile agli occhi, è diventata essenziale. E la conoscenza è diventata fattore essenziale di competitività.

Ma la conoscenza è, sempre più spesso, patrimonio del soggetto lavoratore. Si può dunque sostenere che la “proprietà” di “mezzi fondamentali di produzione” non è più appannaggio dei soli imprenditori.

Se queste basi teoriche sono fondate, è del tutto evidente che i vecchi paradigmi dei rapporti all’interno dei luoghi di lavoro sono saltati. Non è possibile, tuttavia, immaginare il superamento della distinzione di interessi tra lavoratori e imprenditori: è bene, anzi, che ruoli e responsabilità siano diversi. E’ altrettanto vero però che l’antagonismo, in quanto tale, non è più solo inutile ma persino dannoso, mentre la logica partecipativa diventa il principio di un sistema produttivo in cui il lavoratore acquisisce una rinnovata centralità e l’impresa una rinnovata funzione economica e sociale.

Operativamente, si possono ipotizzare più percorsi e, tra questi, in particolare, quello che conduce ad un modello di partecipazione agli utili di impresa. Anche se la scelta partecipativa – che già oggi trova espressioni efficaci nella “bilateralità” – non può escludere ma deve integrare il ruolo negoziale del sindacato a tutela delle rivendicazioni e degli interessi specifici dei lavoratori. E, dunque, a maggior ragione, essa non può essere sostitutiva bensì integrativa del nuovo sistema contrattuale. Ciò che importa è consentire che, lì ove esistano le condizioni ed il contesto culturale favorevoli, non vi siano ostacoli ad una scelta partecipativa anche di tipo economico.

La capacità di rispondere alla mutevolezza del sociale, scevra da dogmatismi ideologici e con lo spirito laico di chi vuole governare i cambiamenti per renderli equi ed efficaci, è una caratteristica tipica della Uil. Il mondo del lavoro si evolve, persino nella sua stessa composizione etnica. Il fenomeno dell’immigrazione sta determinando una nuova generazione di lavoratori per cui, sempre più, i campi, le fabbriche ma anche gli uffici stanno diventando i luoghi della multirazzialità. La Uil si sta attrezzando per essere all’altezza del proprio impegno sindacale e diventare punto di riferimento anche di questa nuova “classe” di lavoratori. Servono, sempre più, infatti, dirigenti sindacali che abbiano un bagaglio di conoscenze minime anche linguistiche e che siano in grado di dare risposte “professionali” ad esigenze nuove. Già oggi, in alcuni settori e in alcuni territori  dove è più alta  la presenza di immigrati, si sta formando un gruppo dirigente sindacale di base pronto ad affrontare questa nuova esperienza; un gruppo dirigente di cui spesso fanno parte anche molti immigrati. Anche per il Sindacato, dunque, si stanno gettando le basi per una sua multirazzialità.

Ma non solo: la Uil vuole candidarsi a rappresentare queste ed altre realtà nuove del lavoro, del sociale, dell’associazionismo e, su queste basi, intende  aprire il cantiere del nuovo sindacato riformista.

Un progetto che guarda alla società civile, agli intellettuali, al mondo delle associazioni e del cosiddetto terzo settore ma anche ad altre importanti espressioni della rappresentanza sindacale. E’ giunto il tempo di lavorare per un nuovo processo unitario capace di dare voce e sostanza ad un riformismo sociale diffuso, la cui attuazione è ancora ostacolata dagli egoismi corporativi ma a cui la storia sta ormai dando ragione circa la capacità di interpretare i fenomeni e di individuare le soluzioni efficaci.

Con questo spirito, la Uil si è misurata e continuerà a misurarsi in tutti i settori in cui opera non solo con tutti i propri naturali interlocutori ma anche con l’evoluzione di un tessuto politico, finanziario, economico e sociale che, forse, dovremo abituarci a considerare continua e veloce. Senza attendere, invano, una condizione di stabilità che ci consenta di prendere comodamente le misure del nostro agire.

Gli allegati che seguono entrano nel dettaglio delle scelte, quelle da noi già realizzate ma anche quelle che si profilano al nostro orizzonte.

Pagine e tesi che danno l’idea di un’Organizzazione viva, forte e che vuole continuare a crescere.

Nei sessant’anni della Uil c’è una storia che ha un futuro.

Un futuro da percorrere insieme ai lavoratori sulla strada del riformismo.

ALLEGATI:

APPROFONDIMENTI SETTORIALI


LO STATO DELLA UIL E IL SUO FUTURO:

A) L’ORGANIZZAZIONE

Dal Congresso del 2006 e dalla Conferenza di Organizzazione del 2008 tante cose sono cambiate. Il Paese ha conosciuto uno dei periodi più brutti e dolorosi per migliaia di lavoratori per i quali la vita è cambiata completamente. Molti di loro, ancora giovani peraltro, hanno perso il posto di lavoro, altri ancora sono stati messi in Cassa integrazione o in mobilità. Nonostante le difficoltà la UIL continua, però, a godere di ottima salute cosa questa facilmente riscontrabile  dai dati che qui di seguito si indicano:

ANNI N.° ISCRITTI
2000 1.786.879
2001 1.796.746
2002 1.823.758
2003 1.869.478
2004 1.915.237
2005 1.923.885
2006 1.935.925
2007 2.060.909
2008 2.116.299

Accanto ai numeri vogliamo indicare anche le attività che la UIL ha realizzato nel corso degli ultimi anni. Poi passeremo a sviluppare in maniera particolareggiata le  4 proposte  approvate all’unanimità  e riportate nel Documento Finale della VII Conferenza di Organizzazione  del settembre 2008.

A.  Sin  dal 2002 abbiamo rafforzato il sistema informatico sia della UIL che dei Servizi: abbiamo utilizzato il sistema di invio degli SMS a tutti i nostri dirigenti per consentire la trasmissione di comunicazioni urgenti in tempo reale. Inoltre la successiva nascita della WEB-TV ci ha permesso di raggiungere tutte le nostre strutture per fornire le informazioni per quel che concerne le varie attività svolte all’ interno  dell’organizzazione; inoltre tale strumento di comunicazione abbraccia  un bacino di utenza anche esterno alla UIL poiché realizza e trasmette programmi e servizi  particolarmente interessanti.  Abbiamo quindi fatto una scelta ben precisa che è quella di ricorrere, nella maniera più  ampia possibile,   all’uso di sistemi informatici  per comunicare con tutti i terminali e con le nostre “antenne” presenti sul  territorio nazionale. L’Organizzazione ha risposto in maniera positiva alla richiesta   di trasmettere  i verbali congressuali per via telematica. Certo, come tutti i progetti sperimentali  anche il nostro ha le sue  difficoltà ma siamo fiduciosi nel risultato finale.  Il passaggio successivo che abbiamo già avviato è quello di arrivare, quanto prima, alla costituzione di un’Anagrafe  che non solo “fotografi” il gruppo dirigente UIL a tutti i livelli dell’Organizzazione, l’obiettivo ambizioso che ci siamo posti di raggiungere  è quello di riuscire ad avere un “elenco” sempre aggiornato delle nostre RSU e dei delegati presenti sui luoghi di lavoro. Tutto ciò rappresenta per noi una grande sfida e richiede l’impegno e la collaborazione di tutti;  un Sindacato moderno se vuol essere veramente tale non può più agire in modo diverso. L’ultima fase di tale progetto prevede di giungere alla predisposizione di  un’Anagrafe anche dei nostri iscritti.

  1. Nel corso del 2009 abbiamo costituito la UIL-Frontalieri, non è stata cosa di poco conto, affatto semplice e con notevoli problemi incontrati,  visto che si trattava di un settore  in cui erano presenti altre Organizzazioni Sindacali e la penetrazione della UIL è stata osteggiata in tutte le maniere, alle volte anche in modo scorretto: però dopo tante difficoltà il nostro lavoro è stato premiato e l’attuale numero di iscritti è di notevole riguardo.

C.  Nel comparto artigianato,  costantemente monitorato dal Servizio Organizzazione,  abbiamo consolidato e  messo a punto ulteriori aspetti, anche  di natura organizzativa,  che consentiranno un sempre maggiore sviluppo di tale settore.

D.  In sede di Comitato Centrale del marzo 2008 è  stata assunta una importante decisione  organizzativa: la costituzione di una nuova Unione Nazionale di Categoria denominata UIL-CPO (Coordinamento per l’Occupazione). Altra decisione particolarmente significativa è stata assunta nel Comitato Centrale del maggio 2009,  vale a dire  procedere all’accorpamento tra la UIMEC-UIL e la UILA. Sono stati inoltre realizzati molti accordi di II^ Affiliazione con Comunità straniere particolarmente numerose e ben inserite nel tessuto sociale e lavorativo del  nostro  Paese (Cinesi, Marocchini, Tunisini, Egiziani). Sempre in II^ Affiliazione si sono avvicinati alla UIL gruppi di lavoratori “particolari” come ad esempio i Lavoratori Subacquei Iperbarici, i  promotori finanziari e, da ultimo, un Sindacato denominato SIMS (Sindacato italiano minorati sensoriali-diversamente  abili). Abbiamo inoltre lavorato molto, incontrando difficoltà e forti ostacoli,  al fine di favorire la nascita del  3 Sindacato della Repubblica di San Marino.

  1. Da ultimo, si è proceduto alla revisione dello Statuto della CIQ-UIL (Confederazione Italiana Quadri) creando una nuova Associazione,  più consona,  moderna  e maggiormente  adatta ad inserirsi nell’attuale contesto lavorativo; tale Associazione è stata denominata CIQ-Manager detta anche UILMANAGER (Dirigenti).

Passiamo ora, come detto in apertura, ad analizzare lo stato dell’arte rispetto alle 4 proposte di cui parlavamo in apertura.

La formazione sindacale

La prima fra le quattro Proposte presentate è quella relativa alla formazione sindacale.

In particolare la proposta indicava tre punti significativi:

  • la definizione di un piano formativo per RSU e quadri sindacali “che dovranno occupare gli spazi relativi alla contrattazione di 2° livello, aziendale, territoriale (regionale e provinciale), di sito, di filiera, di settore”;
  • l’opportunità che tale piano fosse sia verticale (per categorie) che orizzontale, (e quindi intercategoriale e/o confederale);
  • che con tale piano fosse garantita la partecipazione di una quota almeno del 70% per cento di giovani e donne.

Le numerose iniziative formative messe nel frattempo in campo, sia a livello delle singole categorie (nazionali e/o decentrate ) che da numerose Unioni provinciali e regionali e dalla stessa Confederazione nazionale, hanno certamente seguìto il percorso indicato dalla Conferenza ed  hanno raggiunto un numero di delegati RSU e di operatori sindacali significativo. Ma il tutto non ha ancora raggiunto né la consistenza numerica né la strutturazione organizzativa né la stabilità didattica che erano implicite nella stessa proposta del “Piano formativo”. E’ del tutto ovvio che il lavoro iniziato deve essere ulteriormente continuato con alcune modalità operative  da proporre, verificare e rendere stabilmente operanti. La scelta delle RSU e degli operatori sindacali come soggetti privilegiati si è rivelata e confermata come strategicamente corretta dallo sviluppo della esperienza sindacale dei due ultimi anni, penso in particolare al suo rapporto rispetto all’avvenuta approvazione dell’ Accordo in­terconfederale sulla Riforma degli assetti contrattuali. Il ruolo prevalente che le categorie dovranno coprire in campo formativo e la necessità di diverse, numerose e specifiche articolazioni territoriali ed organizzative, comportano di conseguenza che il “piano formativo”,  lungi dall’essere espressione diretta di una struttura ( o peggio Ufficio ) confederale,  nazionale dovrà prevedere  e diventare una “struttura a rete”, intelligente in ogni suo ganglio terminale ( l’attività in aula a diretto contatto con i delegati) e intelligentemente “governata” a livello confederale  da una piccolissima e qualificata struttura operativa. La conoscenza delle varie  forme di intervento pensate, progettate, gestite e verificate dalle più diverse strutture categoriali e/o territoriali della UIL;  il censimento sistematico e continuo delle diverse iniziative e del loro grado di fertilità e di riproducibilità;  l’individuazione e la validazione delle “buone pratiche” da socializzare e  sostenere;  la preparazione di materiali didattici efficaci e sperimentati; la messa in comune dei criteri di finanziamento da perseguire anche in  forme contrattate e delle opportunità di reciproche sinergie, sono questi soltanto  alcuni dei possibili e necessari compiti centralizzati  dell’indispensabile  “governo intelligente” del piano formativo. Dovrebbe  essere progettato e sperimentato un ruolo della struttura  nazionale di formazione nella gestione di un sistema di aggiornamento tecnico e professionale continuativo sui temi trasversali propri del tradizionale mestiere del sindacalista:  si pensi alla spiegazione  di una  busta paga,  all’analisi dei bilanci aziendali, alle regole sempre variabili degli ammortizzatori sociali, alla previdenza ed a tanti altri temi. Tutto ciò deve essere reso  fruibile a tutti gli operatori tramite uno specifico “sistema informatizzato”. Questo apparato formativo oggi non esiste ancora, o meglio non è ancora completo. Non è più il tempo di  pensare di risolvere il problema dell’aggiornamento continuo dei quadri sindacali attraverso  un impegno di fornitura indifferenziata e in forma non rielaborata, di materiale documentario che vada ad aggiungersi e di fatto sparisca, nell’oceanica ed inutilizzabile abbondanza di documentazione che si può facilmente “scaricare” da Internet su  siti specialistici. Al contrario sarebbe invece necessario sviluppare un notevole lavoro di recupero, selezione e sistemazione delle informazioni, producendo veri e propri “strumenti didattici” con relativi sostegni comparativi, casistiche esemplificative e procedure di verifica dell’ apprendimento. Ciò agevolerebbe tutta la platea coinvolta nella formazione trasferendo ai  delegati sindacali le conoscenze per poter sfruttare tutte le nuove potenzialità dei nuovi sistemi. Ciò deve avvenire in sede di  formazione e non “al posto” della formazione. Oggi, alla luce dei grandi cambiamenti avvenuti  anche in ambito sindacale,  è  più importante lo studio personale dedicando minor  tempo al lavoro  d’aula, occorre  minor quantità d’ascolto e più  riflessione, meno passività e più lavoro di apprendimento monitorato. Il piano di formazione per RSU e operatori resta ancora una sfida da raccogliere e non va calibrato solo sul parametro, pur significativo, delle risorse finanziarie necessarie o disponibili. Alcune indicazioni operative vanno in questa direzione e riguardano

  • un’Anagrafe ricorrentemente aggiornata delle diverse iniziative organizzate a tutti i livelli dalle diverse strutture;
  • l’individuazione dei responsabili della formazione sindacale di categoria e territoriali con cui monitorare lo sviluppo del Piano nazionale;
  • la conseguente istituzione di un coordinamento nazionale della formazione sindacale;
  • la redazione almeno annuale di un bilancio  delle risorse impegnate ed effettivamente utilizzate nelle attività di formazione a tutti i livelli;
  • un coordinamento efficace e visibile tra le diverse modalità di formazione/aggiornamento oggi messe in campo dai singoli soggetti del  “Sistema Servizi” e   che solo saltuariamente  riescono a raggiungere i delegati RSU, da sempre  terminali ultimi del servizio di assistenza ai lavoratori sui diversi aspetti della vita professionale e sociale.

Le risorse

La proposta relativa alle “risorse” così come è stata definita è di una semplicità e precisione assolute: occorre istituire una Commissione per definire un Progetto di redistribuzione delle risorse  ricorrendo anche a forme sperimentali di riparto automatico,  basato su due anagrafi di base  –  quella degli iscritti e quella della totalità delle risorse disponibili – al fine di destinare al territorio una parte più consistente di esse. Nel corso del  Congresso occorrerà verificare in forma aperta, franca  e responsabile se e quanto l’insieme della Confederazione è riuscita a camminare durante gli ultimi anni  in questa direzione e decidere con determinazione come intervenire rispetto agli ostacoli che sono stati incontrati. Perchè, al di là delle parole, il progetto ha un valore complessivo e la riuscita di una politica organizzativa coerente è il risultato di una pluralità di decisioni e di comportamenti virtuosi in questo campo.

A partire dagli elementi di conoscenza che, anche se migliorati con il passar del  tempo,  non hanno ancora una sufficiente consistenza e chiarezza. Tutto il ragionamento è sostenuto infatti da tre punti di partenza ancora da precisare:

a)    A che punto è la costruzione dell’ anagrafe degli iscritti: il lavoro avviato dalle singole categorie ha prodotto il necessario quadro integrato che precisi e confronti le diverse prassi e tradizioni?

b)   A che punto è l’anagrafe complessiva delle risorse?: non si tratta di un adempimento solo burocratico/amministrativo ma trattasi di  un compito squisitamente politico perchè sino a quando non verranno codificate le regole “vincolanti e   certificate, per chi riceve risorse  a qualsiasi titolo ed  a qualsiasi livello”,  è impossibile raggiungere la pienezza dell’obiettivo voluto;

c)    L’obiettivo perseguito di destinare al territorio (cioè alle strutture periferiche) una parte più consistente delle risorse è stato avviato  oppure  debbono ancora essere messi a punto i meccanismi che lo determinano?

In secondo luogo, un Progetto di redistribuzione delle risorse su quali strumenti deve poter contare e di quali logiche organizzative interne deve avvalersi?  E’ evidente che occorre mettere mano:

  • a regole precise per la certificazione delle entrate finanziarie;
  • alla scelta di un unico schema di contabilità;
  • alla professionalizzazione degli organi di controllo  (collegi sindacali  a tutti i livelli necessari);
  • alla definitiva accettazione dell’obbligatorietà della pubblicità (almeno interna all’organizzazione) dei bilanci delle singole strutture onde consentire rappresentatività,  chiarezza e trasparenza al bilancio consolidato UIL;
  • alla periodica discussione ed  approvazione dell’ insieme dei diversi bilanci distinti propri delle singole società, enti, associazioni a qualsiasi titolo facenti capo alla UIL;
  • alla definizione di regole sanzionatorie per i comportamenti anomali e per le strutture inadempienti;
  • alla predisposizione di regolamenti amministrativi coerenti e confrontabili tra le diverse strutture (territoriali o di categoria).

Sulla base di questi elementi, il progetto di redistribuzione delle risorse verso il territorio  potrà essere vero progetto-guida,  e non solo manifestazione più o meno convinta e convincente, di un semplice auspicio. Esso potrà divenire  il necessario strumento di sostegno alla verifica delle decisioni politiche relative all’attuale rapporto percentuale di distribuzione tra i diversi livelli dell’organizzazione: senza decisioni  coerenti su questo punto sarà difficile ottenere il voluto riequilibrio organizzativo e condurre una vera politica di sostegno al territorio, alla diversità dei vari territori e alla valorizzazione, politicamente intelligente, di queste diversità. “Destinare al territorio una parte più consistente delle risorse” rischierebbe di essere ridotto a puro slogan propagandistico se il Congresso si accontentasse di approvarne il senso politico e non anche le conseguenti regole organizzative necessarie per porlo in atto: prima fra tutte l’obbligo per la sperimentazione ai e tra i diversi livelli dell’organizzazione di forme di riparto automatico,  con regole chiare, codificate, trasparenti e che possono esser rese facilmente operative con i dovuti supporti informatici. La questione  di una efficace redistribuzione delle risorse, al fine di privilegiare i problemi e le necessità del territorio, è la premessa necessaria perché, nelle dovute forme e con le dovute attenzioni,  anche le ulteriori due proposte – quella dei Piani di Sviluppo e dei Centri Unificati dei Servizi – risultino forme di intervento coerenti con l’assunto di base: fare del territorio il centro propulsore della presenza UIL nel nuovo “mondo del lavoro” frammentato, intermittente, difficilmente riconducibile ad unità ed allo stesso tempo assolutamente bisognoso di risposte unificanti, unitarie, coerenti e capaci di generare ulteriore coesione sociale. A presiedere il monitoraggio di tutto questo progetto organizzativo di redistribuzione delle risorse, si era  ipotizzata l’istituzione di una apposita Commissione Nazionale. Sembra opportuno che il Congresso renda operante tale indicazione riflettendo anche sulla opportunità di dare alla Commissione stessa un valore statutario e pertanto  politicamente non più ignorabile o aggirabile.

I piani di sviluppo

La terza proposta riguarda l’avvio di un percorso di approfondimento e di realizzazione da concludersi al prossimo Congresso Nazionale ed è  quella relativa ai “Piani di Sviluppo” . Sulla base di una esperienza oramai consolidata, le caratteristiche tipiche di tali piani sono state:

  • il finanziamento solidaristico  rispetto a bisogni ed iniziative sollecitate dalle strutture periferiche interessate;
  • l’elaborazione di singoli piani specifici, da attuarsi con precise responsabilità individuate e con tempi definiti e controllati:
  • la valutazione centralizzata di ogni singolo piano e del complesso globale delle iniziative per evitare l’inutile procedimento della concessione dei contributi a  pioggia.
  • la formalizzazione delle procedure relative ad ogni singolo intervento al cui controllo provvede un’  apposita Commissione Organizzativa Nazionale;
  • la partecipazione allargata a detta Commissione  attraverso la presenza dei Servizi, di categorie significative come la UILA ed  i Pensionati, e di volta in volta,  delle categorie direttamente coinvolte nei singoli progetti;
  • la possibilità di una valutazione a posteriori dei risultati raggiunti.

Proprio in funzione di tali risultati, considerati validi e numerosi  [oltre 200 nuove sedi a vario titolo e con diverse caratteristiche, aperte sul territorio nazionale] ci siamo  riproposti  l’opportunità di proseguire l’iniziativa con due significative modifiche. La prima, e sarà compito del Congresso  definirne le relative  modalità operative,  è che la Commissione Nazionale venga affiancata da similari Commissioni di livello regionale.  La ragione della proposta deriva dalla  volontà non solo di  irrobustire e sostenere il ruolo della dimensione regionale all’interno della UIL, ma di coinvolgere più direttamente la responsabilità sia delle categorie che delle strutture territoriale nei singoli progetti.  A queste Commissioni Regionali dovrebbe essere affidato il compito di validare in prima istanza le singole proposte di progetto, valorizzando la loro specifica conoscenza delle necessità ed  opportunità – sia organizzative che politiche,  peculiari dei diversi territori. In secondo luogo, fermo restando che i Piani di Sviluppo resteranno di livello nazionale, e quindi saranno verificati e deliberati dalla Commissione a ciò preposta, si ritiene opportuno che a quest’ ultima sia affidato l’incarico di definire anno per anno alcune priorità che dovrebbero facilitare e guidare il lavoro progettuale delle Commissioni Regionali. A questo proposito sembra possibile indicare due priorità che, se accettate, non solo darebbero  più coerenza alla pluralità delle iniziative proponibili,  ma farebbero del processo di avanzamento della pratica dei Piani di Sviluppo  un momento significativo della politica organizzativa dell’intera Confederazione. La prima indicazione è quella relativa alle necessità di facilitare al massimo l’incontro tra la UIL ed i lavoratori immigrati tenendo conto non solo dell’ampio ventaglio  di necessità di cui questi ultimi sono portatori,  ma anche del fatto che solo valorizzando la loro presenza sarà possibile per il Sindacato aprirsi ad una nuova e più adeguata rappresentanza.

La concentrazione in un unico luogo fisico dei Servizi specializzati di accoglienza, ma anche delle iniziative di attenzione politica del settore immigrati della Confederazione,  – nonché  delle singole categorie  interessate –  si rivelerebbe un notevole passo avanti nel compito specifico dell’accoglienza e della salvaguardia dei diritti umani, sociali e di cittadinanza degli immigrati. Lo slogan “tanti problemi ma una sola fila e tante risposte ma un unico interlocutore” rende bene  il senso dell’obiettivo da perseguire. La seconda priorità dovrebbe esser quella di porre  l’attenzione e la preferenza per i Piani di Sviluppo che prevedano l’apertura sul territorio di quelli che in alcune situazioni sono stati chiamati “Centri di ascolto” e che prevalentemente riguardano problematiche di genere:  questo servizio potrebbe fornire informazioni e sostegno viste le carenze dei servizi sociali,  le difficoltà del doppio lavoro, la problematica ricerca di un equilibrio di condivisione degli oneri familiari, la faticosità dei processi di reinserimento al lavoro, l’ armonizzazione tra i tempi di lavoro e di cura della propria famiglia ecc. Sono questi gli  aspetti che debbono essere affrontati con il supporto di personale specializzato, di volontariato  intelligente e di solidarietà operante. L’opportunità di questa priorità può essere chiaramente percepita con  pochi ed evidenti richiami: le violenze fisiche, l’insicurezza familiare, la precarietà occupazionale, il  mobbing, lo stalking  e tanti altri problemi che pesano sulle donne. Dotare le strutture operative ed  i luoghi dove la nostra organizzazione è presente   della possibilità di conoscere ed affrontare  temi così specifici è una scelta da fare,  sostenere e su cui  investire  risorse.  E’ opportuno sostenere tale ipotesi anche attraverso Piani di sviluppo  mirati che avrebbero anche connotati qualitativi che andrebbero ad aggiungersi a quelli già sperimentati nel tempo.

Centro servizi unificati

La quarta proposta/indirizzo è quella relativa ai Centri di Servizi Unificati.

La tesi e gli obiettivi sono chiari ed evidenti: la frammentazione del mercato del lavoro e la deregolamentazione  delle forme contrattuali,  hanno come immediata conseguenza la frantumazione delle esigenze proprie del singolo lavoratore e della sua famiglia; pensiamo  alle varie forme  di copertura assistenziale,  alle  complicazioni oltre misura dei percorsi tecnico-burocratici che le singole misure devono superare ecc.        In queste condizioni l’assistenza tecnico-giuridica ed  il sostegno documentale burocratico  tipici dei tradizionali “ Servizi Sindacali ” non può più essere organizzato per singole specializzazioni, con sportelli a competenza unica, con strutture operative monogestionali e monotematiche. Il lavoratore singolo deve poter essere tutelato in un  modo complessivo, al di là delle specifiche, diverse ed estemporanee cause che hanno determinato il suo stato di bisogno e la relativa e conseguente nascita dei diritti da far tutelare. Il Centro di Servizi Unificato è esattamente lo sforzo che è stato messo in campo per raggiungere omogeneità, competenza, velocità e puntualità nell’offerta di sostegno al lavoratore.  Le risposte plurime e differenziate dei frantumati e spesso incoerenti interventi delle strutture pubbliche competenti debbono essere ricondotte ad unità,  dal lavoro integrato di questi centri e quindi offerte al singolo lavoratore in modo unico, trasparente, controllato e puntuale.

Centri Unificati,  due esigenze significative:

la prima,  relativa alla necessità di garantire una “maggiore e capillare distribuzione” degli stessi sull’intero territorio nazionale, a partire dall’assoluta urgenza di essere presenti almeno nelle singole Camere Sindacali e nelle Unioni Regionali.

La seconda è stata ben espressa dalla dichiarazione che “anche il nostro personale dovrà essere sempre più specializzato”, in grado di dare informazioni certe ed essere in ogni caso di aiuto per riconoscere il tipo di bisogno e/o tutela che viene richiesto. Leggendo in modo programmatico queste indicazioni ci troviamo di fronte ad alcune esigenze specifiche e  modi obbligati di organizzare il lavoro e distribuire le risorse più adatte:

  • la necessità di rinnovare la struttura fisica dei luoghi di presenza sul territorio dei diversi servizi della UIL. Solo dal punto di vista logistico ciò comporta una capacità progettuale eccezionale ed  una rimodulazione drastica dei modi di presenza dei Servizi;
  • la necessità di pianificare la distribuzione geografica dei diversi servizi, allocando in modo differenziato le sedi di presenza degli sportelli e quelle proprie all’elaborazione ed al  trattamento delle pratiche. Sul territorio la domanda sarà sempre più articolata a seconda delle diverse e mutevoli ragioni socio-economiche del momento, ma la professionalità del lavoro e quindi delle risposte che vengono fornite,   dovrà essere garantita in modo uniforme e costante;
  • la necessità di costruire un sistema di relazioni e di sinergie del tutto nuovo rispetto al tradizionale modello organizzativo dei singoli Servizi,  storicamente cresciuti e definiti con altre prospettive e modalità di lavoro. Non è in discussione la titolarità e la responsabilità delle singole sigle ( ITAL, CAF, UNIAT, ADOC,  Centri Immigrati, Centri di Ascolto, ecc.) ma è pretesa una strategia di collaborazione e di co-governance che è ancora tutta da sperimentare e costruire;
  • la dimensione del problema della preparazione, valorizzazione, aggiorna-mento e crescita del personale impone scelte “di sistema” che per essere coerentemente perseguite dovranno a loro volta essere supportate da strutture e comportamenti complessi, specializzati e certamente meno frammentati di quelli attuali.

Se la distanza tra gli obiettivi da raggiungere e la situazione di partenza attuale sembra enorme, è però certo che ci sono comportamenti da assumere, decisioni da formalizzare ed  azioni da compiere che ci possono avvicinare ai traguardi auspicati senza compromettere, ma anzi immediatamente  valorizzandolo, il lavoro in corso.  Appare opportuno agire da subito per:

a)    confermare e unificare le regole di accesso ai diversi servizi, distinguendo con maggior chiarezza tra le opportunità ( tariffe ) offerte a tutti i lavoratori ed  i diritti gratuiti stabiliti per gli iscritti: omogeneità e trasparenza sono di per sé componenti essenziali della “qualità dei Servizi”;

b)   sperimentare ai diversi livelli le forme organizzative e/o giuridiche che possono offrire ai lavoratori una unicità facilmente individuabile e riconoscibile dell’ insieme  dei servizi della UIL: tra la proposta radicale della creazione di  un unico  soggetto consortile per la gestione del complesso dei servizi o la scelta della presentazione di un unico logo visivamente accattivante e facilmente   memorizzabile, le soluzioni intermedie possibili sono numerose ma debbono al più presto essere definite;

c)    l’unificazione dei meccanismi e delle forme della comunicazione “aziendale” aumentando progressivamente il tasso di collaborazione e di unificazione per le attività di stampa, di propaganda, di documentazione, editoriale ed in genere di “presentazione appetibile al mercato”;

d)   l’approfondimento delle condizioni di fattibilità di un sistema informatico unico;

e)    la messa in comune delle transazioni economiche relative alle più elementari funzioni similari,  anche attraverso una possibile anagrafe dei fornitori;

f)     l’avvio di un programma comune di interventi formativi sul personale che, lasciando ovviamente a ciascun servizio il compito di gestire le proprie esigenze di professionalità specifiche, affronti in modo univoco ed unificante  il problema della maturazione politica e sindacale di operatori che, anche se tecnicamente differenziati, debbono agire in modo costantemente coerente alle proposte ideali e di solidarietà che derivano dall’essere “strutture UIL” e quindi pezzo della tradizione e storia del sindacalismo italiano.

E’ del tutto evidente che il problema “Centri Servizi” potrebbe essere a ragione riconosciuto come terza priorità, a fianco dell’accoglienza agli immigrati e dei Centri di Ascolto,   nella qualificazione e gestione del sistema dei progetti di sviluppo e del relativo piano nazionale.

Da ultimo, per fare il punto su tale argomento d’importanza fondamentale per una crescita complessiva dell’intera Organizzazione si sintetizzano qui di seguito le note più salienti sopra indicate:

A)  Prevedere una fase di realizzazione che contempli la nascita di una anagrafe unica degli assistiti (UILP, ITAL. CAF, ADOC ) per rendere operativo tale progetto dobbiamo pensare  ad una unificazione dei programmi informatici delle strutture interessate.

B)  Stabilire dei percorsi formativi comuni tra i vari operatori. Ciò avrà come conseguenza la stipula di Convenzioni tra i vari Enti Strumentali della UIL per implementare tali percorsi unitari per gli operatori dei diversi Servizi. L’obiettivo finale e più ambizioso  resta quello di arrivare  all’unificazione delle varie reti informatiche.

C)  Realizzazione che avrà luogo dapprima a livello Nazionale sino a raggiungere, con il tempo e le giuste scelte metodologiche, tutti i vari livelli territoriali  della nostra Organizzazione, per dotarli degli indispensabili supporti tecnici.

D)  L’utilizzo ottimale  di tutti gli strumenti sin qui indicati potrà, e dovrà, avvenire attraverso un ricorso sempre maggiore  ai sistemi di comunicazione  ed informazione  già esistenti (pensiamo all’uso che dovrà essere sempre più  sviluppato e rafforzato della nostra UILWEB.TV) anche per fini educativi e di formazione a distanza.

B) LA TESORERIA E L’AMMINISTRAZIONE

La recente politica fiscale appare orientata a combattere l’evasione e l’elusione anche in settori normalmente non  interessati  dall’azione di controllo e repressione degli organismi preposti.

Infatti, l’agenzia delle entrate e la guardia di finanza, stanno rivolgendo maggiore attenzione nei confronti degli enti associativi e stanno predisponendo già controlli particolarmente incisivi , forti anche del decreto legge cosiddetto “anticrisi” che ha introdotto per tali soggetti l’onere di comunicare telematicamente all’amministrazione finanziaria, dati e notizie rilevanti ai fini fiscali.

Anche il parlamento ha avviato indagini conoscitive sulle attività economiche delle associazioni sindacali. La nostra organizzazione sentita al riguardo, ha ampiamente ed esaurientemente relazionato sui quesiti alla stessa posti.

All’esito di tale attività conoscitiva si é avuta la conferma che, entro un breve arco di tempo, verranno emanate norme atte a rendere pubblici i bilanci anche delle associazioni sindacali.

Alla luce di quanto si prospetta, la figura del tesoriere così come delineata nel nostro vigente statuto confederale appare non adeguatamente funzionale a garantire correttezza e trasparenza di tutte le dinamiche finanziarie proprie dell’organizzazione in ogni sua istanza.

In particolare, lo statuto confederale recita: ”il tesoriere e’ il garante del controllo della compatibilità tra mezzi disponibili e spese, nonché della contabilità e regolarità degli atti amministrativi” .

La norma citata, aldilà della rilevante enunciazione di principio, non fornisce, tuttavia, alcun lume circa le modalità di una sua concreta attuazione, lasciando aperta la porta a disparate interpretazioni spesso fra di loro confliggenti. Di qui l’insorgenza  di numerosi contrasti fra le strutture confederali, territoriali e di categoria.

Nasce allora l’esigenza di disciplinare in termini più precisi e non opinabili,  le facoltà da attribuire al tesoriere affinché questi sia posto in grado non solo di conoscere effettivamente i flussi economici dell’associazione sindacale, ma anche tutte le sue consistenze patrimoniali. Ciò sia bene inteso, a puro titolo ricognitivo e non al fine di menomare l’autonomia amministrativa gestionale delle strutture, sancite nello statuto.

La disponibilità di simili informazioni potrebbe così, finalmente consentire la redazione di quel bilancio confederale consolidato oggi solamente richiesto dai mass-media con finalità che esulano ben oltre dall’ambito dell’informazione obiettiva, ma in un prossimo futuro  oggetto di un preciso obbligo giuridico.

Altro non si ritiene opportuno aggiungere sulle riflessioni che precedono.

E’ infatti compito di tutte le assemblee, riunioni e dibattiti precongressuali,  ai quali affidiamo il presente contributo, ponderare con alto senso di responsabilità tutti i termini della questione, offrendo adeguate soluzioni  anche sulla base delle esperienze maturate.

Certo che, in tal senso, vi sarà un’ampia risposta da parte dei delegati, cui e’ certamente nota la delicatezza della tematica proposta, soprattutto per dimostrare ancora una volta,  se ve ne fosse bisogno, che la UIL ha fondati argomenti per difendere la propria dignità da ogni insidia ed aggressione anche riguardo alla correttezza e trasparenza della propria attività amministrativa.

La Tesoreria, nel proseguio dell’attività di supporto nella gestione di Tesoreria a favore delle strutture UIL, orizzontali e verticali, ha intrapreso molteplici iniziative. Tra queste si evidenzia la predisposizione di un manuale nel quale si sono raccolte le linee guida per la gestione di Tesoreria di tutte le strutture, prendendo a riferimento  sia le norme vigenti  nel settore non profit, sia lo Statuto UIL e il  Regolamento di attuazione. Si è dato, inoltre, corso alla prassi, alle indicazioni del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, e infine alle indicazioni definite dalla Agenzia per le Onlus.

Lo scopo è quello di giungere alla redazione di bilanci uniformi, che consentano confronti nel tempo e fra i vari soggetti, e che permettano di introdurre e rispettare le regole principali per la valutazione delle poste più importanti del bilancio di esercizio.

L’obiettivo di rendere omogenee le elaborazioni di gestione, rispettando le medesime modalità su tutto il territorio e per tutte le strutture, costituisce un fattore notevolmente importante, in quanto  contribuisce a rendere uniformi le informazioni raccolte e tende a favorire il consolidamento dei dati annuali sviluppati da tutto il territorio nazionale, obiettivo che la Tesoreria si impegna ad ottenere con rigore e tenacia.

La tesoreria ha organizzato 5 incontri  diretti alle Unioni Regionali e alle Camere Sindacali, gli stessi sono stati occasione di formazione per la diffusione delle modalità da rispettare per la corretta gestione di Tesoreria. Tali  incontri, nell’intento di fornire un quadro esaustivo dei comportamenti e degli obiettivi da perseguire,  si sono sempre avvantaggiati della presenza del Dott. Scibetta, il quale ha, puntualmente, con precisione e chiarezza, trattato i punti più salienti della gestione in argomento.

Inoltre, tali incontri, hanno fornito la preziosa occasione di confronto con le strutture territoriali,  opportunità per  rispondere a quesiti  nei quali più frequentemente le realtà locali si imbattono,  ma anche occasione preziosa  per recepire suggerimenti  e necessità dalle realtà locali.

Molteplici risorse sono state impiegate per migliorare e implementare il sistema contabile nella modalità on line. Tale sistema  richiede un notevole impegno da parte del Servizio di Tesoreria e anche del Dipartimento Comunicazione Interna della Confederazione, in collaborazione con il quale è realizzato questo servizio.

Tale impegno trova sempre una maggiore apprezzamento sul territorio per la continua assistenza che viene fornita a questo servizio, per il quale si è provveduto anche ad aumentare le risorse umane ad esso destinate, nella volontà di rispondere alle sempre maggiori richieste ricevute dalla strutture territoriali.

Molte strutture hanno reso adeguato il sistema contabile, sebbene circa 45 strutture utilizzano ancora altri sistemi diversi e ciò corrisponde in molti casi a impianti contabili inadeguati,  la maggioranza ha condiviso e apprezzato  il servizio di  affiancamento per la gestione di tesoreria corretta,  nella chiarezza che l’intento è certamente la tutela della UIL ma anche delle persone che la compongono, per le responsabilità a cui certamente si è sottoposti anche nei confronti dei terzi.

Nel contempo si è mantenuta la disponibilità ad effettuare corsi di formazione, tenuti sull’intero territorio nazionale, sia a carattere regionale, sia a carattere provinciale, laddove ne sia stata segnalata la necessità.

IL SINDACATO IN EUROPA

Il contesto internazionale

Le elezioni presidenziali americane del 2008 – avvenute nel momento più acuto della crisi finanziaria – hanno catalizzato l’attenzione del mondo intero come non mai nella storia recente e caricato il Presidente Obama di enormi aspettative e responsabilità, non solo nella definizione delle priorità e delle linee programmatiche dell’agenda domestica, ma anche nella costruzione di un nuovo ciclo di relazioni internazionali.

L’unilateralismo – o meglio isolazionismo – scelto dal Presidente Bush è stato da subito messo in discussione dal nuovo Presidente che ha sottolineato l’importanza di un sistema di alleanze stabili e credibili e di un approccio multilaterale per una diversa governance dell’economia globale e per affrontare i temi caldi, dalla presenza in Iraq ed in Afghanistan, alla difficile apertura al dialogo con l’Iran, alle nuove prospettive di relazioni con Russia e Cina, alla spinosa, mai risolta “questione medio-orientale”. Gli USA hanno bisogno di un partner forte e per l’Europa si aprono nuove opportunità di costruire un’autentica partnership transatlantica, ma occorrerà misurare la capacità di proposta e di iniziativa degli europei. Infatti, oggi, di fronte a questa disponibilità americana, l’Europa appare divisa sul fronte interno, poco coesa, percorsa da tendenze euroscettiche, incline a protagonismi personali di alcuni leaders – come il Presidente Sarkozy o il Cancelliere Merkel – piuttosto che a ricercare compromessi e politiche condivise. La nuova Commissione UE, oggi forse appannata e debole, in questa fase, è chiamata ad agire per evitare il rischio che l’Amministrazione americana si rivolga direttamente a singoli governi politicamente stabili ed affidabili  per definire l’agenda internazionale.

In questo diverso contesto globale, senza dubbio il sindacato internazionale vede nella Presidenza Obama la possibilità di incidere verso la definizione di nuove regole al sistema finanziario, affinché non si ritorni al “business as usual”, verso un’apertura ai temi sociali, ad una incisiva lotta alla povertà, ad una crescita sostenibile che sia in grado di legare le politiche macroeconomiche alle politiche sociali e dell’occupazione e che nei così detti pacchetti di stimolo nazionale solleciti la destinazione di risorse alla creazione di sistemi di protezione sociale ampi ed inclusivi ed iniziative attive nel mercato del lavoro, dove sia valorizzato il capitale umano. Il sindacato americano, che potrebbe auspicabilmente ritrovare l’unità, affida al tanto atteso ed esteso sostegno del partito democratico, l’approvazione della legge “Free Choice Act”, che finalmente dovrebbe contrastare le discriminazioni ed intimidazioni nei confronti dei rappresentanti sindacali e  modificare le regole per la sindacalizzazione dei lavoratori nel settore  privato, dando un nuovo impulso all’attività sindacale, tanto contrastata dalla precedente Amministrazione.

La UIL ha contribuito all’analisi ed alla definizione delle proposte sindacali a livello globale per fronteggiare questa fase critica, che coinvolge tutti i paesi e che richiede, quindi, misure globali. L’economia mondiale nel suo insieme è in una condizione di recessione, trainata dalla riduzione dei consumi, con pesanti conseguenze sul mondo del lavoro ed una prospettiva allarmante di aumento prolungato della disoccupazione per alcuni anni, di profonda povertà soprattutto nei paesi in via di sviluppo, già colpiti dalla crisi alimentare e di aumento vertiginoso, quindi, delle disuguaglianze. A questo quadro occorre rispondere con un’azione coordinata a livello internazionale per affrontare quelle sfide politiche condivise dai diversi Vertici governativi internazionali di questi mesi: la crisi occupazionale ed il rischio di deflazione salariale; le regole al sistema finanziario che garantiscano trasparenza e proteggano l’interesse pubblico; un nuovo sistema di governance globale; il reale adempimento degli impegni presi nei Vertici G8 precedenti per raggiungere gli Obiettivi del Millennio delle NU, con particolare attenzione alla sanità, all’istruzione, l’acqua, attraverso investimenti in servizi pubblici di qualità; infine il raggiungimento di un accordo sul cambiamento climatico, che coinvolga anche le economie emergenti.

Il Vertice G8 dell’Aquila ha affrontato in parte questi temi, perchè è difficile, in una fase acuta di crisi, riscrivere alcune regole e mettere a disposizione risorse – da parte di quei paesi dove di fatto ha avuto origine la crisi – per obiettivi mondiali, che avranno ripercussioni positive, forse, solo nel lungo periodo. Inoltre, occorre tener presente il mutato ruolo internazionale delle economie emergenti, Cina, Brasile, India, Sudafrica, non affatto sempre convergenti nella destinazione delle risorse – basti pensare alla diversa politica sociale di Cina e Brasile – ma che sostengono la domanda internazionale e chiedono un peso decisionale più incisivo, facendo apparire ormai inadeguato il format G8 del Vertice annuale, che li vede esclusi.

Non bisogna disconoscere, comunque, alcuni passi avanti sostanziali che condividiamo, dal sostegno, se pur timido, al ruolo tripartito dell’OIL ed al Patto Globale per L’Occupazione, approvato a giugno scorso, all’impegno a lavorare per uno “Standard globale” sulla trasparenza, l’integrità  e la proprietà nelle transazioni finanziarie,  alla creazione di un Fondo ad hoc per l’Africa, la riconferma degli aiuti per i PVS e l’invito a chiudere il Doha Round al più presto per la ripresa degli accordi commerciali multilaterali che potrebbero rafforzare la cooperazione internazionale e contrastare il proliferare di processi di frammentazione e accordi bilaterali e preferenziali.

Se da un lato, quindi, occorrerà spingere non solo l’Amministrazione americana ad una più palese ed esplicita difesa dell’apertura commerciale ed evitare la tentazione di adottare misure protezionistiche per fronteggiare la grave perdita di lavoro e l’indebolimento degli standards di reddito dei propri cittadini, soprattutto della classe media – tentazione anche di altre importanti economie – dall’altro occorre anche chiedersi se oggi – con la crisi in atto – non sia arrivato il momento di ripensare al modello di globalizzazione costruito negli ultimi due decenni, squilibrato sia economicamente che socialmente. Un modello che ha prodotto disuguaglianze oggi non più accettabili, basato sulla deregolamentazione, sull’indebolimento del ruolo pubblico, sulla privatizzazione anche di servizi essenziali, sull’indebolimento del ruolo contrattuale e di rappresentanza dei sindacati,  che hanno accentuato le disparità.

Certamente sono necessarie nuove regole e strumenti di governance dell’economia globale, dei mercati finanziari, ma anche una riforma delle Istituzioni finanziarie internazionali che continuano ad imporre ai paesi in crisi condizionalità volte a ridurre la spesa sociale, i salari e le risorse destinate alla creazione dei pilastri fondanti dell’Agenda OIL per il Lavoro Dignitoso. Occorre sottolineare il ruolo importante svolto dall’OIL per la definizione del Patto Globale per L’Occupazione, approvato a livello tripartito – gruppo Imprenditori, gruppo Lavoratori e Governi – che rappresenta una risposta alla crisi ambiziosa, ma condivisa dalle parti, a sostegno di un’azione coordinata per promuovere la ripresa, l’occupazione e le imprese, basata sul lavoro dignitoso ed il pieno rispetto degli standards internazionali del lavoro, disattesi in molti, troppi paesi, che li disconoscono per creare dumping sociale e quindi una concorrenza iniqua.

Se il sindacato europeo deve acquisire un ruolo contrattuale forte ed indipendente, al sindacato internazionale deve essere riconosciuto un ruolo di interlocutore autorevole e rappresentativo, perché in questi ultimi mesi ha saputo attivarsi con proposte serie e responsabili, condivise – fatto non trascurabile – dalle maggiori organizzazioni sindacali di tutto il mondo, di paesi industrializzati, paesi in via di sviluppo ed economie emergenti. Il sindacato internazionale ha bisogno di unità, ha saputo dimostrare, nell’affrontare le conseguenze della crisi, di poter essere unito nell’analisi dei problemi collettivi e nelle proposte. Ma la vera sfida nei prossimi anni sarà  tutelare chi è fuori dal mercato del lavoro tradizionale – i lavoratori del settore informale e precari, in crescita esponenziale in tutti i paesi – e rafforzare e diffondere la contrattazione nelle multinazionali, dove serve una collaborazione ferrea, convincente, coordinata e mirata con le Federazioni internazionali di categoria, perché sarà a quel livello che si misurerà la vera forza di incidere del sindacato internazionale.

Un governo europeo scelto dai cittadini

Le recenti elezioni del Parlamento Europeo hanno evidenziato la progressiva disaffezione dei cittadini europei facilmente verificabile dai dati di affluenza alle urne che sono passati in trent’anni dal 62% al 43% . Questi risultati sono dovuti alle mancate risposte che l’Europa ha saputo dare ai bisogni reali dei cittadini, rispetto alle aspettative che si erano create nei primi anni ’90 con la Commissione presieduta da Jaques Delors, che ha allontanato sempre di più le istituzioni dalla popolazione europea.

Nel nuovo Parlamento inoltre sono confluiti nuovi partiti politici che sostengono politiche fortemente nazionaliste, il che fa prevedere posizioni più protezioniste su tematiche di valenza europea.  E’ cresciuto anche il gruppo degli euroscettici compresi anche i britannici che hanno scelto di lasciare il gruppo del PPE per marcare meglio la loro identità nazionale. Il prossimo Parlamento sarà indubbiamente meno europeista del precedente e difficilmente contribuirà a favorire una politica più sociale a difesa dei lavoratori, tesa alla coesione, alla tutela dei diritti ed alla stabilità e qualità del lavoro.

Il trattato di Lisbona

Ad aggravare il quadro politico occorre considerare che non è ancora stato ratificato da tutti i Paesi dell’Unione il Trattato di Lisbona, per il mancato accordo tra i Paesi ed al loro interno, sui principi costitutivi dell’Unione europea e sul trasferimento di parte di sovranità nazionale, su alcune tematiche, alle Istituzioni Europee.

La necessità di arrivare alla ratifica del Trattato ha imposto al Consiglio Europeo delle concessioni all’Irlanda, non condivisibili, ma che tendono a scongiurare un esito negativo al prossimo referendum.  La nostra perplessità nasce dalla preoccupazione che altri Paesi possano, su questa scia, chiedere ulteriori deroghe all’applicazione del Trattato, ma oggi, nonostante ciò, la priorità per la UIL è che il Trattato entri in vigore al più presto per dare stabilità alle Istituzioni Europee, anche a seguito dell’allargamento ai nuovi Paesi.

Modello economico e istanze sociali

Restano sempre valide le critiche già  formulate ed elaborate nei documenti dalla UIL, soprattutto rispetto alla poca attenzione data dal Trattato alla politica sociale, che rimane purtroppo il fanalino di coda nelle priorità dell’Unione Europea.

Al quadro politico europeo, sbilanciato su orientamenti neo liberisti, si deve aggiungere il forte attacco alla contrattazione collettiva nazionale, scaturito dalle sentenze della Corte di Giustizia Europea in merito all’applicazione della Direttiva sui lavoratori in distacco; alla revisione della Direttiva sull’orario di lavoro e a quella sui servizi. Sono segnali che ci indicano chiaramente i nuovi orientamenti della Commissione e del Consiglio verso una contrazione delle tutele e una revisione al ribasso dei diritti dei lavoratori.

Anche il sindacato deve essere pronto ad affrontare una discussione sul modello di welfare che a livello nazionale è possibile garantire ai lavoratori ed ai cittadini. Gli strumenti normativi comunitari, come detto, vanno sempre più nella direzione di una contrazione delle tutele e pertanto auspichiamo che il sindacato europeo si attivi per promuovere una riflessione su possibili risposte coordinate a livello europeo.

La UIL ribadendo la  validità delle politiche atte a dare flessibilità e sicurezza ai lavoratori (flexicurity) ritiene però che gli orientamenti espressi nei recenti documenti delle Istituzioni Comunitarie rischiano di creare maggiore precarietà, posti di lavori meno qualificati ed un mercato del lavoro non coeso a livello europeo.

Gli obiettivi della strategia di Lisbona

Serve all’Europa un Patto Sociale che preveda risorse finalizzate ad incoraggiare l’innovazione, la ricerca, lo sviluppo, favorire l’occupazione di qualità in settori strategici per l’Europa, investire nelle nuove tecnologie verdi e sostenibili, assicurare servizi pubblici di alta qualità.

La crisi mondiale in atto ha infatti rafforzato l’esigenza di perseguire gli obiettivi tracciati dalla Strategia di Lisbona.  Investire in quegli obiettivi rimane l’unica strada che consentirà all’Europa di uscire dalla crisi e reggere alla competizione non solo americana, ma anche delle economie emergenti, considerato che queste ultime hanno avuto sistemi finanziari meno esposti alla speculazione e sono in grado di mantenere livelli di PIL in positivo anche nella fase più acuta della crisi

La crisi

La crisi che ha colpito in maniera profonda l’Europa ha creato quasi due milioni di nuovi disoccupati.

Nel primo trimestre del 2009 sono stati persi 1.916.000 posti di lavoro, di cui 1.220.000 nella zona euro con un calo dello 0,8%, l’Italia  è in linea con la percentuale europea.

Questi dati sono destinati purtroppo a peggiorare nel tempo, non essendo misurabili ancora tutti gli effetti negativi della crisi sulla occupazione.  La peggiore crisi degli ultimi settanta anni ha dimostrato tutta la debolezza dell’Europa che ha messo a disposizione pochissime risorse per il suo superamento, che non ha saputo coordinare gli interventi e mettere in campo misure condivise.

A quasi due anni dall’inizio della crisi finanziaria non sono state assunte ancora decisioni relative ad un maggior controllo delle attività finanziarie idonee ad evitare il ripetersi di questi episodi. Ai preoccupanti dati occupazionali, occorre inoltre aggiungere la riduzione della spesa pubblica prevista in tutti i pacchetti di stimolo nazionale ed il crollo della domanda interna in tutti i Paesi Europei. Le risorse a disposizione per gestire l’impatto della crisi sull’economia reale sono affidate alle sole scelte prioritarie nazionali, dove il ruolo delle parti sociali è centrale, ma dove appare sempre meno visibile il ruolo europeo di coordinamento e indicazione di priorità e investimenti.

L’Europa che vorremmo

Serve che l’Unione Europea rivendichi un ruolo più visibile, capace di sviluppare politiche coordinate e di far imporre regole globali, non solo ai mercati finanziari, ma anche su un nuovo modello di sviluppo, senza indebolire i pilastri sociali che hanno contraddistinto la nostra crescita rispetto alle altre economie.

L’Europa deve essere in grado di creare strumenti di ridistribuzione della ricchezza, non solo per evitare il ritorno del capitalismo finanziario selvaggio, ma anche per contenere tensioni sociali che potrebbero scaturire dalle ripercussioni negative della crisi sull’occupazione.

Un’Europa che sappia orientare i mercati garantendo regole eque di concorrenza sul mercato interno, sappia contrastare le spinte protezioniste e il dumping sociale. Un’Europa che crei coesione sociale, che avvicini i popoli, che favorisca l’inclusione e che tuteli le fasce più deboli.

L’Unione europea, i Balcani e l’area del Mediterraneo

A proposito del possibile allargamento dell’Unione europea ai paesi dell’area balcanica, ci troviamo in una fase di stallo a causa dei veti incrociati dei paesi membri per l’adesione dei paesi dei Balcani. Posizioni sempre più euroscettiche fanno allontanare la possibilità di una rapida adesione di questi paesi, che invece, per noi sarebbe prioritaria, perché favorirebbe la creazione di una spazio economico e sociale più omogeneo. La CES e la CIS, con la costituzione del PERC – struttura sindacale dell’area pan-europea – hanno tentato di favorire il dialogo tra i diversi sindacati dei Balcani, ma non nella prospettiva di una rapida adesione, assecondando di fatto le posizioni anche di alcuni sindacati europei più cauti nei confronti dell’allargamento a nuovi paesi. Occorre sottolineare la frammentazione e la debolezza dei sindacati dell’area balcanica, che cooperano con molta difficoltà. La UIL potrebbe colmare in parte questa carenza attivandosi con iniziative bilaterali, che potrebbero rafforzare la nostra presenza.

Per quel che riguarda il ruolo del sindacato europeo ed internazionale nei rapporti con i paesi dell’area del Mediterraneo viene in evidenza la totale assenza di azione sia della CES che della CIS. La CES non ha risorse disponibili per dare continuità al Forum per il Mediterraneo, che si incontra in modo sporadico senza nessun seguito concreto con interventi di breve-medio periodo. I sindacati dell’area sono piuttosto incentrati all’attività nazionale e scarse sono le iniziative regionali che li coinvolgano attivamente.

La CIS  non ha una struttura geografica che si occupi dei paesi arabi, carenza lamentata dalla UIL in diverse occasioni. I sindacati arabi si ritrovano divisi tra il regionale Africa ed il regionale Asia, con sporadiche occasioni di incontro congiunto. Non bisogna disconoscere le difficoltà, comunque, di collaborazione tra i sindacati arabi, che hanno aspettative e situazioni nazionali molto divergenti, ma certo la mancanza di una struttura organica di incontro anche con i sindacati europei, ne limita ulteriormente l’azione.

La UIL, invece,  ha grandi ambizioni in quest’area, di sollecitare iniziative bilaterali di collaborazione anche in vista di possibili progetti di cooperazione.

Il sindacato europeo: ruolo e prospettive

Per rispondere a queste sfide serve un Sindacato europeo forte, rappresentativo, autorevole, con un mandato chiaro, in grado di assumere responsabilità nei confronti delle Istituzioni comunitarie e delle parti imprenditoriali europee, come da sempre la UIL ha sostenuto.

La UIL crede infatti, in un sindacato europeo rivendicativo, con un potere negoziale forte, in grado di rappresentare le istanze dei sindacati nazionali nei confronti della controparte imprenditoriale europea (Business Europe) e le istituzioni comunitarie, superando la mera logica del dialogo sociale che ha caratterizzato positivamente l’azione della CES negli anni ‘80-’90, ma che oggi risulta inadeguata di fronte al nuovo modello economico-sociale che si è sviluppato negli anni.  Questa visione che la UIL ha del sindacato europeo, purtroppo, non è condivisa da altri grandi sindacati del centro e nord Europa, che temono di perdere il loro potere contrattuale nazionale, essendo altamente rappresentativi nei loro Paesi.

Questi considerano la CES solamente nel suo ruolo di forte coordinamento delle politiche sindacali nazionali e non sono disponibili a riconoscerle un mandato di rappresentanza.

I sindacati del Sud Europa, invece, che hanno esperienze e modelli di azione sindacale simili, condividono invece la nostra visione.

Questa contrapposizione porterà nei prossimi mesi ad un ampio dibattito in vista del congresso del 2011  della CES che vedrà il rinnovo quasi totale della Segreteria a partire dal segretario generale.

GLOBALIZZAZIONE, CRISI FINANZIARIA E POLITICHE ECONOMICHE

La crisi economica mondiale e i suoi sviluppi

L’attuale crisi economica mondiale, iniziata nel 2006, come crisi strutturale, di iperproduzione in particolare dell’industria dell’auto e come crisi immobiliare in Usa, in Gran Bretagna, in Irlanda e in Spagna, ha segnato la fine di un boom globale, in atto già da sei anni e che avrebbe dovuto portare a un’ulteriore espansione delle relazioni tra capitali, con tutti i suoi effetti collaterali, ma anche con alcuni nuovi effetti speculativi.

La crisi ha iniziato a invadere il settore finanziario tra la fine del 2006 e l’inizio del 2007. Il calo nei prezzi delle proprietà immobiliari ha indotto una crisi mondiale del credito, tant’è che le banche ipotecarie hanno subito perdite immense e nel giugno 2007 la banca d’affari americana Bear Stearns ha dovuto liquidare due dei suoi hedge fund, cosa mai accaduta prima. Poiché molti dei crediti ipotecari americani sono stati “impacchettati” all’interno di crediti derivati (Collateralized Debt Obligations = CDO) venduti a tutto il mondo, la caduta del loro prezzo e il conseguente aumento dei premi di rischio hanno prodotto una reazione a catena globale, che è finita col sovrapporsi alla crisi creditizia in Gran Bretagna, in Irlanda e in Spagna.

La crisi dei subprime ha toccato l’apice nell’estate del 2007 e il suo carattere globale è divenuto chiaro quando i governi hanno deciso di sostenere le banche che, nonostante si trovavano alla periferia di quanto stava accadendo, erano comunque a rischio di collasso. Le onde d’urto della crisi, cominciate nell’estate 2007, avevano investito il settore del credito di alcuni paesi ma subito dopo la crisi è divenuta finanziaria e mondiale. A settembre 2008 aveva ormai invaso l’intero sistema bancario. La banca d’affari americana Bear Stearns e la banca inglese (leader nei mutui) Northern Rock sono crollate nel marzo 2008. A seguire, dopo i primi interventi di soccorso tedeschi dell’anno precedente, anche gli Usa e il Regno Unito hanno attuato per la prima volta interventi pubblici su vasta scala. Northern Rock è stata praticamente comprata dallo stato, mentre Bear Stearns è stata rilevata dalla «banca universale» JP Morgan Chase, e la Federal Reserve Bank (Fed), la banca centrale americana, ha organizzato lo scorporo e il rifinanziamento delle azioni entrate in ribasso.

A settembre avviene un nuovo shock e le due più grandi banche americane che concedono mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, sono state salvate dal collasso e ricapitalizzate attraverso un ampio sostegno di stato. A ciò ha fatto seguito il fallimento della banca d’investimento Lehman Brothers a metà del mese, mentre la banca d’investimenti Merril Lynch è stata salvata con una vendita d’emergenza alla «banca universale» Bank of America.

Nei mesi successivi, non solo le banche entrano in crisi e sono costrette a sparire o a trasformarsi/fondersi con banche commerciali, ma anche compagnie assicurative di primo piano erano in pericolo di bancarotta ed infatti rovina la maggiore compagnia assicurativa degli Stati Uniti, l’American International Group (AIG).

Nel settembre 2008 ha tremato l’intero sistema finanziario internazionale e, in particolare, le banche commerciali e i fondi d’investimento che negli anni ‘70 erano già stati colpiti in egual misura (hedge fund, fondi di private equity e fondi pensione).

Le onde d’urto continuano inalterate fino ad oggi, come risulta evidente nei pesanti deficit e nelle perdite operative maturati praticamente da tutte le banche di rilevanza mondiale. Le garanzie dei governi per i crescenti toxic assets a deposito, le iniezioni di capitale pubblico a copertura del capitale delle banche, e l’aumento della partecipazione statale nel settore finanziario, sono misure di salvataggio adottate praticamente in tutti i paesi industrializzati e che molto probabilmente continueranno ad essere nell’agenda dei governi.

Fin dall’estate 2007, i governi hanno cercato di sostenere i mercati monetari e finanziari attraverso tagli ai tassi d’interesse coordinati dalle banche centrali, con iniezioni di liquidità nei mercati interbancari crollati e tramite il recupero di azioni e di titoli di credito all’interno della sfera di regolazione pubblica.

Un terzo fattore decisivo della crisi economica mondiale è stato il crollo dei prezzi dei beni primari, iniziato nel luglio 2008 dopo un altro enorme aumento dei prezzi dei beni alimentari e dell’energia. Questo rappresenta il passaggio dalla bolla speculativa alla crisi vera e propria. Attualmente, il prezzo del greggio è sceso dal suo prezzo massimo di 165 dollari al barile agli attuali 72 $, i prezzi dei metalli industriali e delle materie prime usate si sono dimezzati, mentre il prezzo di riso, mais, frumento è sceso di circa un terzo; solo i metalli preziosi riescono ancora a mantenersi stabili sui mercati dei future delle merci.

I costi dei trasporti sono scesi vertiginosamente, il trasporto marittimo, essendo il mezzo principale nella catena mondiale dei trasporti, ha sofferto tendenze deflative, con prezzi ampiamente scesi al di sotto dei costi in alcuni settori.

Questo non solo fa ulteriormente scendere il prezzo delle merci, ma mette in crisi le catene dei porti marittimi e di logistica, predisposte in vista di una enorme espansione della produzione e delle infrastrutture sino a quest’estate e, nelle scorse settimane, costrette a disdire almeno l’80% dei contratti per la costruzione di navi.

Parallelamente, due delle «tre grandi» industrie automobilistiche americane la General Motors e la Chrysler sono sull’orlo della bancarotta. L’amministrazione Bush, garantendogli un credito d’emergenza, ha concesso loro una proroga fino a marzo 2009.

Contemporaneamente, viene completamente cancellato quanto storicamente conquistato dai lavoratori dell’industria automobilistica americana. Nella maggior parte dei casi, i lavoratori interinali e a contratto sono già scomparsi dalle fabbriche, mentre il personale regolare è stato mandato in vacanza a Natale per un periodo prolungato e con la prospettiva di veder dilatato il periodo di lavoro ad orario ridotto. Ai livelli inferiori dell’industria automobilistica si cercano invano soluzioni temporanee e si accumulano le notizie di improvvisa chiusura di piccoli e medi fornitori.

Sin dai primi mesi del 2008, Usa, Europa e Giappone, sono entrate in recessione. La disoccupazione di massa è aumentata enormemente negli Usa, nel Regno Unito e in Spagna e sta ora estendendosi dalla regione transatlantica a tutte le economie nazionali sviluppate. Le sue controparti economiche sono i tassi d’interesse e di profitto in calo che, assieme al crescente costo del credito e alla rapida diminuzione degli ordini, hanno portato a una drastica riduzione del piani di investimento. A sua volta, ciò causa una rapida contrazione delle esportazioni. E Giappone, Germania e Svizzera, paesi che esportano di più, reagiscono alla perdita nell’export con una sproporzionata riduzione nell’import, avviando perciò una spirale di declino economico mondiale.

A causa di queste enormi restrizioni dell’import, la crisi di Usa, Europa e Giappone, ora pienamente sviluppata, ha investito, a partire dall’ottobre 2008, le economie emergenti e in via di sviluppo.

Questa crisi introdurrà un nuovo ciclo di profitti in un mercato che non sappiamo se verrà regolato certo è che una stabilizzazione sul breve periodo è, tuttavia, piuttosto improbabile. Una prima fase di interventi politici di salvataggio finanziario legata al pensiero monetarista è fallita, perché ricalcava troppo letteralmente le conclusioni di Milton Friedman, l’ideatore della controrivoluzione economica. Lo sciopero del credito e degli investimenti dei proprietari di capitale, dei manager bancari e dei fondi di investimento che stanno sotto il loro controllo, non possono essere fermati con una politica di offerta di denaro a buon mercato o con l’inondazione dei mercati creditizi e finanziari con liquidità a interessi zero. Non è affatto chiaro se i piani di ripresa economica, che sono almeno in parte keynesiani, sortiranno effetto alcuno. L’incorporamento più o meno totale di credito «tossico» e di debiti privati nel bilancio pubblico non impressiona certo gli investitori, se i fallimenti e gli errori strategici dei manager bancari e fondiari, ora diventati pubblici, restano senza conseguenze.

Tutto ciò si limita a ritardare il meccanismo della crisi, senza tuttavia bloccarlo.

La politica di credito a buon mercato ha compensato il gioco di scambio tra sovrapproduzione e sotto-consumo nei centri sviluppati del mondo, e tuttavia ciò ha potuto solo ritardare la crisi di qualche anno. Mentre i settori a basso salario si espandevano e la precarizzazione delle condizioni di lavoro finiva col toccare sempre più anche le classi medie, milioni di persone in tutto il mondo si sono indebitate per una cifra che gira intorno ai 12 trilioni di dollari (mutui insoluti, debiti di carte di credito, debiti per acquisti a rate e leasing, prestiti d’onore agli studenti ecc.).

Questo meccanismo ha funzionato perché il debito diffuso dalle classi più disagiate era diversificato su scala mondiale, poi ha raggiunto il suo apice nel corso del 2006 e ha trascinato il sistema finanziario nell’abisso.

Il meccanismo ha dunque rafforzato le storture strutturali già esistenti e sostenuto la sovrapproduzione nei settori economici chiave dell’edilizia, dell’industria dell’auto e il loro indotto, ma anche la tecnologia dell’informazione e l’industria dell’acciaio e, insieme al crollo dei prezzi delle merci primarie, ha causato la nuova crisi economica mondiale.

La crisi non ha coinvolto i paesi africani dove 60 anni di finanziamenti da parte dei paesi industrializzati per lo sviluppo in Africa sono stati un fiasco. Al contrario la crescita economica attuale in alcune regioni africane e’ legata al commercio con l’Asia e in particolare alla Cina. Da qualche anno l’Africa ha attuato una vera e propria rivoluzione economica che offre una nuova mappa per lo sviluppo del continente dove vi è un mix di micro finanze, nuove legislazioni sulla proprietà privata, progetti di sfruttamento delle risorse e di creazione d’infrastrutture. Si tratta d’iniziative alternative al modello classico di sviluppo di stampo occidentale perchè ispirate sia a quello economico cinese che a quello capitalista classico.

L’esperienza africana ci deve far riflettere sui pericoli delle teorie economiche e sui vantaggi di un approccio diverso, alternativo. Gli aiuti all’Africa non hanno funzionato, su questo tutti concordano. In Asia, invece, dove questi aiuti non sono mai arrivati in quantità analoghe abbiamo oggi un tenore di vita molto più alto che 50 anni fa.

Anche in occidente abbiamo commesso degli errori. L’euforia neo-liberista ci ha regalato una durissima crisi economica allora bisogna domandarsi cosa non ha funzionato e cosa invece va mantenuto.

Ci troviamo al capolinea delle teorie economiche e forse anche delle dottrine politiche, visto che il binomio democrazia-capitalismo vacilla, infatti nel Regno Unito il governo di Gordon Brown nazionalizza le banche, invece il binomio comunismo-capitalismo non risente della crisi mondiale e ad Aprile il Pil cinese e’ cresciuto del 7% mentre quello americano e’ a -6%.

In Italia la crisi si vede poco rispetto all’America ed all’Inghilterra ed il motivo e’ legato alla crescita dell’economia sommersa.

Allora è importante chiedersi, perché l’intero establishment politico ha ritenuto necessaria l’abolizione delle regole? Perché gli investitori hanno rinunciato sempre più alla produzione di beni reali? Perché il denaro sembra aver preso vita di per se; nuovi strumenti finanziari (e quindi denaro) sono stati creati dal nulla, senza nessun legame apparente con la realtà ?

La prassi di separare il debito dalla sua fonte ha una lunga storia, Marx scriveva a proposito:”queste crisi [monetarie] si verificano proprio nel momento in cui l’ interminabile catena di pagamenti, ed il sistema artificiale atto a regolarli è in una situazione di pieno sviluppo[1]. Marx evidenziava l’importanza del credito in un sistema capitalistico e come il suo sfruttamento si verifichi automaticamente, portando eventualmente ad una crisi.

Agenzie di rating responsabili per crisi finanziaria globale

Un ripensamento va fatto anche sulle agenzie di rating, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch valutano i titoli di Stato Usa come i prodotti finanziari più sicuri sul mercato.

I grandi dissesti non previsti dalle società specializzate
Data fallimento Valutazione prima del dissesto
Lehman bothers 14 settembre 2008 A2, A, A+
Fannie&Freddie 06 settembre 2008 AAA
Parmalat dicembre 2003 BBB-
Enron 02 dicembre 2001 Baa1*
Bond Argentina dicembre 2000 B1, BB
(*) Declassati il 28 novembre 2001 da Moody’s a Baa2 e da Standard&Poor’s a BBB+

La crisi attuale come opportunità di rinnovamento

Questa crisi impone un ripensamento, oltreché in ambito economico e finanziario, anche per le logiche organizzative, le strutture e i meccanismi della global governance, secondo strategie flessibili innovative adattate ai singoli contesti regionali, valorizzando la pluralità.

Questa tematica, proprio per la sua complessità, andrebbe affrontata, secondo diverse prospettive disciplinari, da economisti, giuristi ed esperti di relazioni internazionali. La crisi sistemica ha le sue radici nella sostituzione delle “relazioni” finanziarie (che chiedono tempo e fiducia) con pure “transazioni” anonime, di breve periodo, in cui il rischio non è condiviso fra i partner ma “gestito” tecnicamente (finché si riesce). I valori non sono dunque estranei né al sorgere della crisi, né ai suoi possibili rimedi. Anche nel sistema delle relazioni internazionali si assiste alla crescente prevalenza di una cooperazione internazionale basata sugli “interessi”, senza che si senta il bisogno di fare riferimento, nemmeno nominale, a “valori” condivisi. Ogni grande attore gioca, sulla scena internazionale, tante diverse parti quante gli convengono, essendo il suo scopo quello di raggiungere una serie di accordi internazionali, anche temporanei, che consentano di esercitare influenza e controllo.

Ma – è di tutta evidenza – non si può dare una forma stabile di governance globale senza riferimento ai valori.

Se il sistema globale è complicato, occorre che la sua governance sia semplice ed essenziale; occorre riconnettere in modo sensato il risparmio con le occasioni di investimento, specie là dove la situazione di grave bisogno rende naturalmente più stabile la prospettiva di investimento; se il sistema globale è complesso e “plurale”, occorre che l’architettura istituzionale della sua governance rispetti le diversità, perché una reale integrazione si fonda proprio sulla differenza.

Il governo europeo, non è un’istituzione eletta dai cittadini e così come è oggi, solo economico, sta condizionando le nuove generazioni con un’impostazione sulle decisioni di natura economica e antinflattiva, piuttosto che puntare allo sviluppo, tra l’altro sostenendo anche la modifica di alcuni diritti contrattuali, senza che la Confederazione dei sindacati europei possa avere una vera interlocuzione.

Infatti, in Occidente la politica è al servizio dell’economia.

Oggi sembra manchino del tutto le premesse materiali per prendere coscienza di quanto sta accadendo ed invertire la tendenza verso una società più giusta. Occorre anche il fattore soggettivo, la volontà politica, una coscienza sociale, il senso della giustizia oggi molto offuscato; ci vogliono, in definitiva, dei valori politici, quasi del tutto, assenti nell’odierno scenario partitico italiano e costituzionalmente assenti nell’Unione Europea.

Le ultime elezioni europee hanno evidenziato l’assenza nei programmi dei partiti politici di una politica di salvaguardia dei diritti sociali, il che significa che la politica non fa altro che gli interessi del capitalismo liberista e quindi il movimento sindacale deve assumersi il compito di tutelare i diritti sociali e non solo in termini di rivendicazione salariale, soprattutto nel più ampio contesto europeo.

Caratteristiche sociali della crisi

Gli effetti di questa crisi, ricaduti immediatamente sulla cosiddetta economia reale, stimolano il nostro desiderio di capire il mondo per trasformarlo e quindi spingono non solo ad individuare nuove categorie economiche e politiche per leggere le forme contemporanee del capitalismo, ma anche a pensare gli scenari di uscita dalla crisi, nella direzione di un nuovo orizzonte del fare comune.

Questa crisi investe la figura complessiva del capitalismo uscito da quella dichiarazione dell’inconvertibilità del dollaro che, inaugurando nell’agosto del 1971 il regime dei cambi flessibili, si proponeva, tra l’altro, di sganciare il sistema monetario dalle lotte sul salario. Non siamo però convinti dalle teorie che presagiscono un crollo del capitalismo. Il capitale è crisi, e nella crisi può sopravvivere per secoli. Né è scontato che dopo il capitalismo venga qualcosa di meglio. E’ necessario ragionare sul mutamento delle “coordinate temporali” del capitalismo e cioè del modo in cui tenta di organizzare il tempo e la vita delle persone che lavorano, per tentare di ricavarne alcune conseguenze sotto il profilo delle categorie politiche con cui la crisi deve essere letta. Intanto, constatata la problematicità di ogni stabilizzazione “riformistica” dello sviluppo capitalistico contemporaneo, sono evidenti le torsioni a cui è sottoposta, nella crisi, la categoria di governance.

La crisi ha avviato ulteriori cambiamenti, come ad esempio, le trasformazioni dei concetti e dei problemi politici come il concetto classico della politica moderna, quello di “opinione pubblica”. Attualmente viene da chiedersi quale sia il ruolo dell’opinione in una situazione in cui, quasi a evocare una crisi di “leggibilità”, l’opinione si trova a operare all’interno di quella che Tiziana Terranova definisce una “nebbia” di dati.

Comunque, sullo sfondo vi sono le grandi tensioni geopolitiche e monetarie, con lo spettro della guerra (di quelle in corso e di quelle che si preparano) e quindi sarebbe necessario individuare terreni sostanziali di lotta che mostrano intera la possibilità di lavorare a un’uscita dalla crisi, nella direzione di quella costruzione di un nuovo terreno comune, su cui reinventare l’uguaglianza e la libertà, che consistono nelle lotte sul reddito, sul salario e le lotte sul welfare. Queste, sono state completamente rivalutate dentro la crisi e costituiscono il campo privilegiato in cui sperimentare un nuovo riformismo, rimuovendo i suoi limiti strutturali che hanno portato all’attuale debacle dei salari.

Movimenti e sindacati nella crisi economica globale

Nel mezzo di questa recessione si pone anche il tema del sindacato e del rapporto tra questo e i nuovi movimenti. È evidente, infatti, che la crisi porta con sé una ridefinizione delle forme della contrattazione sociale, non fosse altro perché le forme “tradizionali” faticano ad essere efficaci.

In Italia, ad esempio, all’inefficacia delle forme classiche della contrattazione sociale si accompagna il collasso dei modelli concertativi.

Nuovi movimenti, però, hanno in questi mesi scosso l’Europa: dalla Grecia alla Francia, alla Spagna, movimenti studenteschi e precari hanno conquistato la scena politica, sperimentando nuove forme di conflitto e dando vita a forme di autorganizzazione inedite.

Irrisolta è rimasta la questione della contrattazione sociale e dell’effettiva capacità di questi movimenti di strappare vittorie concrete. Così come appare decisiva la questione della generalizzazione delle lotte e della connessione tra i conflitti del lavoro cognitivo (o in formazione) e il lavoro operaio o dei settori tradizionali del pubblico impiego, oggi sempre più segnati dai processi di precarizzazione.

SVILUPPO, EFFICIENZA DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E POLITICA INDUSTRIALE. LA CRISI COME OPPORTUNITÀ

L’attuale crisi globale, originata dalla crescente finanziarizzazione delle economie occidentali e dal parallelo crollo dell’ideologia liberista basata sul mito della capacità autoregolativa del mercato, può costituire per l’Italia un’opportunità. In primo luogo perché il processo di finanziarizzazione nel nostro paese è stato meno dirompente che altrove. Inoltre, il peso dell’economia reale, cioè della produzione in particolare manifatturiera, continua ad essere una caratteristica vitale e pregnante della nostra economia, testimoniata, tra l’altro, dall’alto numero di imprese presenti nel territorio. Da questo punto di vista, vale a dire assumendo come valori la produzione di merci, beni e servizi, il nostro paese è posizionato meglio di altri sistemi. Soprattutto di quelli anglosassoni che oggi si trovano nell’epicentro di un terremoto finanziario, con gravi ripercussioni sul sistema bancario, pesanti riflessi sulle attività produttive e ricadute fortemente negative sulla vita dei lavoratori e delle persone. Per l’Italia, dunque, la crisi può essere un’opportunità. A condizione, però, che il nostro paese faccia uno sforzo corale e collettivo per rimuovere gli ostacoli storici e recenti che ne hanno frenato e condizionato lo sviluppo. Analizziamoli uno ad uno, distinguendo tra ostacoli che impediscono il pieno dispiegamento di un mercato aperto e trasparente e ostacoli interni al sistema di imprese e al loro modo di funzionare. Partiamo dal primo aspetto.

Da tempo, infatti, la UIL sostiene come una vera e propria risorsa primaria ed un importante volano di sviluppo per il sistema Paese debbano essere rappresentati da un’amministrazione pubblica sempre più efficiente ed efficace nel servizio a cittadini ed imprese, un’amministrazione pubblica che conduca un’azione improntata a principi di economicità (non di economia) e di rispetto dei livelli di welfare.

Il sostegno efficace al tessuto produttivo del Paese, in sintonia con la sua peculiarità di essere soprattutto composto da imprese medie, piccole e piccolissime, così come la capacità di attrarre investimenti e capitali, sono condizionati in misura assai significativa dalla qualità dei servizi che, in grande parte, sono erogati dalla Pubblica Amministrazione, e sono, ad esempio, fortemente legati a  fattori che vanno dalla farraginosità delle procedure e dalla quantità degli adempimenti richiesti alla diffusione sul territorio dei luoghi di erogazione del servizio. Intuendo, forse per prima, la centralità della P.A., la UIL ha promosso e sostenuto le iniziative per la semplificazione delle procedure burocratiche e per l’allargamento della fruibilità dei servizi pubblici.

Ancora ad esempio, è elemento che condiziona lo sviluppo la realizzazione, da parte della mano pubblica, delle condizioni generali necessarie al dispiegarsi dell’attività imprenditoriale, come nel caso delle condizioni di sicurezza sociale e di contrasto alla criminalità, alla corruzione ed al malaffare.

La qualità dell’offerta formativa e culturale data dal sistema scolastico ed universitario che, su altri piani e nel rispetto della specifica autonomia costituzionalmente garantita si pone sullo stesso piano della qualità della ricerca scientifica, nei confronti dello sviluppo del Paese.

Privatizzazioni con scarse liberalizzazioni

Nel nostro paese, fino a pochi anni or sono la presenza dello Stato era rilevante nei settori che richiedevano ingenti investimenti iniziali ed una redditività altamente differita nel tempo. Ragioni evidenti di sostenibilità del bilancio pubblico e la convergenza a logiche di uniformità del mercato comunitario hanno impresso una repentina accelerazione al processo di smobilitazione dello Stato. Finita la stagione delle grandi privatizzazioni (Ferrovie, Poste, etc.), abbiamo assistito a fenomeni i più svariati: l’outsourcing delle funzioni di supporto e manutenzione, l’affidamento a terzi di compiti strumentali importanti, come la gestione dei patrimoni immobiliari, e di funzioni e compiti d’istituto, dalle operazioni esattoriali a quelle di gestione dei rapporti con gli utenti. Abbiamo avuto processi di privatizzazione di segmenti di amministrazioni pubbliche, o addirittura di amministrazioni intere, il cui stato di deficit economico, pur mantenendosi inalterato, usciva dai conti pubblici in una sorta di chiroplastica contabile. All’opposto, abbiamo avuto la privatizzazione di quei servizi che, per loro potenziale o reale redditività, potevano essere appetibili per l’investitore privato. Non pochi enti pubblici – locali e centrali – si sono trasformati in una sorta di holding nella quale le missions pubbliche degli enti sono svolte da soggetti privati controllati. In ogni caso va rimarcato come la ritirata della presenza pubblica sia avvenuta senza una logica coerente, privatizzando subito e liberalizzando molto successivamente e in qualche caso parzialmente. Si è passati dal monopolio pubblico al monopolio privato nei casi più estremi. Comunque, le privatizzazioni italiane sono anche state parzialmente un fattore di ampliamento del mercato, sviluppo della concorrenza a beneficio delle imprese e dei consumatori/lavoratori.

La frammentazione corporativa e il macigno burocratico

Il nostro paese ancora oggi sembra in preda a convulsioni corporative. Troppe e di diversa natura sono le barriere che si frappongono all’ingresso di nuovi attori nel mercato. Basti pensare, ad esempio, al ruolo degli ordini professionali. Sempre più, anziché garantire la qualità e l’efficienza dei propri associati, si trasformano in vere e proprie barriere d’ingresso. Tutto ciò comporta una lievitazione abnorme dei costi che si riversano sulle imprese e sui cittadini. Inevitabilmente connesso alla frammentazione e alla difesa degli egoismi corporativi è la pesante bardatura burocratica dello Stato in tutte le sue articolazioni, sia centrali che periferiche. Costituire e fare impresa è estremamente difficile nel nostro paese, nonostante la diffusione ampia e ramificata di aziende in tutto il territorio nazionale. Ancor più difficile è orientarsi e dipanare la fitta ed intricata ragnatela degli iter autorizzativi. E’ evidente che tutto ciò finisce per scoraggiare ed allontanare potenziali investitori. Se poi gli investitori sono esteri il danno è duplice. Da un lato c’è il danno immediato che si traduce quasi sempre nell’abbandono dell’investimento programmato. Dall’altro lato c’è un danno di proporzioni decisamente incalcolabili perché rivela impietosamente la farraginosità e le lungaggini del nostro sistema. Nessuna politica di attrazione degli investimenti può essere realmente efficace se i tempi delle nostre amministrazioni non sono in sintonia con le esigenze e le scadenze che il mercato impone alle imprese. Non è quindi un caso o una fatalità se l’Italia riesce ad attirare una quota residuale degli investimenti esteri.

Il peso eccessivo delle rendite

Nel nostro paese si è affermato un modello sociale teso a valorizzare i diversi tipi di rendita. Agraria ed immobiliare, per lo più legate allo sfruttamento dei suoli. Finanziarie e speculative, intimamente connesse alla dilatazione delle diverse ed occasionali “bolle”, che da almeno un decennio si sono artatamente generate. Rendite di posizione causate, come già detto, da una pessima gestione delle privatizzazioni e delle incerte liberalizzazioni. E si potrebbe continuare. Maggiore è il peso delle rendite in una società più sono distorti i valori ed i modelli di consumo. Se addirittura dovesse prevalere la rendita sul profitto si renderebbe ancor più opaco il mercato perché la nostra società assumerebbe forti accentuazioni monopoliste ed oligopoliste. Ribadire la supremazia e la centralità del profitto sulla rendita non è in contraddizione con una linea sindacale tesa a ridurre  le disuguaglianze sociali. Combattere le diverse forme di rendita vuol dire anche riaffermare la priorità degli investimenti produttivi ed un utilizzo non parassitario del capitale. Significa anche contrastare la deriva di società sempre più vecchie e decadenti, che hanno smarrito il gusto della sfida e del rischio di impresa. Indubbiamente, la nostra struttura politica ed economica appare eccessivamente cauta in direzione delle rendite e ciò è un male perché distoglie ingenti risorse da altri impieghi che potrebbero essere usati verso la creazione e la distribuzione della ricchezza. Se un paese vede inaridire, più o meno consapevolmente, le proprie fonti di creazione della ricchezza è un paese che non ha fiducia nel domani e vive rassegnato in attesa di un declino facilmente prevedibile, consumando, per una fascia ristretta di rentiers, privilegi e lussi socialmente inaccettabili. Per quanto riguarda invece gli aspetti relativi al funzionamento delle imprese e al loro modo di essere, non va sottovalutato, anzi va segnalato in primo luogo il pericolo di un’espansione di comportamenti imprenditoriali improntati ad egoismo ed immediatezza dei risultati. Bisogna però fare una premessa. Secondo una certa rozza vulgata, in netta antitesi con l’altra di chiara impostazione illuminista, gli atteggiamenti umani sono dettati dall’egoismo e dalla ricerca immediata del soddisfacimento degli interessi materiali. I famosi spiriti animali del capitalismo non sarebbero che questo. Senza addentrarci in una disputa storico epistemologico sulla natura dell’animo umano e sulle ragioni della vitalità del capitalismo, va fortemente rimarcata la caratteristica peculiare di un’impresa. Un’impresa fino a poco tempo fa, e per un lungo periodo del novecento, ha assunto i connotati di una comunità complessa. C’è ovviamente una dialettica immediata che coinvolge l’azienda e chi in essa vi lavora. Dialettica per la distribuzione della ricchezza creata, sulle modalità della partecipazione dei lavoratori alla vita dell’azienda, sulla quantità e sulla qualità della prestazione lavorativa. Ma il funzionamento della vita di un’impresa non si esaurisce in questa dialettica. Riguarda e coinvolge le strutture di fornitura, che a loro volta hanno altri dipendenti. Riguarda e coinvolge le comunità di prossimità in cui l’impresa opera ed ha il suo insediamento. Smarrire il senso di questa complessa e articolata dialettica, questa fitta e complessa rete di interessi che da un’azienda si promanano, significa anche smarrire il senso ed il significato del perché esistono le imprese. Le aziende nascono e si sviluppano per fornire prodotti sempre migliori, per accrescere la loro efficienza e competitività e per creare occupazione. Se passa invece una rivoluzione culturale, che afferma un nuovo modello di azienda protesa alla ricerca immediata del profitto, identificato come valore da corrispondere agli azionisti sempre più impazienti ed avidi di risultati e se parallelamente la figura del manager perde la sua autonomia e viene vincolata al meccanismo delle stock options, non solo assistiamo ad una mutazione genetica del modo di essere dell’impresa, ma è come se si accumulasse materiale altamente pericoloso destinato ad esplodere. Come è puntualmente avvenuto. Anche l’Italia è stata attraversata da fenomeni di questa natura. Magari in misura minore. La caratteristica del nostro capitalismo è per gran parte di un capitalismo con salde radici territoriali che rende oggettivamente più difficile procedere in direzione di processi di smaterializzazione della produzione e di centralità del valore riferito esclusivamente agli azionisti. Tuttavia, poiché anche il nostro paese non è esente dai meccanismi sopra richiamati, su questo terreno è necessario che il sindacato, assieme alle parti imprenditoriali più sensibili ed avvedute, svolga un’intensa battaglia culturale sul significato sociale dell’impresa. Altra questione cruciale del nostro sistema produttivo è la bassa produttività. Negli ultimi quindici anni il sistema produttivo italiano è stato meno competitivo rispetto agli altri. Nel confronto con i paesi extraeuropei, in particolare quelli del sud-est asiatico che hanno drasticamente ridotto il differenziale di sviluppo nei confronti dei paesi avanzati di antica industrializzazione, i nostri livelli di produttività sono difficilmente comparabili. Altra organizzazione sociale e diritti del lavoro che stentano ad affermarsi. Ma se invece effettuiamo un confronto con gli altri paesi a noi omologhi per radicamento della cultura democratica e per ruolo delle parti sociali, il tasso di produttività italiano rimane decisamente inferiore. Occuparsi di produttività del lavoro e di crescita generale dell’economia significa certamente operare uno sforzo di comparazione internazionale con altri sistemi a maggiore tasso di produttività. Tuttavia, concentrare esclusivamente l’attenzione sulla produttività del lavoro per ore lavorate può essere fuorviante. In qualche misura consolatorio per il sistema di imprese. Le scadenti performance della produttività italiana vanno inserite in un contesto più generale. In questo contesto c’è indubbiamente un utilizzo degli impianti inferiore alle potenzialità. C’è anche il basso costo del lavoro flessibile che rende quasi inevitabile la pigrizia di molta parte dell’imprenditoria italiana. Così una parte rilevante della nostra competitività finisce per essere giocata sulla componente costo anziché sulla qualità dei prodotti e sulla quantità di valore aggiunto (ricerca ed innovazione) che riescono ad incamerare. Altro fattore negativo ai fini della produttività è indubbiamente rappresentato dal nanismo della nostra dimensione aziendale. Più la dimensione di impresa è asfittica e compressa minori sono le risorse da indirizzare per acquisire nuovi macchinari, ma soprattutto nuove competenze. Il problema della dimensione di impresa è riconducibile, in larga misura, al nostro capitalismo familiare, altra caratteristica rilevante del nostro sistema produttivo. Certamente non si tratta di assumere  posizioni pregiudiziali o ideologiche, ma il capitalismo familiare finisce per divenire un elemento di vischiosità e di scarsa fluidità. Anche recentemente si sono verificati casi emblematici. Diatribe e contese all’interno della famiglia che bloccano un’evoluzione positiva dell’azienda. Se poi l’azienda è in crisi le dispute hanno pesanti riflessi negativi anche sull’occupazione. Anche in caso di assenza di aperti conflitti, il capitalismo familiare rivela vischiosità e scarsa fluidità che diventa evidente in particolare durante i passaggi generazionali. Difficilmente i figli proseguono l’attività imprenditoriale dei genitori. Questo fenomeno, quello della trasmettibilità di impresa, non riguarda soltanto aspetti privati e personalistici. Segnala al tempo stesso due elementi di cui è necessario tenere conto. Il primo è il rischio che dall’attività produttiva, dalla creazione di ricchezza e dal profitto come giusta ricompensa per il rischio di impresa si passi alla rendita, con tutte le conseguenze precedentemente segnalate. Il secondo aspetto, apparentemente più banale, in realtà più complesso e profondo, sottende al fatto che l’impresa non può essere affidata esclusivamente a meccanismi “genetici”. Abbiamo esordito affermando che la crisi per il nostro paese può rappresentare un’opportunità, a condizione che rimuova gli ostacoli che ne impediscono il pieno dispiegarsi delle sue potenzialità in termini di ampliamento del mercato e della sua maggiore trasparenza.

Il credito

Il sistema produttivo italiano va supportato ed irrobustito da una diversa gestione del credito soprattutto da parte delle banche. In questa fase di acuta  recessione lesinare la concessione e l’erogazione del credito può rivelarsi un errore drammatico. Le imprese, in particolare quelle di piccole dimensioni, devono essere in condizioni di affrontare i momenti più acuti della crisi in condizioni di stabilità finanziaria. Altrimenti la ripresa sarà più lenta ed incerta perché una parte del nostro sistema produttivo rischia di non sopravvivere all’acuirsi della crisi. Il cambiamento dell’Italia negli ultimi anni è stato prodotto da quelli che gli economisti definiscono come shock esogeni, che hanno avuto effetti benefici sull’innalzamento del livello di competitività. I più recenti sono stati l’introduzione dell’euro, che ha impedito il ricorso alle svalutazioni competitive, il consolidarsi del processo di globalizzazione con la conseguente apertura del mercato e l’inserimento delle nuove tecnologie che ha reso molto meno nette le distinzioni tra i settori tradizionali. Ora è necessario che anche il nostro paese (basti pensare al caso francese con la commissione Attali) sia in grado di avviare degli shock endogeni in modo da trasformare e modernizzare la struttura produttiva, sintonizzare la pubblica amministrazione con il paese e l’economia reale, attuare una politica industriale all’altezza delle sfide che il paese ha davanti.

La politica industriale

Il paese all’interno di una completa politica industriale deve dotarsi di un ambizioso progetto di innalzamento della nostra competitività. La diffusione della banda larga con lo sviluppo delle cosiddette autostrade elettroniche inciderà direttamente sui processi produttivi e determinando positive ricadute occupazionali. Investimenti significativi sulle reti di comunicazione, oltre ad ampliare le opportunità culturali ed informative dei cittadini, vuol dire ridurre i divari esistenti tra le diverse aree del paese ed incidere profondamente sui modelli di business delle imprese. Inoltre gli investimenti in tecnologie e servizi innovativi avranno un effetto moltiplicatore sull’insieme del sistema economico. In questo quadro le grandi questioni riguardanti le prospettive del sistema industriale richiedono una completa rilettura del termine stesso di industria. L’industria contemporanea è un concetto ampio che comprende le attività manifatturiere, l’insieme dei servizi alla produzione, la logistica, le nuove reti di distribuzione e comunicazione. I caratteri generali della Politica Industriale italiana ed europea tendono sempre più ad inglobare questo insieme di fattori e a spostare l’approccio e l’intervento sui cosiddetti aspetti orizzontali, cioè trasversali a tutti i settori. Questo approccio va assolutamente mantenuto e deve costituire la nostra bussola. Se così non fosse ci sarebbe la regressione ed il ritorno alle tradizionali politiche settoriali difficilmente attuabili con le scelte fatte a favore delle aperture del mercato, europeo in particolare. Questo presupposto non va dimenticato altrimenti si corre il rischio di assumere posizioni sbagliate e politiche che condannano il movimento sindacale all’isolamento. Ribadire ciò è di primaria e fondamentale importanza in una fase come l’attuale che è di crisi e sposta l’attenzione delle forze sociali e politiche sull’urgenza degli interventi congiunturali a sostegno della domanda e affievolisce l’interesse per le questioni che riguardano il rilancio della nostra competitività. In questo senso è bene riaffermare che la linea strategica della politica industriale italiana è quella già definita in Industria 2015 che rimane comunque un orizzonte da raggiungere e traguardare. Sicuramente la profondità e la vastità della crisi in atto pone oggi l’esigenza di una riattualizzazione di Industria 2015. Riattualizzazione sia intermini di risorse, in quanto buona parte dei fondi stanziati sono stati allocati su altri capitoli di spesa per fronteggiare l’emergenza, sia in termini di aree tematiche su cui concentrare i futuri impegni. In ogni caso l’ispirazione di fondo che sorreggeva l’impianto generale va mantenuto e rafforzato nelle sue parti attuative. Innanzitutto perché Industria 2015 segna una positiva discontinuità rispetto alla politica industriale italiana in uso fino a tempi recenti. Molto schematicamente, si può affermare che le caratteristiche essenziali della politica industriale italiana sono riconducibili ad investimenti estensivi o, secondo un termine di più facile presa, su investimenti a pioggia. La logica sottesa a tale impostazione era quella di concedere il più possibile a tutti i settori, senza alcun criterio di selettività sugli investimenti realizzati. Industria 2015 ribalta questa logica, che oltretutto ha dato luogo a fenomeni distorsivi ampiamente diffusi e concentra le risorse su pochi e qualificati progetti di innovazione industriale. In questo quadro la vecchia ed annosa disputa tra settori maturi, destinati ad un declino più o meno immediato e comunque certo e settori innovativi destinati ad un’espansione quasi illimitata appare superata e priva di contenuto. Infatti si può essere vincenti anche in settori maturi e tradizionali a condizione che si sia in grado di occupare segmenti ad alto valore aggiunto che fanno della qualità e dell’innovazione il loro tratto distintivo. Allo stesso tempo è obsoleta la distinzione tra piccola e grande azienda. Anche le piccole e medie imprese possono conseguire successi e consolidarsi sui mercati globali se hanno la capacità di mettersi e in rete e di occupare nicchie produttive ad alta specializzazione produttiva. E’ evidente che i volumi produttivi e l’intensità di capitali in questi ambiti rivestono un’importanza meno decisiva perché quello che conta e fa, la differenza è la specializzazione. Altre attività produttive che richiedono invece alti volumi di produzione (la siderurgia, la chimica e l’auto ad esempio) che sono attraversati da processi di riorganizzazione interna e da processi di aggregazioni e fusioni inimmaginabili fino a poco tempo fa non possono continuare a muoversi avulsi da uno scenario europeo di politica industriale che deve servire ad ottenere un processo condiviso di ristrutturazione in una cornice di coesione sociale. Tuttavia i processi di ristrutturazione devono contenere una sostenibilità sociale. In primo luogo è decisivo per il nostro sistema dotarsi di una finanziaria, a prevalente capitale pubblico, capace di sorreggere con efficacia operazioni complesse per durata e per modalità. In secondo luogo non va abbandonato l’obiettivo di realizzare in tempi rapidi la deindustrializzazione dei siti industriali dimessi. Si tratta di ingenti assets industriali quasi sempre dotati di infrastrutture di supporto. Occorre una disciplina più stringente in materia di reindustrializzazione e di bonifiche altrimenti si rischia di disperdere inutilmente un grande patrimonio industriale che può essere utilizzato proficuamente a favore dell’occupazione, della struttura produttiva e del paese. Quanto fin qui sostenuto non deve farci smarrire il senso di un’analisi rigorosa sulla specificità della crisi attuale e di conseguenza sulle politiche da avviare per limitarne gli impatti sociali. A differenza delle precedenti crisi, che contenevano una forte carica di distruzione creatrice, nel senso che poneva fuori del mercato le imprese più marginali e meno innovative, premiando invece quelle che erano state sollecite ad introdurre nuove modalità organizzative e nuovi prodotti, la crisi attuale non distingue tra le aziende. Tutte, indipendente dai fatturati, dai prodotti, dalla dimensione e dal settore finiscono nel buco nero della recessione che significa chiusure degli impianti e riduzione dell’occupazione. La politica industriale, in particolare in una fase acutamente recessiva, deve necessariamente poggiare su un forte sostegno alla domanda attraverso misure incentivanti ed il mantenimento del legame tra lavoratori e produzione, attraverso apposite misure di ammortizzazione sociale. Solo così sarà possibile ridurre l’impatto produttivo e sociale della crisi e riprendere senza eccessivi ritardi la via della crescita e dello sviluppo. In questo senso attenzione particolare va posto al territorio, dove è posizionato gran parte dell’insediamento produttivo italiano. Nuove politiche per i distretti industriali in modo da uscire dallo stato di isolamento, superamento dei deficit infrastrutturali in cui versano larga parte di essi e ruolo attivo degli istituti di promozione all’estero delle attività da noi prodotte, sono i mezzi per promuovere una nuova stagione di rinnovamento del nostro apparato produttivo ancora saldamente radicato nel territorio ed espressione dell’eccellenza italiana.

LE RIFORME ISTITUZIONALI

Il processo di riforma della Pubblica Amministrazione, avviato agli inizi degli anni 90, con l’approvazione della Legge 142, delle Leggi elettorali dei Sindaci e dei Presidenti di Regioni e Province, della Legge elettorale in senso maggioritario, delle Leggi Bassanini, hanno determinato la necessità di una Riforma dello stesso modello ordinamentale dello Stato. Dal decentramento amministrativo, a Costituzione invariata, si è reso necessario passare ad una revisione dello stesso Titolo V della Costituzione. Di fatto, già con le riforme costituzionali del 1999 e del 2001, riguardanti l’autonomia statutaria delle Regioni e delle Province autonome, con l’indicazione che queste potessero decidere una propria Legge elettorale, avevano tentato di dare delle risposte all’esigenza di assicurare stabilità agli Esecutivi e di ripensare in chiave “federale” la forma di Stato. Queste Riforme però hanno rappresentato solo la fase di avvio del processo di trasformazione dello Stato. Infatti ad esse bisognava dare seguito con una equilibrata fase d’attuazione, al fine di fare acquisire agli stessi concetti di autonomia finanziaria e funzionale un significato compiuto, per uscire dalla fase perenne di transizione che ha caratterizzato gli ultimi 8 anni della nostra Repubblica.

La UIL ha sempre considerato importante, per il nostro Paese, che si procedesse ad una riforma del modello di Stato al fine di adeguarlo ai mutamenti delle condizioni politiche, economiche e sociali.

Gli obiettivi di efficacia ed efficienza del sistema politico ed amministrativo rimangono, per la UIL obiettivi da perseguire.

La stabilità e, soprattutto la governabilità, sono condizioni essenziali per rispondere ai nuovi compiti che il Paese ha.

Pertanto la UIL ritiene che si debba procedere con un disegno organico, perché il nostro Paese ha bisogno di “riforme di sistema”, che non possono essere sottoposte al continuo balletto di “riforme delle riforme” assoggettate al cambio del clima politico o di maggioranze parlamentari.

Le riforme sulle regole e sul funzionamento delle Istituzioni o sono del sistema o non lo sono. Il risultato, oggi, è quello di un Paese che è in transizione perenne che dura da almeno 15 anni.

E questi obiettivi passano anche attraverso, un profondo processo di riforme, che devono comprendere anche modifiche Costituzionali, così come avevano previsto i “Costituenti” nel 1946, ma da ciò non deve comunque derivare la compromissione dei principi di “democrazia” e di “coesione nazionale”.

Ma le modifiche Costituzionali non possono essere decise né a colpi di maggioranza, né devono essere frutto di patteggiamenti dettati esclusivamente da convenienze politiche e da scambi compensativi tra le forze di coalizione.

Il buon senso, un’ampia condivisione nei contenuti e nella partecipazione nella fase di modifica, devono essere la “conditio sine qua non” per una democratica revisione della costituzione e per garantire la coesione civile, sociale e politica del nostro Paese.

Fermo restando che i Principi Fondamentali e la Parte Prima dove sono enunciati i valori della Repubblica e i diritti dei cittadini, sono assolutamente inviolabili e immodificabili, tutta la Seconda parte che il ruolo e le prerogative delle Istituzioni può essere oggetto di riforma.

Il Parlamento, il Governo, la Magistratura, la Corte Costituzionale, le Regioni, le Province ed i Comuni, che sono regolamentati nella Seconda Parte possono essere presi in considerazione con una riforma della Carta Costituzionale per essere migliorati ed aggiornati.

La forma di Governo

Ad iniziare dalla forma di Governo per dare stabilità ai Governabilità al Paese. Per la UIL l’obiettivo della stabilità dei Governi, processo politico-istituzionale aperto con il bipolarismo, deve essere incentrato sul metodo del confronto e della concertazione tra Governo, corpi intermedi e forze sociali.

Governabilità è sinonimo di un programma politico omogeneo e condiviso e riguarda senz’altro sia la struttura istituzionale, sicuramente da riformare, sia la Legge elettorale da cambiare, rendendola coerente e funzionale con la forma di Governo e Parlamento che si sceglie.

Il dibattito che si è aperto recentemente nel Paese sui poteri del Presidente del Consiglio, sull’eccessivo uso della decretazione di urgenza e la continua richiesta di fiducia al Parlamento, hanno messo in luce un problema che si pone da anni circa le prerogative del Parlamento e sui poteri del Capo dello Stato.

Se le prerogative del Parlamento vanno salvaguardate dall’eccessivo ricorso alla fiducia, che strozza il dibattito parlamentare, se va rafforzato l’esecutivo, sottraendolo per quanto possibile a continui ricatti di questa o quella forza politica, se occorre conciliare l’equilibrio dei poteri con il Capo dello Stato con quelli del Presidente del Consiglio, allora bisogna indicare nuove modalità di compatibilità tra queste esigenze.

Non c’è dubbio, infatti, che i meccanismi elettorali hanno di fatto creato le condizioni istituzionali e politiche da far percepire ai cittadini, che attraverso il loro voto il presidente del Consiglio fosse eletto direttamente.

Per trasformare in diritto ciò che di fatto è già esistente la UIL propone una riforma Costituzionale con una legge elettorale proporzionale, una soglia di sbarramento al 5% e la reintroduzione delle preferenze.

In questo modo il Capo del Governo non viene eletto direttamente dai cittadini, bensì dal Parlamento su proposta del Capo dello Stato, introducendo il principio della “sfiducia costruttiva”, consentendo in tal modo al Parlamento di poter cambiare il Capo del Governo con una mozione di sfiducia con una maggioranza che ne indichi il nuovo.

Vanno sicuramente dati più poteri al Presidente del Consiglio dei Ministri, quali ad esempio la nomina e la revoca dei Ministri, al posto della decretazione di urgenza il Governo detta l’agenda al Parlamento sulle proprie iniziative di Legge, limitare il ricorso alla fiducia solo per la Legge di Bilancio.

Forma Parlamentare

Occorre, inoltre, superare il nodo delle garanzie dell’opposizione, non con improbabili “Governi ombra” e con generici rinvii ai regolamenti parlamentari, ma costituzionalizzandole.

Insieme al superamento del sistema del “Bicameralismo perfetto” con l’istituzione del Senato delle Autonomie” che sia veramente rappresentativa dei territori e con la riduzione a 140 rappresentanti.

Parallelamente va ridotto il numero dei componenti della Camera passando dagli attuali 630 a 280 Parlamentari.

Occorre rivedere anche l’attuale sistema delle conferenze, con l’abolizione della Conferenza unificata Stato-Enti Locali, con il rafforzamento del ruolo della Conferenza Stato-Regioni, quale sede di dialogo e concertazione che abbia un ruolo di “camera di compensazione”, volta a risolvere in modo concertativo i numerosi conflitti di competenze.

Riforma del Titolo V

Lo stesso riformato Titolo V, a cui non si è mai data piena attuazione, ha bisogno di un “maquillage”, soprattutto per quanto riguarda gli articoli 114 e 117. In particolare la UIL ha sempre segnalato come fosse stato commesso un errore avere attribuito pari dignità Costituzionale alle articolazioni del sistema Istituzionale attraverso l’articolo 114 dove si sancisce che “la Repubblica è costituita da Comuni, Province, Città Metropolitane, Regioni e Stato”.

Conseguentemente, si sancisce attraverso l’articolo 119 che ciascuno di questi Enti, debba avere risorse autonome, la facoltà di stabilire tributi ed entrate proprie e di disporre di compartecipazioni ai tributi statali riferibili al loro territorio.

In questo modo si è data garanzia “Costituzionale” non solo alle Regioni ed alle Province Autonome, ma anche agli 8102 Comuni ed alle 109 Province.

La UIL è convinta che si deve e si può porre rimedio a questo pasticcio iniziando con l’abolizione, il ridimensionamento o il superamento di livelli Istituzionali le cui funzioni o sono scarse o si sovrappongono ad altre, valutando in concreto la reale utilità delle Province e la loro conseguente abolizione.

Non convince appieno la tesi di chi sostiene che le Province sono utili perché svolgono il ruolo di programmazione dell’area vasta, perché basterebbe “istituzionalizzare” a tal proposito le “Conferenze dei Sindaci”.

Così come alcune materie, oggi, di competenza concorrente sia dello Stato che delle Regioni devono essere riportate in seno alla competenza esclusiva dello Stato, quali ad esempio il commercio con l’estero, tutela e sicurezza del lavoro (senza intaccare sul territorio le competenze dei Servizi di Prevenzione della ASL, coordinandoli davvero con gli Ispettorati del lavoro), grandi reti di trasporto, produzione e distribuzione di energia.

Referendum

Vanno modificate inoltre le attuali norme che regolano il “Referendum”, strumento di grande partecipazione popolare mortificato negli ultimi anni, tanto dall’eccessivo ricorso a tale strumento, quanto da prese di posizioni astensionistiche di chi non condivideva i quesiti facendo fallire la consultazione per il mancato raggiungimento del “quorum”.

Occorrono allora, più che rivedere in alto il numero della raccolta per le firme, delle soglie più basse per l’ottenimento  del quorum, così come sarebbe opportuno estendere tale strumento anche a forme di consultazione propositive, il cosiddetto  Referendum propositivo”.

PARTECIPAZIONE E DEMOCRAZIA ECONOMICA

La partecipazione dei lavoratori alla governance dell’impresa , pratica peraltro più che sperimentata  in molti paesi del nord Europa  dove è diventata ormai una tradizione consolidata, pur se evocata ripetutamente di legislazione in legislazione non è mai divenuta una prassi nel nostro Paese.

Anche le numerose proposte di legge presentate di volta in volta sul tema, lasciano chiaramente intuire, nelle  loro diverse articolazioni, come il concetto di Democrazia Economica sia stato nel tempo interpretato sempre con ottiche e finalità spesso anche abbastanza lontane fra loro.

Soprattutto ciò che non è stato mai chiaro è il vero interesse da parte delle imprese affinché si realizzi un modello aperto di gestione. Molto spesso infatti l’interesse è stato manifestato in annunciazioni rilasciate nelle diverse sedi di dibattito, ma nella realtà non si può non prendere atto dell’assoluto disinteresse da parte delle imprese a sperimentare prassi di partecipazione o ad auspicarne regole legislative che le spingano verso tale strada.

Dall’altra parte anche per quanto riguarda il sindacato lo scenario non è stato sinora molto differente. Molto si è parlato di partecipazione dei lavoratori nelle tre confederazioni, ognuna con la rispettiva peculiarità storica, ma anche da questa ottica non c’è mai stato un impegno forte affinché la partecipazione dei lavoratori divenisse prassi consolidata, pur in una veste che bene si combinasse con le nostre salde tradizioni di relazioni industriali

Eppure non sono mancate le occasioni concrete alle parti sociali per fare quel passo in più verso il modello partecipativo.

Ci  riferiamo agli iter negoziali condotti in occasione dei recepimenti delle Direttive Europee sui Comitati Aziendali Europei, sulla Società Europea, sulla Società Cooperativa Europea e sui Diritti di informazione e consultazione dei lavoratori.

Tutte queste normative, come noto, si prefiggevano lo scopo di favorire l’applicazione di prassi concrete di coinvolgimento dei lavoratori. Il coinvolgimento dei lavoratori  inteso come mezzo ed opportunità per il raggiungimento degli obiettivi fissati a Lisbona. Un riconoscimento europeo di come il contributo “sociale” dei lavoratori possa rappresentare una grande risorsa sia per lo sviluppo, ma soprattutto nella gestione delle ricadute negative che grandi ristrutturazioni aziendali possono provocare. Il coinvolgimento di lavoratori deve contribuire, così ci suggerisce la stessa Commissione Europea, “al raggiungimento di un equilibrio tra gli obiettivi economici e sociali del mercato unico, in particolare, attraverso il loro ruolo determinante nell’anticipazione e nella gestione responsabile del cambiamento”.

L’allargamento dell’Unione ha evidenziato inoltre la necessità di accelerare i processi di armonizzazione tra i vari paesi al fine di trarre i vantaggi dalla globalizzazione. In questa ottica ed alla luce anche della gravissima crisi economica  che stiamo affrontando  è urgente promuovere l’anticipazione e l’adattamento nei confronti dei cambiamenti che le aziende ed i lavoratori si trovano e si troveranno  a dover affrontare assieme.

Lo sviluppo di un adeguato livello di  coinvolgimento dei lavoratori rappresenta dunque  un valore aggiunto irrinunciabile,  cui imprese e sindacato devono mirare e perseguire insieme.

La sinergia tra azienda e lavoratori deve essere oggi più che mai forte ed efficace, al fine non solo di evitare ricadute pesanti, ma soprattutto per accelerare la ripresa che rappresenta il vero obiettivo condiviso.

Il dibattito europeo in corso ha inoltre focalizzato nello sviluppo sostenibile e nel modello sociale europeo le peculiarità dell’Unione. Temi come la responsabilità sociale d’impresa nell’economia globale rappresentano una delle risposte europee ai problemi posti dalla globalizzazione, i cui effetti negativi potrebbero essere attenuati se tutti gli Stati aderenti all’Organizzazione mondiale del commercio rispettassero le norme fondamentali dell’OIL. L’impresa viene considerata un soggetto importante nel contesto sociale, capace di fornire un contributo essenziale al miglioramento della qualità della vita di tutte le parti direttamente interessate e delle regioni. Va osservato che, come si è verificato – soprattutto a livello transnazionale – per l’esperienza dei Comitati aziendale europei, i progressi del dialogo sociale sono tanto più rilevanti quanto più passano per il piano normativo.

Nei lunghi confronti avuti con le associazioni rappresentanti delle imprese  nelle fasi di recepimento delle normative europee sul coinvolgimento dei lavoratori  abbiamo sempre incontrato però una grande diffidenza a parlare seriamente di coinvolgimento dei lavoratori. In tali sedi, allora,  le imprese hanno cercato di circoscrivere  il processo alla sola fase dell'”informazione” da fornire ai lavoratori , talvolta anche cercando di sfuggire all’obbligo, più volte ribadito dalla Corte di Giustizia Europea, di fornire informazioni in tempo utile, ovvero anticipatamente alle decisioni, per permettere la realizzazione della fase della “consultazione”, cioè la discussione sulle eventuali proposte che i rappresentati dei lavoratori possono  proporre all’azienda.

L’applicazione della direttiva sui Diritti di informazione e consultazione dei lavoratori non è ancora “a regime”, causa il periodo di moratoria di due anni previsto dalla legge di recepimento e dunque, ad oggi, non siamo in grado di valutare il vero grado di interesse da parte delle imprese a progredire sulla strada del coinvolgimento dei lavoratori.

Anche su scala europea sono a tutti note le difficoltà incontrate per avviare e portare a conclusione  la revisione della Direttiva sui Comitati Aziendali Europei. Nonostante l’impegno della Commissione  Europea  stessa, l’atteggiamento fortemente arroccato di Business Europe a contrastare ogni concessione a favore dei lavoratori, fa chiaramente trasparire come le aziende sostengano una comune posizione di chiusura verso l’eventuale intromissione dei sindacati nella loro decisioni.

Il Disegno di legge sulla Partecipazione in discussione

Si torna oggi a parlare di Partecipazione. Il tema, rilanciato recentemente anche dal sindacato, è nuovamente oggetto di alcune proposte di legge (Treu e Di Castro), al quale si aggiunge la bozza di testo unificato presentata da Pietro Ichino lo scorso 30 Ottobre.

Se dunque da diverse ottiche proviene il richiamo ad attuare normative che favoriscano tale prassi, analizzando il contenuto delle proposte si evince forte e chiara la difficoltà ad interpretare in modo unico da parte di tutte le parti sociali e politiche l’individuazione della formula specifica di partecipazione cui si vuole arrivare.

Le proposte all’esame (principalmente Treu e Di Castro) ripropongono in un testo principi che riguardano i diritti di informazione e consultazione dei lavoratori (già definititi nel nostro ordinamento con il recepimento della Direttiva Europea); indicazioni sul ruolo della partecipazione nei governi societari a sistema duale, che ben sappiamo come in Italia siano molto poco adottati;  indicazioni sulla partecipazione attraverso lo strumento dell’azionariato dei dipendenti e norme sulla partecipazione al risultato aziendale.

Anche quanto espresso successivamente da Pietro Ichino nella sua proposta di testo unificato, il quale opera una sostanziale modifica alle due proposte concentrandole in un testo che, di fatto, demanda completamente alla contrattazione collettiva la possibilità di istituire forme di informazione, consultazione e partecipazione nell’andamento dell’azienda.

Se la sua proposta è assai ampia e potrebbe dare spazio alle molteplici interpretazioni e punti di vista, la sua fragilità emerge sostanzialmente quando affronta i requisiti per la stipulazione del contratto istitutivo.

Noi tutti sappiamo, e lo stesso Ichino lo riconosce, che nel nostro Paese ci sono diversi approcci culturali rispetto al ruolo del sindacato ed il problema dell’applicazione degli eventuali contratti istitutivi sottoscritti solo da alcune sigle sindacali, non è un problema proprio da sottovalutare.

Applicare formule di Partecipazione dei lavoratori all’azienda significa dare la possibilità ai lavoratori ed ai loro rappresentanti di influire e controllare l’andamento dell’impresa. Poter reclamare il diritto di maggior Democrazia Economica nelle decisioni aziendali vuol dire assumere ruoli di grande responsabilità che, per essere sufficientemente incisivi, non possono essere assunti senza un più che ampio consenso dei lavoratori.

Si tratta dunque di intensificare il dibattito nel sindacato per individuare un modello comune condiviso di partecipazione, che oggi, allo stato del progresso economico e dinamico delle imprese, non può più essere rimandato.

La globalizzazione  ci ha abituato a confrontarci non più con “l’impresa” ma con i “gruppi” multinazionali, entità economiche e organizzative  in continua trasformazione che ci impongono di correggere rapidamente il nostro approccio per non rischiare di perdere contatto con la nuova realtà.

Inoltre i gruppi con i quali siamo chiamati a relazionarci, sono abituati a confrontarsi con sindacati di altri paesi che tradizionalmente “partecipano” alla vita dell’impresa o nei consigli di sorveglianza o direttamente nella proprietà.

Se osserviamo la recente vicenda Fiat non possiamo non considerare  che in America lavoratori e Manager della Chrysler si assicurano il proprio posto di lavoro attraverso impegni e partecipazione alla proprietà e dunque, in considerazione del fatto che l’azienda è anche loro, i sindacati decidano di non scioperare fino al 2015.

Diversamente in Germania il sindacato ha preteso di controllare il piano di integrazione della loro azienda alla Fiat e alla Chrysler, ed il loro giudizio ha pesato sull’evoluzione dell’operazione.

Questo esempio non può non farci riflettere sul fatto che oggi è necessario muoversi esigendo una sempre maggiore democrazia industriale, affrontando una volta per tutte il problema della governance.

Un dispositivo legislativo può essere di ausilio, ma il problema è prima di tutto culturale e va risolto con un dibattito da avviare al più presto tra le tre confederazioni.

Non è più sufficiente richiamare in ballo la sola partecipazione di natura finanziaria che, anche quando applicata, rischia di non rappresentare gli interessi di “tutti” i lavoratori.

Infatti, per quanto riguarda l’elezione di rappresentanti dei soli lavoratori/azionisti negli organi gestori si tratta di una forma plausibile solo se essa non è alternativa alla partecipazione dei lavoratori, in quanto tali, negli organi gestori.

La partecipazione dovrebbe cioè essere un diritto di tutti i lavoratori e non solo di alcune categorie di dipendenti.

Si dovrebbe pertanto prevedere preliminarmente il diritto di tutti i lavoratori di eleggere (o nominare) i propri rappresentanti negli organi gestori e poi, eventualmente, cioè in presenza di un’ampia diffusione di forme di azionariato dei dipendenti, affiancare  alla prima e generale forma di partecipazione questa seconda speciale forma.

Si tenga conto, peraltro, che essendo il possesso di azioni connesso alle dinamiche retributive legate alla produttività, la distribuzione dei titoli tra i dipendenti avverrebbe in modo quantitativamente diseguale fra le varie categorie (dirigenti,quadri e impiegati). Ciò determinerebbe “cartelli elettorali” di peso ed incidenza differenti, non tutti basati (ovviamente) sulla solidarietà e che potrebbero essere risolti solo con la previsione di procedure che garantiscono la differenziazione degli interessi fra azionisti puri e azionisti lavoratori nei Consigli, ovvero la chiara visibilità dei diritti dei rappresentanti degli azionisti lavoratori all’interno del Consiglio.

Va tuttavia precisato che, se l’impresa scegliesse il modello di gestione unitario, non essendo ipotizzabile un Consiglio di Amministrazione pletorico, sarebbe assai difficile, senza una rilevantissima riforma del Diritto Societario, pensare alla contemporanea presenza di rappresentanti di lavoratori in quanto tali e di lavoratori azionisti, cosa che sarebbe invece possibile all’interno del Consiglio di Vigilanza, ma – come già detto – questo modello societario (duale) è opzionale e, con ogni probabilità le imprese non lo sceglierebbero in presenza di un diritto generale dei lavoratori alla partecipazione.

La UIL ha sempre individuato nella formula statutaria duale lo soluzione più idonea per sperimentare anche nel nostro Paese una partecipazione dei lavoratori efficace, sempre che siano ben definite le distinzione dei ruoli di gestione e responsabilità da quelli di sorveglianza. Purtroppo allo stato attuale il modello duale introdotto in Italia non chiarisce in modo nitido tali ruoli e, soprattutto, nella pratica, ha dimostrato di non essere un modello facilmente applicabile e funzionale. Inoltre questo modello non ha incontrato un grande interesse da parte delle aziende, ma anche alcune di quelle che lo avevano adottato, sono poi tornate al sistema tradizionale per le sue incongruenze .

Il primo passo serio a livello normativo, dovrebbe essere dunque una modifica della riforma societaria che faciliti la sua adozione e inserisca anche la possibilità di eleggere nei consigli di sorveglianza rappresentanti dei lavoratori.

Senza questa modifica qualsiasi disegno di legge sulla partecipazione rischia di venire alla luce senza quel pilastro fondamentale che ne sostenga la sua ampia applicabilità. Con il risultato di continuare a proporre solo partecipazione dei lavoratori azionisti, con le problematiche che abbiamo già esposto.

Il sindacato è pronto ad aprire il confronto sulla partecipazione, sulla istituzione di sedi bilaterali di confronto, protocolli di intesa e istituzione di organismi congiunti dotati di poteri di controllo. Ci domandiamo però se le imprese auspicano seriamente questo tipo di coinvolgimento, se lo ritengono veramente strategico, oppure se il nostro ruolo viene richiesto a parole solo nel delicato momento di crisi per favorire le ristrutturazioni e gestire i licenziamenti.

Le prospettive della democrazia economica

Il professor Fukujama, dalla California, nel 1992 ci aveva spiegato che, finita la terza guerra mondiale fra l’Occidente e il comunismo, era finita la politica e persino la storia, per fare posto alla sola economia.

L’entusiasmo liberista si era affermato con il concetto che l’ economicismo (con l’idea cioè che l’economia fosse l’unico aspetto importante), la stessa pretesa di “scientificità” e la stessa conquista della egemonia culturale fossero assolute a livello globale. Il risultato che ne è scaturito è stato in un certo senso di natura  autoritaria. Non nel senso tradizionale certamente, ma un moderno autoritarismo economico soft e sorridente, che ha vinto in tutto il mondo con un formidabile fascino effimero. Le leggi di mercato hanno troppe volte preso il posto della politica e lo sviluppo della finanza incontrollata, basata solo sulla formula del profitto ha prodotto i disastri cui oggi tecnici e politici tentano, talvolta un po’ alla cieca, di mettere riparo.

La sicumera con la quale economisti di fama mondiale ci hanno assicurato per anni un futuro in progresso continuo, attraverso una finanza ingegneristica più filosofica che sperimentale, oggi lascia il passo drammaticamente ad una realtà dalla quale gli stessi luminari non sanno indicarci una ricetta adeguata ed efficace.

La crisi del 2008 non può essere considerata un incidente di percorso, ma l’espressione di quello che per circa trenta anni è stato considerato il suo normale funzionamento.

Creare ricchezza attraverso la creazione di quasi 700 trilioni di dollari di prodotti derivati, che altro non sono che moltiplicazioni di carta su carta, non poteva non far prevedere il rischio di una esplosione di mancanza liquidità.

Il fenomeno della “moltiplicazione”, del resto,  appartiene di diritto al campo dei miracoli e, in economia, non si possono aspettare miracoli ma cifre, essendo l’economia una scienza e non una fede.

Sulla base di questo “castello di carte”, divenuto normalità, è passato inosservato anche che l’industria manifatturiera d’occidente arrivasse a sviluppare un suo sistema finanziario capace di generare una quota di fatturato pari alla produzione dei beni materiali, trascurando investimenti e innovazione, ignorando processi di formazione, organizzando il proprio patrimonio di risorse umane solo secondo le logiche del profitto a breve. Il valore del “capitale umano” è stato quasi sempre ignorato, soprattutto nel momento in cui, per mantenere il livello dei profitti in un trend sempre positivo, altro non si poteva fare che tagliare pesantemente i “costi” del lavoro, provocando così anche una rapida caduta dei consumi del mercato interno.

E’ oggi fondamentale chiedersi in che misura e perchè gli economisti hanno fallito nel prevedere   la crisi, capire cosa è legittimo aspettarsi dalla scienza economica e quali insegnamenti possono essere tornati in auge e quali siano invece definitivamente da archiviare.

Quello a cui abbiamo assistito è sicuramente figlio di un sistema finanziario “impazzito”, ma oggi addossare solo agli istituti di credito le colpe sarebbe come voler continuare a tapparsi gli occhi. Ciò che va identificato sono anche gli errori che le istituzioni hanno provocato, trascurando i controlli e ignorando le conseguenze che

operazioni finanziarie come cartolarizzazioni, bond e derivati in genere, unitamente alla esistenza indisturbata dei paradisi fiscali, avrebbero potuto provocare.

Se non si modificheranno, inoltre,  drasticamente gli schemi incentivanti per il top managment delle banche , continuando ad offrire loro stock options che danno loro la possibilità di acquistare un grande quantitativo di azioni ad un prezzo relativamente alto rispetto a quello del giorno dell’emissione, è probabile che questi anomali “lavoratori azionisti- top manager” ,  continueranno ad operare in totale conflitto di interesse e non  nell’interesse dell’azienda e nel suo futuro.

Tanto si è parlato di etica e tanto ancora se ne parla. L’esperienza fino qui vissuta dalle aziende impegnate nelle politiche di Responsabilità Sociale delle imprese, ha evidenziato come la responsabilità non è un valore che si può annunciare a parole o attraverso la pubblicità, ma passa attraverso impegni molto più seri che si intrecciano con la trasparenza delle politiche aziendali, attraverso una Governance più aperta e democratica.

La Democrazia Economica può svolgere  un ruolo fondamentale, e questo ruolo oggi richiama i lavoratori, il sindacato, ad una grande assunzione di responsabilità che dobbiamo saper cogliere ed attuare.

Il coinvolgimento dei lavoratori, oltre a rappresentare  una opportunità per il sindacato, deve essere considerata tale soprattutto dalle imprese, per permettere quella svolta necessaria a riequilibrare l’economia, riportando l’asse dalla finanza all’investimento e al “lavoro”.

NUOVA POLITICA FISCALE E REDISTRIBUZIONE DEI REDDITI

L’Italia deve trovare la forza per affrontare in termini nuovi e decisivi il problema dell’evasione fiscale. Secondo le stime più prudenziali del Governo, essa ammonta a 100 miliardi di euro e i settori in cui si evade di più sono quelli dei “servizi personali, del commercio, della ristorazione e delle costruzioni.” (Audizione del direttore generale delle Finanze, del 18 febbraio 2009 alla Commissione bicamerale di Vigilanza sull’Anagrafe Tributaria).

Sono oltre un milione e cinquecentomila gli immobili sconosciuti con un danno per l’erario di circa 8 miliardi di euro, secondo i dati comunicati in Parlamento dal Direttore dell’Agenzia del Territorio.

Tutti i più autorevoli istituti di ricerca stimano che l’economia sommersa nel nostro Paese si attesterebbe sui 349 miliardi di euro,  pari al 24% del PIL. Presenza del sommerso oggi confermata anche dall’aumento dell’ammontare delle compensazioni IVA (circa 17 miliardi di euro) che però non trova riscontro negli aumenti degli scambi e delle transazioni da cui origina il credito usato.

Si tratta di dati molto preoccupanti, sono questi dati impressionanti che pesano sui contribuenti onesti, riducono la competitività di larga parte delle imprese, determinano iniquità e disarticolano il tessuto sociale.

La UIL propone una grande  “intesa per la legalità e per la riduzione della pressione fiscale”. Un’intesa fra chi – lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, imprenditori, professionisti – paga le tasse per far sì che tutti – lavoratori dipendenti, lavoratori autonomi, imprenditori, professionisti – paghino il dovuto.

Intesa per la legalità fiscale

L’obiettivo è quello di un recupero di un decimo l’anno degli oltre 100 miliardi stimati di imposte evase per i prossimi cinque anni. Un obiettivo che può essere raggiunto se tutti lo condividono e tutti marciano nella stessa direzione.

Ciò può essere conseguito, da un lato, se si rende più efficace ed incisivo il sistema posto a presidio della legalità e dall’altro, introducendo misure atte a rafforzare i diritti del contribuente.

Per ristabilire la legalità fiscale la UIL propone i seguenti interventi:

1)      Strumenti di controllo in grado di bilanciare il legittimo interesse dei contribuenti alla semplificazione degli adempimenti cui sono tenuti e a non subire oneri eccessivi all’esplicarsi delle loro attività economiche e professionali, con quello altrettanto legittimo dell’erario a poter svolgere una efficacia attività di controllo. Non sempre questo bilanciamento c’è stato: si è passati da misure ritenute per alcuni aspetti eccessivamente invadenti alla loro soppressione integrale, senza prevedere misure alternative anche di minore rigidità, riaprendo in tal modo varchi attraverso i quali per anni è passata l’evasione fiscale. Ciò è avvenuto ad esempio in materia di tracciabilità dei pagamenti, senza tenere nella dovuta considerazione che tanto più sono diffusi i pagamenti elettronici tanto minore è la dimensione dell’illegalità.

2)      Miglioramento qualitativo e quantitativo dell’attività di controllo e di accertamento dell’Amministrazione fiscale.

A distanza di circa 10 anni dall’istituzione delle Agenzie fiscali appare  necessaria una riflessione per verificare possibili interventi finalizzati ad aumentarne le potenzialità nell’attività di contrasto all’evasione.

In questa direzione si muove la nostra proposta di prevedere, nel quadro del sistema pubblico della fiscalità, una specifica struttura dedicata alle attività di controllo, accertamento e contenzioso, che per la loro peculiarità richiedono modelli organizzativi flessibili, competenze e aggiornamenti professionali continui per far fronte alle sempre più diffuse e sofisticate modalità di evasione ed elusione fiscale.

Le attività di consulenza, di assistenza, di servizio ai contribuenti e più in generale di “compliance”, rispondendo ad esigenze più strettamente correlate al territorio ed alla vicinanza con i contribuenti, sono svolte da Uffici la cui polifunzionalità sarebbe estesa anche ad altre tipologie di tributi sia erariali che locali, con indubbio giovamento dei contribuenti oggi costretti a recarsi in sedi diverse, talvolta non facilmente raggiungibili, a seconda del tributo cui sono interessati.

C’è l’esigenza di un modello organizzativo che risponda alle esigenze proprie del nuovo scenario delineato dal federalismo fiscale, senza sovrapposizioni, duplicazioni e confusione dei ruoli, utilizzando  al meglio le sinergie e le esperienze consolidatesi in questi anni.

3)      Ampliamento del contrasto di interessi , che sappia da un lato interessare l’area dei servizi alle persone e il commercio, e dall’altro preveda strumenti adeguati, soprattutto di natura informatica, per contrastare abusi e comportamenti fraudolenti.

4)      Potenziamento del ruolo degli enti locali, che va rafforzato attraverso un loro effettivo coinvolgimento nella strategia e nell’attività di contrasto all’evasione, a partire da quella di “prossimità”, maggiormente visibile sul territorio. In tale quadro riteniamo che una riflessione vada anche fatta sul sistema delle convenzioni,  come ad esempio quelle stipulate dalle Regioni in materia di controlli dell’IRAP, per una verifica dei risultati e dell’effettiva rispondenza al principio di responsabilità in capo all’ente titolare dei tributi piuttosto che all’ente convenzionato. Gli enti locali debbono in ogni caso poter disporre di banche dati aggiornate e tra loro comunicanti.

5)      L’introduzione di modalità di incentivazione dei comportamenti fiscali virtuosi. Il nostro sistema fiscale, se da un lato è ridondante di strumenti di compliance con chi non ha fatto il proprio dovere fiscale, nulla prevede per chi adempie in modo corretto ai propri doveri fiscali. Bisogna prevedere modalità “premianti” per i contribuenti virtuosi, che possono esse di natura fiscale, come ad esempio un credito d’imposta che potrebbe essere utilizzato ad esempio per le tasse scolastiche, per l’acquisto di libri ecc, per i mezzi di trasporto ecc., ma anche per agevolare l’accesso a taluni servizi sociali.

Per rendere pienamente esigibili i diritti in campo fiscale, la UIL propone quattro modifiche allo Statuto del Contribuente:

1)     Elevare a rango costituzionale il principio di non retroattività e le altre disposizioni dello Statuto del contribuente che attengono a diritti considerati fondamentali e non derogabili. Si darebbe, in tal modo, un forte segnale di effettività di tutela dei diritti riconosciuti al contribuente che ancora non sono entrati nella coscienza e nei comportamenti del corpo sociale.

2)     Rivedere la normativa che disciplina il ruolo del Garante del contribuente, rafforzandolo e dando maggiore efficacia agli interventi proposti. L’Ufficio del Garante deve essere strutturato tenendo conto delle dimensioni socio economiche del territorio di competenza e vada ad esso riconosciuta autonomia, superando l’attuale condizione di dipendenza organizzativa dall’Agenzia delle Entrate, sui cui Uffici svolge attività di vigilanza.

3)     Rafforzare il ruolo e la struttura organizzativa del Ministero dell’Economia chiamato a vigilare sulla corretta applicazione dello Statuto del Contribuente da parte degli uffici delle Agenzie fiscali. A tal fine si rende, fra l’altro, necessario prevedere che il Ministero, nel rispetto dell’autonomia delle Agenzie, stabilisca direttamente le modalità di vigilanza.

4)     Dare maggiore “peso” al rispetto dei principi contenuti nello Statuto del Contribuente in sede di valutazione degli obbiettivi assegnati e dei risultati conseguiti e nella definizione dei sistemi incentivanti.

Intesa per la riduzione della pressione fiscale

L’altro obiettivo dell’Intesa è costituito da una politica fiscale per l’equità e lo sviluppo finalizzata alla riduzione della pressione fiscale, utilizzando a tale fine anche le risorse provenienti dal contrasto all’evasione.

La nuova politica fiscale dovrebbe, in particolare, prevedere:

1)   La riduzione del carico fiscale sui redditi da lavoro e da pensione.

Il reddito disponibile ha avuto una evoluzione che ha penalizzato i lavoratori dipendenti e i pensionati. Una situazione non più sostenibile, che ha determinato anche una contrazione dei consumi, con ricadute sul gettito fiscale e, più in generale, sui conti pubblici e che va corretta, per ragioni di equità ma anche di politica economica, attraverso misure fiscali che aumentino il reddito disponibile dei lavoratori dipendenti e dei pensionati.

Gli interventi possibili passano attraverso un aumento delle detrazioni specifiche ovvero modalità di detassazione  di emolumenti o di incrementi salariali. Una proposta  che la UIL ha da tempo avanzato e che però è stata recepita solo parzialmente con effetti limitati, come la detassazione dello straordinario e dei premi di produttività.

Per la UIL uno strumento di intervento a favore dei lavoratori dipendenti e pensionati efficace ed immediatamente percepibile è quello di una detassazione delle prossime tredicesime.

2)   Un credito d’imposta per quanti non sono nelle condizione di trarre beneficio dal sistema delle detrazioni, gli incapienti.

3)   La centralità della famiglia, che tenga conto del numero dei componenti, della presenza di figli, di persone anziane, di portatori di handicap.  Una  politica fiscale di sostegno alla famiglia più coerente con i valori e le indicazioni contenute nell’art. 29 della Costituzione, deve anche mettere mano al sistema delle deduzioni e delle detrazioni degli oneri, che va implementato in particolare in direzione della istruzione e della formazione dei figli e dell’assistenza degli anziani e dei portatori di handicap.

4)   Il rafforzamento della riduzione dell’imposizione fiscale sugli gli investimenti in ricerca, innovazione e formazione.

5)   La razionalizzazione dell’imposizione sugli immobili.

6)   L’armonizzazione del trattamento tributario dei redditi finanziari con quello vigente negli altri paesi dell’unione Europea, superando in tale modo l’anomalia  che caratterizza il nostro Paese, rappresentata dal fatto che tali redditi scontano una aliquota largamente inferiore a quella prevista per i redditi da lavoro e da pensione, anche di quelli più modesti.

L’insieme delle questioni legate al sistema fiscale attengono strettamente alla nostra concezione della democrazia, della sua evoluzione e del suo rafforzamento. Nel nostro Paese nell’ambito della fiscalità permangono, anzi vanno rafforzandosi, diffuse aree di privilegio. La democrazia non è compatibile con aree di privilegio. Per questo noi sosteniamo da tempo che non c’è vera democrazia se non c’è democrazia fiscale. Fare il proprio dovere con il fisco è una delle condizioni principali per accedere ai diritti di cittadinanza. Torna l’inscindibile rapporto tra doveri e diritti che è il cuore della nostra visione di essere cittadini in una comunità democratica. Coloro che si sottraggono al proprio dovere verso il fisco attentano alla democrazia. I diritti, infatti, sono beni costosi e l’impegno dei cittadini ad assumersene la propria parte di onere, attraverso il fisco, è un comportamento coerente allo status di cittadini. La UIL crede fermamente a questa visione del rapporto tra democrazia e cittadinanza senza il quale una democrazia non può funzionare.

LA RIFORMA CONTRATTUALE E I SUOI RIFLESSI SUL SINDACATO

Il 22 gennaio scorso le parti sociali, con esclusione della CGIL che ha deciso di separarsi dalle altre confederazioni sindacali, hanno siglato l’accordo sulla riforma contrattuale. Un accordo di grande rilevanza. Innanzitutto perché regola la questione della rappresentatività effettiva delle organizzazioni sindacali. Attualmente soltanto nel pubblico impiego, considerando sia il numero degli iscritti che i consensi ottenuti dalle singole sigle sindacali nelle elezioni delle RSU, è possibile misurare con assoluta certezza il peso di ciascuna organizzazione. Negli altri settori lavorativi vale ancora oggi l’autocertificazione. Il nuovo accordo invece estende un principio ed introduce una pratica sindacale che migliora la trasparenza e la democrazia nelle relazioni industriali italiane. Ovviamente l’accordo del 22 gennaio 2009 non si limita ad una misurazione più limpida della rappresentatività e ad una regolazione delle relazioni industriali. Incide direttamente sulle vicende economiche italiane. Intanto viene decretata la fine del protocollo del 1993. Esso era basato sul controllo delle variabili economiche, salari inclusi. Tuttavia, nel corso della durata del protocollo del 1993, è accaduto più volte che prezzi e tariffe siano cresciuti più dell’indice di inflazione programmata a differenza dei salari. E appunto l’altro pilastro dell’accordo del 1993 era costituito dall’inflazione programmata. Un indice predefinito dai governi e fortemente condizionato dall’andamento del bilancio pubblico. Un modello decisamente superato e certamente non in sintonia con la nuova fase economica del paese. Gli attori sociali più volte hanno tentato di elaborare e definire un nuovo modello contrattuale. Le caratteristiche del nuovo modello, a giudizio unanime, dovevano contenere:

a)    una maggiore aderenza alla realtà ed al consumo dei lavoratori e delle loro famiglie;

b)   un modello fluido che meglio rappresentasse le articolazioni produttive del paese e le differenze esistenti tra i diversi settori;

c)    contribuisse decisamente a risolvere l’annosa questione della bassa produttività italiana. Sviluppando la contrattazione di secondo livello, contestualmente riavvicinando il sindacato sui luoghi di lavoro;

d)   fosse un’opportunità per le parti sociali per una intensa negoziazione e per la crescita e per la diffusione della bilateralità.

Contenuti complessi che hanno segnato la discussione interna del sindacato italiano negli ultimi anni e negli ultimi mesi. L’accordo del 22 gennaio perciò non è un improvviso fulmine a ciel sereno. E’ la sintesi di una lunga discussione presente nel sindacato italiano. E’ anche il giusto equilibrio tra rivendicazioni sindacali ed esigenze del sistema di imprese. Per la parte che riguarda più direttamente la tutela del salario e del reddito dei lavoratori e delle loro famiglie, il giudizio della UIL è che si tratta di un buon accordo perché consegue gli obiettivi sopra richiamati. Ricapitoliamoli brevemente. L’inflazione programmata scompare. Si passa ad un nuovo indice. L’IPCA indicizzerà e in maniera più sensibile l’inflazione scaturita nell’ambito nazionale ed interverrà sull’inflazione importata con l’esclusione dei prodotti energetici importati. Le ragioni di questa esclusione sono riconducibili alla responsabilità assunta dalle parti sociali nel mantenere comportamenti coerenti e virtuosi in modo da disinnescare la scintilla inflativa e la perversa rincorsa prezzi salari. Il monitoraggio dell’inflazione quindi sarà affidata ad un soggetto terzo indicato dalle parti (ISAE). La novità più rilevante però è costituita dalla triennalità della vigenza contrattuale sia per la parte economica che normativa. Nel caso di  scostamenti significativi tra inflazione attesa e quella effettiva sarà possibile recuperare il differenziale nell’arco di vigenza contrattuale. Il nuovo modello contrattuale nasce anche per diffondere la contrattazione aziendale ed attraverso essa incrementare la produttività. E’ evidente che la contrattazione di secondo livello deve essere supportata da adeguati incentivi fiscali e contributivi convenienti per imprese e lavoratori. Comunque, laddove la contrattazione di secondo livello non sia accessibile è istituito un elemento retributivo di garanzia stabilito in sede di contratto nazionale. Infine, la tempistica della presentazione delle piattaforme per i rinnovi contrattuali elimina le ricorrenti drammatizzazioni e gli indefiniti periodi di vacanza contrattuale che hanno fortemente inciso sull’erosione salariale dei lavoratori italiani. Il nuovo modello contrattuale è dunque sorretto da una buona e solida architettura. Le prime verifiche saranno già a breve. Soltanto una posizione intrisa di pregiudizi ideologici può guardare con nostalgia al vecchio modello o proporre alternative irrealistiche e demagogiche incompatibili con le dinamiche della realtà italiana. Bisogna avere la consapevolezza che in qualche caso ciò accadrà. Per il momento bisogna registrare come importanti categorie nazionali hanno definito piattaforme unitarie. Analogamente, il nuovo modello contrattuale nel comparto artigiano, oltre a ribadire la centralità della bilateralità, ha già avviato la prima intesa applicativa ed un processo di razionalizzazione contrattuale riducendo i CCNL da 17 a 9. Possibilità di ulteriori riduzioni contrattuali con conseguenti aggregazioni saranno valutate dalle parti in relazione alla operatività immediata del secondo livello di contrattazione. All’interno di questa logica sarà possibile stipulare contratti regionali di lavoro sia su base territoriale che di settore. Dipenderà dalla cultura e dal radicamento sociale delle parti nel territorio. Al di là dell’artigianato, anche il sistema delle PMI strutturato associativamente ha siglato intese sul nuovo modello contrattuale, aprendo concrete possibilità alla contrattazione territoriale di secondo livello. Soprattutto alla luce di tutto ciò appare difficilmente comprensibile l’esclusione delle organizzazioni sindacali nazionali dall’attuazione della Direttiva Europea “Small Business Act”. Nel pubblico impiego, fin dai primi anni ’90, la UIL ha condotto le battaglie per la privatizzazione del rapporto di lavoro culminate nel Decreto Legislativo n. 29 del 1993.

In coerenza con tale impegno, la UIL ha sottoscritto nel 2007 con il Governo ed il sistema delle autonomie il “memorandum” sulla P.A., nel quale si delineava un cammino, purtroppo abbandonato dalla politica, teso alla valutazione ed incentivazione della produttività quali-quantitativamente intesa del lavoro pubblico, al riconoscimento ed alla valorizzazione del merito, alla introduzione di un più stretto collegamento tra funzione e responsabilità, alla valorizzazione della dirigenza pubblica in ottica manageriale, alla razionalizzazione dell’impiego delle risorse umane sul territorio, alla pratica concreta dei principi di trasparenza dell’azione pubblica, alla previsione di strumenti condivisi di revisione di importanti meccanismi di funzionamento degli apparati.

La coerenza con tale linea d’approccio ai problemi dell’amministrare pubblico appare ancor più imperativa per il ruolo e l’azione che la UIL sarà chiamata a svolgere nel settore nel prossimo medio periodo, nel quale nuovi fattori dovranno essere considerati. La riforma del modello contrattuale, confermata per il lavoro pubblico nell’Intesa del 30 aprile 2009, costituisce il grande strumento con cui il sindacato potrà perseguire gli obiettivi di tutela dei lavoratori, di miglioramento dei servizi e di concorso al sostegno del sistema-paese. Infatti, i contratti triennali che il nuovo modello porterà a stipulare avranno nuove caratteristiche favorevoli e importanti. I tempi certi per l’entrata in vigore delle norme contrattuali, valenti fin dalla propria decorrenza, e le più efficaci procedure di contrattazione. La possibilità che – a differenza della situazione contrattuale precedente – la produttività venga sostenuta da possibili specifiche risorse ulteriori rispetto a quelle destinate alla difesa del potere d’acquisto. L’estensione degli spazi della pratica contrattuale, soprattutto ai livelli decentrati, avvicinando il salario alla produttività reale in modi non generici, ma coerenti con le singole specificità.

Grazie a queste più favorevoli condizioni il sindacato potrà essere attore di una rivoluzione copernicana che, a partire da quella capillare azione sui singoli posti di lavoro pubblici cui la nuova contrattazione lo costringerà, porti a compimento il processo di evoluzione dell’intera P.A., quel processo che proprio il sindacato, con la UIL in prima fila,  promosse vent’anni fa.

Una rivoluzione copernicana in cui la macchina pubblica si ponga compiutamente, con trasparenza, efficacia ed efficienza, a sostegno del Paese, modificando – ove necessario – anche alcuni propri modi di essere, formando, tutelando e valorizzando i propri operatori a tutti i livelli, con un ruolo basilare che spetterà alla dirigenza pubblica, cui dovrà finalmente essere garantita l’indipendenza dalle ingerenze gestionali della politica in un quadro di responsabilità e premialità che la rendano concorrenziale con la dirigenza privata.

Il cuore concettuale dell’accordo del 22 gennaio è rappresentato dalla centralità delle parti sociali. La parabola discendente del fordismo e la ridefinizione del ruolo dello Stato nelle società contemporanee rendono necessario ed evidente lo sviluppo di una nuova e più ampia sussidiarietà. In questa direzione, le parti sociali devono concretamente dimostrare che un nuovo protagonismo relazionale è in grado di decretare prima di tutto la fine del modello antagonista e conflittuale. Aprire una nuova fase significa anche reciproco riconoscimento e presa d’atto che il modello contrattuale precedente, basato sull’omogeneità dei salari e dei diritti, va profondamente rivisitato. La flessibilità non è solo sinonimo di precarietà. E’ una esigenza imprescindibile delle imprese e talvolta una scelta consapevole del lavoratore. Nella ratio dell’accordo del 22 gennaio si possono effettuare delle sperimentazioni e delle innovazioni contrattuali. Ad esempio connettere le tutele ai salari. Maggiore è il reddito da lavoro atipico minore sarà la rete delle tutele e viceversa. Un tale modello conseguirebbe molteplici obiettivi. Sarebbe più rispettoso delle scelte individuali, portando al centro dell’azione sindacale il valore della persona. Difenderebbe i lavoratori non dal mercato ma nel mercato. Ci costringerebbe a sviluppare modelli sociali meno rigidi e più aderenti alle articolazioni attualmente presenti nel mercato del lavoro. Intrecciare tutele e valori salariali significa anche uscire dalla foresta pietrificata di un modello sociale rigido e non più rispondente alle esigenze generali di maggiore flessibilizzazione che vengono avanzate non solo dalle imprese, ma anche dai lavoratori, sempre più desiderosi di essere protagonisti della loro organizzazione esistenziale. In questo ambito, l’ambito cioè di una ampia libertà per il lavoratore di meglio disporre del proprio lavoro e di organizzare in modo più conveniente la propria vita non si possono escludere contratti individuali liberamente sottoscritti dai contraenti. Il compito di un’organizzazione sindacale che accetta la sfida della modernità è di allargare il campo delle opportunità da offrire al mondo del lavoro. Presidiare o addirittura invocare il ritorno alla prescrittività ed alla normazione pignola dei rapporti ha due conseguenze immediate. Consegna alle parti sociali un ruolo puramente burocratico e notarile. Favorisce indirettamente il travaso dai rapporti regolari a quelli irregolari. Invece, una volta fissati gli standard minimi, le parti devono essere libere di regolare i rapporti negoziali senza interferenze. Il nuovo modello contrattuale a questo lucidamente tende. Il superamento della dimensione antagonista e conflittuale mette in campo due opzioni. La libertà di scelta del lavoratore ed il parallelo sviluppo del sindacato dei servizi. Sindacato dei servizi non in un’accezione meramente burocratica, ma che ponga al centro della propria attività l’immenso patrimonio costituito dalla persona e dal suo valore.

FEDERALISMO E CONTRATTAZIONE TERRITORIALE

L’attuazione del Titolo V della Costituzione

Con l’approvazione da parte del Parlamento della Legge Delega per l’attuazione l’articolo 119 della Costituzione si da, dopo 8 anni, finalmente attuazione al Titolo V.

La UIL esprime una condivisione di massima, ma condizionata, dell’impianto generale del Disegno di Legge Delega, in quanto la norma, benché in via provvisoria, individua alcune funzioni essenziali e fondamentali di Regioni ed Enti Locali, per quanto riguarda le imposte ed i tributi da devolvere ne fissa soltanto i principi e ne rimanda la identificazione ai Decreti Attuativi.

Necessita, quindi, un confronto nel merito, con tutti gli approfondimenti necessari, per esprimere pareri  ed una valutazione sul Disegno di Legge e, soprattutto, sui successivi Decreti Legislativi attuativi.

Occorre che si stabiliscano, in primis, quali sono le imposte da devolvere ai vari livelli istituzionali ed, al tempo stesso, scriverne le “cifre”, perché è quando queste si scrivono che il discorso si fa più complicato.

Per la UIL l’attuazione del federalismo fiscale deve essere costruita con saggezza, perché è una riforma che riguarda da vicino la vita concreta delle persone e, soprattutto, non si dovrebbe  procedere per “pezzi”, ma  dovrebbe viaggiare insieme ad altre riforme Istituzionali e Costituzionali per stabilire prima “chi fa e che cosa”, tra Stato ed Autonomie, per poi assegnare le risorse.

L’attuazione del Federalismo Fiscale potrà  e dovrà essere, comunque,  l’occasione per costruire un  armonico e complessivo riassetto istituzionale dello Stato.

E’ in tal senso che è necessario approvare in tempi congrui i provvedimenti di legislazione ordinaria quale il Codice delle Autonomie che dovrà ridisegnare gli organi e le funzioni degli Enti Locali con l’intento di semplificarne e razionalizzarne l’ordinamento.

Devono e possono, quindi, questi processi  essere l’occasione per definire le funzioni che le singole Amministrazioni saranno chiamate a svolgere sino ad arrivare, con coraggio, a rivedere il ruolo, la funzione, il costo, l’utilità di alcune di esse a partire dal superamento delle Province, riguardi le Comunità Montane, le Comunità isolane, i Consorzi e le Circoscrizioni.

Perché è chiaro che questo processo riformatore deve essere l’occasione, in una fase caratterizzata da confusioni da sovrapposizioni di ruoli e funzioni, per definire un quadro chiaro e condiviso delle funzioni amministrative.

Si pone, inoltre, l’esigenza di ribilanciamento dei poteri delle Giunte e dei Consigli.

Con l’elezione diretta dei Sindaci, dei Presidenti di Regioni e Province, dando maggiori poteri alle Giunte si è creato uno squilibrio di poteri tra Giunte e Consigli a tutto svantaggio di quest’ultimi.

Se da un lato ciò è positivo per lo snellimento delle procedure amministrative, dall’altro è necessario un riequlibrio dei poteri tra Giunte e Consigli che valorizzi veramente quest’ultimi nel loro ruolo di indirizzo e di vero controllo dell’Amministrazione.

E’ questa una occasione per rivedere e ridurre drasticamente il numero dei componenti dei Consigli delle Autonomie Locali, soprattutto quelli Regionali cresciuti a dismisura con l’autonomia statutaria loro assegnata dalla Costituzione, razionalizzando in questo modo la spesa pubblica.

Un percorso, quindi, che da un lato sia improntato alla corretta applicazione del principio di sussidiarietà, e, dall’altro consenta di individuare la diverse responsabilità di governo.

La UIL ritiene importante chiarire, una volta per tutte, compiti e responsabilità, in modo tale da assicurare al sistema delle Autonomie il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche attribuite, e, nel contempo, assicurando l’invarianza del prelievo complessivo e le esigenze di solidarietà e di perequazione dei territori più svantaggiati.

Federalismo Fiscale

Invece la Legge Delega per l’attuazione del Federalismo Fiscale è molto confusa nell’individuazione delle funzioni fondamentali ed essenziali di Regioni, Province e Comuni.

C’è ancora molto da lavorare sull’incrocio tra il funzionamento del rapporto Stato, Regioni ed Enti Locali e le funzioni fondamentali ed essenziali di questi Enti.

Infatti, invece di snellire, semplificare, e, soprattutto, evitare duplicazioni di funzioni, la nostra impressione è che ci si stia incamminando verso tutt’altra strada. Si prenda, ad esempio, le funzioni dell’istruzione pubblica e del trasporto locale affidate sia alle Regioni che a Province e Comuni.

Così come non convince l’istruzione tra le competenze regionali, assimilandola alla sanità e all’assistenza.

La scuola, al pari della sanità, è servizio “politicamente sensibile” e forte è il rischio di irresponsabilità finanziarie ed è fonte di enorme preoccupazione il fatto che si decentri alle Regioni l’istruzione che hanno mostrato una certa incapacità a gestire il sistema sanitario.

Inoltre oltre a trasferire le competenze si trasferiscono le risorse ed il personale che ora si occupa di istruzione a livello Statale per andare alla regionalizzazione del contratto collettivo della scuola?

Se così fosse troverebbe la contrarietà della UIL perché l’istruzione, la formazione, l’educazione, sono valori di interesse nazionale e spetta allo Stato centrale assicurare l’unitarietà e la coerenza del progetto formativo per l’intero Paese.

Per questo la UIL ritiene che sia necessario ragionare in termini di un decentramento, dove le Autonomie erogano servizi all’interno, di uno Stato centrale che individua e determina i livelli essenziali delle prestazioni, il godimento dei diritti sociali e che garantisca l’uguaglianza dei diritti su tutto il territorio nazionale.

Si è persa, inoltre, l’occasione per rivedere il ruolo delle Regioni e delle Province Autonome. Dal momento che si va verso un fisco federale, la UIL ritiene anacronistico che queste Istituzioni mantengano prerogative e privilegi maggiori rispetto alle regioni a Statuto Ordinario.

Responsabilizzazione degli Amministratori Locali

Dal punto di vista della responsabilizzazione della spesa pubblica è condivisibile il superamento della spesa storica attraverso la determinazione del fabbisogno standard per il finanziamento dei livelli essenziali e delle funzioni fondamentali.

Certo l’adozione del criterio del “costo standard” da una parte può assicurare la risposta ad un’esigenza di responsabilizzazione degli Amministratori Locali, di efficienza ed efficacia del servizio, dall’altra, potrebbe avere riflessi negativi nei territori a “minore capacità fiscale” mettendo in difficoltà il Mezzogiorno.

Molta attenzione, quindi, andrà prestata ai Decreti Attuativi al sistema della perequazione. Su questo punto deve essere chiaro che essa sia di competenza legislativa dello Stato.

Inoltre, con la perequazione parziale per le funzioni non fondamentali, si corre il rischio di non assicurare la copertura delle funzioni attribuite, sia pure misurate a costi standard “virtuosi”.

In questa ottica occorre una Legge che obblighi le amministrazioni alla redazione omogenea dei propri Bilanci, perché la lettura omogenea dei bilanci dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali, rappresenta il nodo essenziale del federalismo fiscale, per definirne i costi standard e garantire, in tal modo, su tutto il territorio nazionale un calcolo appropriato in maniera uniforme.

E’ necessario, inoltre, apportare delle correzioni rispetto alla responsabilizzazione degli Amministratori Locali.

Ci sono troppe Regioni, tantissime Amministrazioni Locali, anche importanti in dissesto e molto spesso la soluzione a questo problema viene individuata, quasi esclusivamente,  con la elevazione, al massimo, dell’imposizione fiscale per le imprese e i cittadini, essendo i lavoratori dipendenti e i pensionati i maggiori contribuenti. Crediamo che tutto ciò sia insopportabile e non più  perseguibile.

Per questo la politica deve prendere in considerazione, che la sanzione per chi ha prodotto questi danni non può gravare esclusivamente sulle spalle dei contribuenti.

Le forze politiche dovrebbero, in tal senso, porsi un problema di sanzione anche dal punto di vista politico istituzionale, attraverso un codice comportamentale interno, che magari imponga “l’ineleggibilità”, per queste persone, diciamo per almeno 5 anni.

E qui si innesta il problema dei controlli contabili, in quanto non si può far svolgere questo delicatissimo compito di “controllo” da chi è stato designato per essere “controllato”.

Come UIL, riteniamo che l’attuale sistema di controllo attraverso i revisori dei conti nominati dai rispettivi Consigli degli Enti Territoriali non regga.

A nostro avviso vanno ricercate nuove modalità per la certificazione dei Bilanci degli Enti Territoriali, con controlli preventivi per il rispetto e la veridicità delle poste iscritte in Bilancio, perché poi se non si rispettano i parametri del patto di stabilità scattano automaticamente gli aumenti dei tributi locali, con la conseguenza che a pagare saranno sempre i cittadini.

Fiscalità Locale

Perplessità suscita il fatto che nel testo approvato per l’attuazione del Federalismo Fiscale non si prevede nessuna forma di progressività delle aliquote.

Così come gli aspetti legati ai tributi, laddove si parla di addizionali Regionali e Comunali IRPEF, sulla cui applicazione le amministrazioni Regionali e Comunali hanno ampia facoltà autonoma di manovrabilità delle aliquote.

La UIL ha sempre sostenuto e sempre lo sosterrà che anche per le Addizionali IRPEF Regionali e Comunali occorra prevedere la progressività delle aliquote per scaglioni di reddito e prevedere soglie di deduzioni della base imponibile (NO TAX AREA) per lavoratori dipendenti e pensionati.

Inoltre la facoltà da parte delle Regioni di istituire ulteriori tributi propri sia regionali che locali e la previsione di nuove imposte locali di “scopo” e l’individuazione di nuovi tributi per le costituende Città metropolitane rischia di vanificare il principio della semplificazione del sistema tributario con aumenti e non riduzioni degli adempimenti a carico dei contribuenti. Non è, quindi, infondato il timore, di un aumento della pressione fiscale soprattutto per i lavoratori dipendenti e pensionati per l’effetto di nuove Addizionali e nuovi tributi.

Per la UIL deve essere chiaro che l’attuazione del federalismo fiscale non si deve tradurre in aumenti della pressione fiscale per i lavoratori dipendenti e pensionati e dovrà essere imperniato sui principi dell’uguaglianza, solidarietà e progressività e, soprattutto sull’esigibilità dei diritti civili e sociali che devono essere assicurati su tutto il territorio Nazionale.

Città Metropolitane

In merito all’ istituzione delle Città Metropolitane, essa può determinare vantaggi in termini di efficienza amministrativa e di semplificazione degli apparati, consentendo la realizzazione di economie di scala idonee a ridurre costi e a liberare risorse, a condizione che il loro numero sia definito e limitato a quelle realtà urbane più grandi e complesse (Milano, Napoli, Torino e Palermo), ed a condizione che si espliciti in termini definitivi, l’alternatività tra provincia e città metropolitana, ove istituita, al fine di escludere tassativamente eventuali duplicazioni e sovrapposizioni di strutture e di funzioni.

Roma Capitale

Quanto alla questione di Roma capitale, la UIL ritiene opportuna la scelta di dare corretta attuazione all’ ultimo comma dell’ articolo 114 della Costituzione, che ne rimette la disciplina dell’ ordinamento alla legge dello Stato in quanto una Legge ad hoc è da privilegiare rispetto ad interventi, finora realizzati estemporaneamente e dettati più da esigenze contingenti.

E’ positivo sotto questo punto di vista la connotazione in termini chiari ed espliciti di dotare Roma Capitale di un potere regolamentare in deroga alle vigenti disposizioni legislative.

Servizi Pubblici Locali

Infine, ma non meno importante, è il tema legato alla riforma dei Servizi Pubblici Locali.

Abbiamo sollevato tutte le nostre perplessità quando il governo ha deciso tale riforma attraverso lo strumento della Legge Ordinaria anziché attraverso lo strumento della Legge Delega.

Ciò perché con lo strumento della legislazione ordinaria per l’applicazione delle norme si fa ricorso a regolamenti attuativi che lasciano pochi margini per apportare correttivi a differenza dei Decreti legislativi.

La UIL è d’accordo con una revisione del funzionamento dei Servizi Pubblici Locali ed alla loro liberalizzazione a patto però di definire con chiarezza il principio di “Servizio Pubblico”.

Si devono distinguere in modo netto i servizi di rilevanza economica da quelli più propriamente di carattere “sociale”.

Per la UIL la gara ad evidenza pubblica per i servizi pubblici aventi caratteristiche “industriali”, con alcuni fondamentali elementi di garanzia, può diventare la regola, lasciando all’Ente Pubblico la facoltà di stabilire come, con quali forme e strumenti, gestire i servizi di carattere più propriamente sociale.

Un processo di esternalizzazioni che, nel momento della gara, deve però prevedere espressamente che tra le clausole per l’affidamento sia previste norme contro il “dumping sociale” delle lavoratrici e lavoratori, per cui si deve applicare il contratto nazionale di riferimento o di settore e, soprattutto assicurare il mantenimento dei livelli occupazionali.

Un’attenzione particolare quando si affronta il tema di liberalizzazione dei Servizi Pubblici va prestata al delicato tema delle tariffe, essendo in presenza di servizi fortemente condizionati da monopoli naturali o territoriali, il rischio è che non si possono determinare le condizioni per una vera concorrenza nel mercato.

Per questo va prestata attenzione all’efficienza del servizio che deve coniugare tre elementi: costo/qualità e benefici.

Occorre poi prevedere strumenti adeguati di regolazione, separando il ruolo tra chi indice la gara tra chi ha il compito di “regolare” o di “controllare”. Una soluzione consiste nello stabilire forme di “governance” tra controllo e gestione, in cui a poteri di gestione ben definiti, corrispondano poteri di indirizzo e vigilanza altrettanto forti.

Uno strumento può essere individuato nelle “Authority” sui Servizi Pubblici Locali che, devono avere caratteristiche di terzietà e che accompagnino l’azione di governance, con una conseguente riforma delle Authority Nazionali.

Per quanto riguarda la Carta dei Servizi, va coinvolto il Sindacato Confederale, in quanto soggetto portatore di interessi generali dei “lavoratori e pensionati utenti”.

Inoltre essa deve essere organicamente collegata al contratto di servizio, così come vanno regolate meglio la gestione dei reclami, la definizione dei risarcimenti a favore degli utenti, le indagini e i sondaggi di customer satisfaction.

In questa ottica, la UIL propone di istituire un “Osservatorio Nazionale” sulla gestione dei servizi Pubblici Locali, con il coinvolgimento delle Parti Sociali ed Economiche e delle Associazioni dei Consumatori.

La contrattazione territoriale

Il decentramento amministrativo, l’autonomia impositiva delle Autonomie Locali, il ruolo delle politiche di coesione nelle Regioni hanno modificato il profilo economico e finanziario della galassia delle Autonomie Locali.

Tali cambiamenti hanno modificato, in modo sostanziale, i processi di programmazione delle linee strategiche di sviluppo, ma anche, e  soprattutto, inciso sulla quantità e qualità del reddito dei lavoratori dipendenti e pensionati.

Questi mutamenti hanno assunto caratteristiche tali da rendere, per la UIL, sempre più importante la “conquista” di un ruolo protagonista e partecipativo anche nel territorio.

Perché per la UIL la concertazione e la contrattazione sulle scelte di bilancio delle Regioni, Province e Comuni non devono essere un semplice “rito”, dei momenti occasionali una sorte di “una tantum”, e, circoscritti alla mera informazione dovuta nei confronti delle parti sociali, ma un momento decisivo per incidere sulle scelte di politica fiscale, sociale, economica e finanziaria nel territorio.

Anche in virtù dei recenti accordi sulla riforma del modello contrattuale, il metodo della contrattazione territoriale dovrà sempre di più strutturarsi e forse perfino “codificarsi” con regole e procedure concordate nell’ambito di intese sulle relazioni sindacali tra Autonomie Locali e Sindacato.

D’altronde quando la spesa totale, a legislazione invariata, di Regioni, Province e Comuni rappresenta oltre il 68% della spesa pubblica dello Stato un Sindacato attento, e che vive nella realtà del Paese, non può che tenerne conto.

Senza contare che le tasse, imposte e tariffe locali pesano mediamente, sulle tasche dei cittadini, per oltre il 6% del proprio reddito.

Proprio per questo, la UIL ritiene, anche in considerazione dell’attuazione del federalismo fiscale, che è nel territorio il campo in cui si gioca la partita per il rilancio del Paese, condizione questa essenziale per poter avviare una vera politica di equità e di giustizia sociale, basata sullo sviluppo economico ed infrastrutturale.

Convinzione questa supportata, anche, dalla programmazione delle politiche di coesione dove si stabilisce, con nettezza, che la programmazione dei Fondi Strutturali Europei sia attuata attraverso le politiche regionali e territoriali.

E quest’ultime sono le risorse, come si evince anche dal dibattito che si è aperto recentemente nel Paese, nella grande maggioranza dei territori, soprattutto nel Mezzogiorno rappresentano le uniche fonti di finanziamento per lo sviluppo economico e le infrastrutture.

Ecco, perché per la UIL, la contrattazione sui bilanci delle Regioni, Province e Comuni, con riferimento alle scelte finanziarie, sono elemento fondamentale della propria azione di tutela del reddito dei lavoratori e pensionati.

Occorre tenere presente, che una “buona contrattazione” con le Autonomie Locali, per il forte peso che ha la finanza locale sulle “tasche dei lavoratori e dei pensionati”, spesso equivale a un beneficio economico talvolta superiore a quello di una buona negoziazione contrattuale di categoria o di azienda.

Si pone, quindi, anche per il Sindacato, la questione di come affrontare, a livello di “territorio”, il confronto sulla finanza pubblica, sul fisco e sullo stato sociale, che una volta veniva concertato solo a livello nazionale e che oggi è di competenza dei vari livelli istituzionali.

Si prenda ad esempio la sanità dove il deficit sanitario degli anni passati, ha contribuito ad aumentare la pressione fiscale in molte Regioni, con gli incrementi automatici dello 0,5% dell’Addizionale Regionale IRPEF e dell’1% dell’IRAP, oltreché la necessità per queste Regioni di ridurre la spesa sanitaria, razionalizzando e chiudendo strutture ospedaliere o di ricorrere all’accensione di mutui trentennali, indebitando ulteriormente in questo modo i cittadini.

Negli ultimi anni, in verità, si è sviluppata in molti territori la prassi della negoziazione sui bilanci preventivi delle Istituzioni locali, si sono firmati accordi, protocolli, a volte innovativi anche soprattutto nell’ultimo anno per affrontare i problemi della crisi.

Certo, sarebbe importante, ma attualmente è impensabile aprire confronti in tutti gli 8102 Comuni del nostro Paese, ma sarebbe già sufficiente una contrattazione, che oltre il livello regionale e provinciale, si sviluppasse in tutti gli Enti territoriali al di sopra dei 10 mila abitanti.

In tale direzione si pone, per la UIL, l’esigenza di creare una nuova sinergia tra il livello confederale ed il livello categoriale per sviluppare la contrattazione locale.

E’ chiaro che la titolarità della contrattazione territoriale è e resta del livello confederale, ma non c’è dubbio che la sinergia con alcune categorie, soprattutto la UIL Pensionati e la UIL FPL, può senza ombra di dubbio far si che si possano raggiunge un più alto numero di Enti territoriali.

Formare per contrattare

Ecco, quindi, che diventa indispensabile conoscere e saper leggere i bilanci delle Regioni, Province e Comuni, per sapere quanto e come questi “spendono” i nostri soldi, per fornire i servizi essenziali, e, come acquisisce le risorse per finanziare tutte le spese.

Per raccogliere questa sfida occorre preparare in modo adeguato i Quadri ed i Dirigenti sindacali che operano sul territorio.

In questa ottica diventa fondamentale una formazione sindacale specifica, perché se si deve “alzare il livello del confronto” a livello locale, occorre un sindacato, oltre ad essere presente quotidianamente sui problemi, anche un sindacato che studia, elabora e fa formazione.

Una formazione che accanto alla tradizionale acquisizione del sapere sindacale, sia in grado di fornire strumenti per migliorare la capacità di intervento nel territorio, con particolare riferimento alla contrattazione locale sulla lettura di Bilanci delle autonomie Locali.

La UIL già da quattro anni ha iniziato un percorso formativo sulla lettura dei Bilanci di Regioni, Province e Comuni, destinato alle strutture regionali e territoriali e categoriale quali la UIL Pensionati e la UIL FPL.

In particolare con la UIL Pensionati si è iniziato un percorso formativo a Quadri e Dirigenti sindacali regionali, che a fine percorso formativo siano in grado di fare formazione, su questi temi, nei loro territori.

Dobbiamo proseguire e rafforzare tali esperienze investendo risorse sia umane che finanziarie con l’obiettivo di formare il più alto numero di sindacalisti UIL che operano nel territorio.

MEZZOGIORNO E COESIONE NAZIONALE

Premessa

Il Mezzogiorno, nel corso degli ultimi anni, ha visto aggravarsi il divario con il Centro-Nord e rischia di pagare oltremodo gli effetti della crisi.

Se è pur vero che la crisi sta mettendo a dura prova tutto il tessuto produttivo del Paese, non bisogna mai dimenticare che le zone più deboli, se non si interviene con politiche di sviluppo, rischiano di pagare un “dazio” molto più delle altre aree.

Tutti gli indicatori socio economici manifestano segnali allarmanti, da quelli occupazionali a quelli infrastrutturali, alla crescita del PIL sia assoluto che pro capite.

Negli ultimi tempi c’è stata una caduta di attenzione, di interesse e di volontà politica per i problemi del Sud. Fino a qualche settimana fa, si faceva fatica a riproporre il problema Mezzogiorno, in presenza della diffusa opinione di sprechi nelle Regioni del Sud.

La sensazione era ed è che le risorse destinate allo sviluppo di questa parte del Paese, siano sprecate e si perdano in un “mare magnum” di affarismo, se non proprio di clientelismo, di burocrazie cresciute a dismisura, con la marcata tendenza a dispensare finanziamenti a pioggia, senza alcun ritorno in termini di sviluppo.

Opinione che ha puntato il dito su quel “vizio”, che in verità, riguarda generalmente il Paese, ma che è più radicato al Sud: la spesa pubblica incontrollata, al di fuori di ogni forma di responsabilità.

Si è aperto un dibattito se la risposta ai problemi del Mezzogiorno fosse un partito del Sud, idea che ha attraversato bipartisan tutte le forze politiche del meridione.

La risposta non sta certo nel promuovere il “leghismo del sud”, un movimento che ha, via via, coinvolto parte della classe dirigente meridionale, anche se questo dibattito ha avuto il merito di rimettere al centro del dibattito politico il Mezzogiorno.

Perché i problemi del Mezzogiorno devono tornare ad essere affrontati come una priorità rispetto all’agenda politica nazionale.

C’è l’esigenza di riequilibrare le differenze territoriali che ancora oggi determinano, nell’economia del nostro Paese, condizioni di “dualismo” tra i ritmi intensi di sviluppo del Centro-Nord ed i ritardi che continuano a concentrarsi in gran parte delle Regioni Meridionali.

Non c’è nessun dubbio che si devono rivendicare con forza nuove politiche nazionali per lo sviluppo delle Regioni del meridione, evitando però il rischio dell’isolamento e dell’arroccamento contro tutto il resto del Paese negando o trascurando le responsabilità a livello politico, istituzionale e sociale dell’attuale degrado del Mezzogiorno.

E’ vero che il potere decisionale della Lega Nord è cresciuto in modo esponenziale, ma per bilanciare questo strapotere non serve un “partito del Sud”. Ciò che serve è invece una Politica Nazionale che faccia veramente gli interessi delle Regioni del Mezzogiorno nel segno della completa discontinuità e del coraggio.

E’ giusto chiedere, con grande determinazione ed ad alta voce, di mettere fine al continuo saccheggio delle risorse, principalmente destinate a tale area, del Fondo per le Aree Sottoutilizzate (FAS), nel silenzio più assordante del Paese.

Occorre stabilire, una volta per tutte, che queste risorse sono destinate allo sviluppo del Mezzogiorno, ma anche ribadire come molti ritardi della programmazione nelle Regioni Meridionali non siano più giustificati, altrimenti il rischio di una “scissione nei fatti” trova spazio e prende corpo.

Nello stesso tempo bisogna mettere la parola fine ai finanziamenti a pioggia che non hanno prodotto significativi risultati in termini di sviluppo.

Occorre un senso di forte autocritica e rinnovamento della classe politica meridionale, non solo dei partiti in quanto formazioni politiche, ma per le loro responsabilità amministrative e di governo. E’ necessaria, in sintesi, una vera discontinuità sia della “politica” sia delle forze sociali organizzate.

Una forte azione di rinnovamento che aiuti a superare il distacco tra politica e cittadini ed, in alcuni casi, anche tra etica e politica; a formare nuove classi dirigenti per un nuova stagione imperniata sul sano “riformismo pragmatico del fare”.

Al Mezzogiorno servono approcci concreti e su grandi scelte strategiche: occupazione, formazione e istruzione, infrastrutture materiali ed immateriali, ricerca, qualità della spesa pubblica, finanza locale, efficienza ed efficacia della Pubblica Amministrazione, riforme amministrative.

La UIL crede, che l’avvio della soluzione della “questione meridionale”, non sta solo (o tanto) in politiche meridionaliste, ma anche nel cambiare, radicalmente, la mentalità, soprattutto, degli Amministratori Pubblici.

E’ questa la sfida che la UIL lancia: efficienza, trasparenza, responsabilità e credibilità, in sintesi “autorevolezza delle Istituzioni”.

Il vero nodo cruciale per il rilancio dello sviluppo del Mezzogiorno è il funzionamento della Pubblica Amministrazione, non solo nelle sue implicazioni economiche, ma anche socio culturali.

Quando si affronta il tema dell’efficienza, non si può non fare riferimento anche alla gestione del sistema sanitario e dei servizi pubblici locali.

Non è un caso che 5 Regioni del Mezzogiorno sono alle prese con l’extra deficit sanitario, con conseguenti aggravi per i cittadini, oltre che sul piano dei servizi, anche sul piano fiscale, per l’aumento automatico delle Addizionali Regionali IRPEF nella misura massima. E’ il “contributo”, come noto, viene principalmente dalla tassazione sui redditi da salari e pensioni.

E’ quindi necessario che si cambi il modo di spendere e di reperire le risorse delle Regioni Meridionali, perché se si vuole che il Mezzogiorno cresca, ci vogliono Istituzioni diverse, perché la crescita del Sud sarà la crescita del Paese.

E questa svolta è resa ancor più necessaria dall’avvio del federalismo fiscale, una sfida questa che il Mezzogiorno deve saper accettare.

Può essere l’occasione per fare un sereno, ma severo esame sulle politiche di sostegno allo sviluppo messe in atto in questi anni.

Perché è vero che con l’avvio del Federalismo Fiscale si possono paventare i rischi di una lacerazione del Paese, se questo processo riformatore non si baserà su un decentramento fiscale compatibile.

Ma se ci si sottrae da una analisi critica e di responsabilità della “cosa pubblica”, allora non si ha nemmeno il “diritto” di respingere con forza le tentazioni di chi vorrebbe abbandonare la logica del sistema di perequazione tra “territori ricchi” e “territori arretrati”.

E’ da queste premesse, che la UIL lancia a tutte le Istituzioni nazionali e locali, alle forze politiche di maggioranza ed opposizione, alle forze sociali ed economiche, la proposta di un rinnovato “Contratto per Il Mezzogiorno”, che prefigura degli scambi e che è basato su 3 pilastri: “Buongoverno”; “Lavoro”; “Infrastrutture materiali ed immateriali”.

Il “buon Governo”

Da questo punto di vista occorre partire dalla tesi di Gaetano Salvemini che al primo posto, tra i mali del Sud,  poneva il malgoverno.

Sollevando la questione del buongoverno, Salvemini, rivolgeva la sua critica alla classe dirigente del Mezzogiorno, ma anche a quella del Nord che, a suo giudizio, avevano tutto l’interesse affinché il Sud fosse rappresentato politicamente ai livelli più bassi.

Dai tempi di Salvemini la cose non sono certo migliorate per il Mezzogiorno. Anzi, citando le recenti parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che testualmente recitano: “il nord aiuti il sud, ma il sud deve aiutare se stesso”, emerge come da oltre 150 anni al Sud la situazione non sia di molto cambiata.

Concetti questi che fotografano la realtà del Mezzogiorno d’Italia e che mettono in evidenza tutto il dualismo Nord-Sud nel nostro Paese, come tutto l’attuale dibattito politico dimostra. Ma se il Nord vuole continuare a crescere ha bisogno di un Sud che cresca altrettanto, se non di più.

Perché, si può parlare di sviluppo sociale ed economico di un Paese, con una parte di esso, il Mezzogiorno, che cresce poco o male?

Si può credere che un Paese come l’Italia riesca veramente a consolidare il suo sviluppo economico e sociale senza risolvere il problema del Sud?

Non è un caso che la grande crescita economica del Paese alla fine degli anni Novanta, si sia concretizzata grazie al fatto che nel Sud l’economia cresceva ad un ritmo doppio rispetto all’altra parte del Paese, vuoi per il nuovo “Rinascimento di Piazza Plebiscito a Napoli”, che per il “boom industriale” della Puglia e della Basilicata.

Una crescita, però, basata troppo su interventi estemporanei e su fattori congiunturali, che non hanno prodotto interventi strutturali e, quindi, duraturi.

Negli ultimi anni, parte della classe politica del Sud ha fatto, paradossalmente, dell’arretratezza economica e sociale, una “risorsa” per chiedere ed ottenere trasferimenti dal centro alla periferia, per poi distribuirla, in molti casi, in forme clientelari e assistenziali, che hanno contribuito alla diffusione di quella “zona grigia”, nella quale si alimenta l’intreccio tra burocrazia ed illegalità, organizzata o meno.

Ciò ha comportato anche due effetti perversi: la scarsa capacità di creare sviluppo, beni e servizi di qualità, e la distorsione delle aspettative di miglioramento della qualità della vita orientate più sul “Mercato Politico” che su quello economico e sociale.

Tutti uniti a guidare rivolte, più o meno spontanee, invece di trovare soluzioni al problema e di assumersi le proprie responsabilità di Amministratori, circa l’efficienza e l’efficacia della macchina amministrativa, la trasparenza nelle scelte, le politiche di cernita delle priorità per indirizzare gli investimenti pubblici siano essi Nazionali, Regionali che Europei.

Nel merito si pone l’esigenza, oltrechè l’urgenza, di aprire una seria riflessione sull’utilizzo delle risorse Comunitarie previste dal Quadro Strategico Nazionale.

La UIL pone con forza l’attenzione al tema della selettività degli interventi.

Bisogna insistere su questo concetto, il che significa apportare profondi cambiamenti negli interventi sia Nazionali che Regionali, cercando di individuare insieme i problemi e le soluzioni.

In questo contesto, ed in questa fase di programmazione, assume quindi grande importanza la questione della “governance”, cioè la necessità di un forte coordinamento e di un’azione armonica tra i vari livelli istituzionali, per evitare duplicazioni, sprechi ed inefficienze.

Bisognerà evitare che la nuova riprogrammazione costituisca un ulteriore ritardo nella spesa delle risorse per il 2007-2013. Non dimentichiamoci che già oggi siamo fortemente indietro per quanto riguarda il ciclo della nuova programmazione.

Non si tratta di fare la solita lista della spesa, nella quale tutti chiedono a “prescindere”, ma, piuttosto, di cominciare ad agire tutti insieme: Governo, Regioni e Parti Sociali.

Nel merito si tratta di considerare il Mezzogiorno non come 8 Regioni a se stanti con la loro autonomia e le loro prerogative, bensì come un’unica area geografica e, quindi, la dimensione solo Regionale degli interventi programmati rappresenta il primo vero nodo da affrontare.

Non si tratta di avere una visione più o meno statalista o centralista. Il fatto però di attribuire alle Regioni una programmazione che deve affrontare questioni vitali di sviluppo sovra regionale, non basta più.

E’ a questo proposito che lanciamo l’ipotesi della costituzione di una sorta di “Agenzia Nazionale per il Mezzogiorno” promossa, e questa è una sostanziale novità, dalle Istituzioni Nazionali e Regionali.

Non si tratta di ritornare ad una “Cassa per il Mezzogiorno” riveduta e corretta, bensì di creare un organismo snello, non burocratico, efficiente, non tanto per gestire le risorse, quanto in grado di selezionare i progetti di investimento verso quella selettività che ad oggi è mancata, superando le lentezze ed i ritardi nell’impiego delle risorse.

Il modello può essere l’Accordo Governo Regioni sulla gestione delle risorse Nazionali e Regionali per gli ammortizzatori sociali in deroga.

A fianco a ciò, occorre mettere in atto tutta una serie di interventi congiunturali, che abbiano anche una valenza strutturale ed in grado di far uscire il Mezzogiorno indenne dagli effetti della crisi. Occorre, in tale ottica, far ripartire, subito, gli investimenti nelle opere pubbliche piccole e medie che sono più facilmente cantierabili nel breve periodo ed in gran parte di competenza degli Enti Locali.

Una ulteriore risposta potrebbe essere quella di accelerare i pagamenti della Pubblica Amministrazione, in grado di dare ossigeno al sistema produttivo ed industriale, problema questo che riguarda tutto il Paese, ma che al Sud raggiunge tempi di pagamento molto superiori. Si potrebbe pensare, a tal proposito, ad una “moratoria”, cioè ad una deroga di due anni ai vincoli del Patto di Stabilità Interno esteso a tutti gli Enti Locali del Mezzogiorno che destinano risorse in opere pubbliche già progettate per le quali la fine dei lavori sia prevista in tre anni e a quelle amministrazioni locali che garantiscano il pagamento dei fornitori entro 90 giorni.

L’altro terreno su cui si gioca la partita dello sviluppo economico del Mezzogiorno, è senz’altro la sicurezza e una forte azione di contrasto alla criminalità per affermare la cultura della legalità.

L’illegalità, certamente, si contrasta con più uomini e mezzi sul territorio, ma occorre anche dare voce a tutti gli attori sociali ed economici.

E per noi, all’interno del tema della legalità ci deve essere una forte azione di contrasto al lavoro irregolare ed una reale e strutturale emersione dal nero. L’irregolarità nel lavoro, infatti, sta diventando più la norma che l’eccezione.

E’ necessaria, su questo terreno, una forte azione, non solo repressiva, ma anche una risposta forte della politica tutta e del mondo del lavoro e della cultura.

Sapendo che l’illegalità si espande con la forza e la violenza, ma anche per una cultura del non rispetto delle regole, della furbizia come valore, da un idea di farla franca, alimentata a volte, più o meno inconsapevolmente, anche dalla politica.

Lavoro

L’anello debole dell’economia del Mezzogiorno è la mancanza di lavoro. Oramai il lavoro è la vera emergenza del Mezzogiorno. D’altronde i dati sull’occupazione nel Sud sono drammatici soprattutto per quanto riguarda il tasso di disoccupazione femminile e giovanile.

A.     Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione nel 2008 è al 46,1%, a fronte del 66,9% del Nord e del 62,8% delle Regioni centrali. Analoga la situazione per quanto riguarda il tasso di disoccupazione (senza considerare gli effetti peggiorativi della crisi) che, con il 12,1%, è quasi il doppio della media nazionale a fronte del 3,9% delle Regioni settentrionali e del 6,2% delle Regioni centrali.

Ma la situazione del Mezzogiorno si rileva in tutta la sua drammaticità se si analizza l’andamento del mercato del lavoro tra il 2007 ed il 2008. Nell’ultimo anno, infatti, a fonte di una crescita moderata dell’occupazione nelle Regioni del Centro-Nord, nel Mezzogiorno si sono persi circa 34 mila posti di lavoro. Il tasso di occupazione è diminuito dello 0,4% mentre è salito dell’1% il tasso di disoccupazione.

Particolarmente allarmante il dato delle persone in cerca di occupazione da oltre un anno che sono giunte a 480 mila rappresentando il 62,8% del totale nazionale di coloro che cercano una occupazione da oltre un anno.

Oggi migliaia di giovani sono schiacciati da una drastica alternativa: emigrare per trovare una occupazione fuori dal Mezzogiorno o affrontare una condizione in bilico tra l’insicurezza lavorativa e la disoccupazione.

Già oggi, secondo i dati della SVIMEZ, ogni anno 300 mila persone sono costrette ad emigrare per cercare un posto di lavoro al Centro Nord, di cui 120 mila abbandonano definitivamente il Sud.

Si tratta di persone con un livello medio alto di scolarizzazione e questo non fa che aumentare il depauperamento culturale del Sud.

A ciò si aggiungono gli effetti che la crisi sta provocando sul tessuto produttivo del Mezzogiorno, soprattutto tra le piccole e medie imprese.

E’ chiaro che la crisi prima o poi finirà ma, per quanto la ripresa possa essere rapida, ci vorrà ancora qualche anno prima che il livello di attività economica tornerà ai periodi pre crisi. Questo vale per tutte le zone più industrializzate del Paese ed, a maggior ragione, per le zone a bassa crescita come il Mezzogiorno.

Ecco perché di fronte a questi scenari è importante ragionare in termini di interventi congiunturali, ma che abbiano effetti strutturali.

Siamo sicuri che, sia pur in tempi lunghi, la disoccupazione meridionale si possa vincere incrementando solo gli investimenti?

Non c’è dubbio che gli investimenti grandi e piccoli, pubblici e privati, vanno incoraggiati, ma la capacita di attrazione del Sud, oltre che dagli interventi sul territorio, dipenderà da riforme strutturali sia a livello nazionale che regionale sul lavoro.

Perché uno dei rimedi in grado di creare nuova e buona occupazione, sarà l’attuazione di politiche coraggiose che rendano più vantaggiosi gli investimenti al Sud, non escludendo anche forme di flessibilità salariale, in linea con quanto previsto dalla recente riforma del modello contrattuale.

Da qui la nostra proposta per un contratto “straordinario” per favorire l’occupazione al Sud e la crescita delle imprese.

Per creare nuovi posti di lavoro a tempo indeterminato serve un vero e proprio “Contratto Straordinario di Accesso” che, per un periodo di 3/5 anni, possa prevedere salari più bassi dei minimi in vigore in temporanea deroga ai contratti nazionali di categoria.

In cambio le imprese si impegnerebbero a reinvestire nel territorio aumentando i livelli occupazionali e produttivi.

Lo Stato e le Regioni, utilizzando le risorse della fiscalità generale e/o del Fondo Sociale Europeo, promuoverebbero un piano straordinario, anche in sinergica collaborazione con i Fondi Interprofessionali, per la formazione di questi lavoratori e per assicurargli, al contempo, la piena contribuzione figurativa.

Il tutto andrebbe gestito attraverso la contrattazione nazionale e territoriale.

Il Sindacato, in sintesi, e senza tante ipocrisie, può usare il proprio potere contrattuale per attivare investimenti ed occupazione nel Sud, accettando, appunto, anche forme di flessibilità salariale.

Il concetto è quello di non fissarsi sulle “sacre parole” e cioè di riproporre il ritorno alle gabbie salariali, quanto invece quello di rendere “appetibile” il Mezzogiorno a nuovi investimenti.

Per allontanare il sospetto che proprio della riproposizione delle gabbie salariali si tratti, le misure di riduzione del salario riguarderebbero “solo i nuovi assunti” a tempo indeterminato. Le imprese per usufruire del “Contratto di Accesso” dovranno garantire la stabilità occupazionale. Lasciando le cose come sono, la quota del 50% di avviamenti con tipologie “non tipiche” tenderà ad aumentare alimentando, così, un bacino di lavoratori debole già ampiamente sopra la media nazionale.

Questo perché è evidente come nel nostro Paese il federalismo avanzi nei fatti, prima ancora che nella legislazione ed un Sindacato attento non può arroccarsi ad oltranza nella difesa dell’esistente, quanto prendere atto dell’autonomia delle realtà territoriali.

A fianco a ciò vanno incentivate nuove forme di flexsecurity per superare di fatto il costante ricorso del lavoro a termine.

Si tratta di incentivare, attraverso una riforma delle diverse tipologie contrattuali, il ricorso al lavoro a tempo indeterminato, in cambio di flessibilità normativa e con un moderno sistema di sicurezza il cui costo sia a carico delle imprese.

Si potrebbe pensare, nel Mezzogiorno che, per un periodo di accompagnamento di due anni, i costi a carico delle imprese, siano sostenuti sia dal Governo che dalle Regioni, destinando a tale fine le risorse del Fondo Sociale Europeo.

D’altronde, come UIL riteniamo che siano maturi i tempi per un diverso impiego delle risorse destinate alla formazione. L’accordo Stato Regioni per gli ammortizzatori in deroga con l’utilizzo di risorse del FSE, che sta consentendo di affrontare una emergenza con una strumentazione straordinaria e condivisa, deve diventare la prassi e non l’eccezionalità, mettendo sempre più in correlazione il mondo della formazione al mondo del lavoro. Un processo, questo, che dovrebbe vedere il coinvolgimento attivo delle parti sociali e della bilateralità.

Infrastrutture materiali ed immateriali

Per lo sviluppo del Mezzogiorno gioca un ruolo fondamentale la questione del sistema infrastrutturale, sia materiale che immateriale, al quale occorre destinare una cospicua quota delle risorse pubbliche.

A tal proposito è necessario che la spesa ordinaria per investimenti nel Mezzogiorno passi dall’attuale percentuale del 39% al 45%, a cui aggiungere le risorse dei Fondi Comunitari.

Un piano straordinario di investimento con risorse aggiuntive, oltre quelle già programmate di 3 Miliardi di euro l’anno, arrivando a 30 Miliardi nei prossimi 10 anni.

E’ prioritario però, in questa direzione, che le opere siano programmate sulla base dei finanziamenti effettivamente erogabili e che, soprattutto, abbiano una valenza veramente strategica e sovraregionale.

Va poi garantito che vengano seguiti tempestivamente i percorsi tecnici e amministrativi delle progettazioni, delle procedure di appalto, dell’affidamento dei lavori, del monitoraggio e della vigilanza sul loro svolgimento.

In questa direzione proponiamo di costituire un “Fondo Nazionale per la Progettazione delle Opere” di almeno 100 Milioni da far gestire all’Agenzia Nazionale per il Mezzogiorno.

Ma occorre anche l’impegno dei grandi gruppi privati e privatizzati, come Ferrovie Italia che per le opere infrastrutturali ferroviarie a beneficio del Mezzogiorno, oggi destina soltanto il 14% delle risorse complessivamente impegnate in Italia.

Ma quando si parla di infrastrutture e di investimenti, normalmente si intende le vie di comunicazione, i trasporti e le reti per la distribuzione dell’energia elettrica e del gas, tutte    opere necessarie affinché un’impresa possa insediarsi ed operare in questa parte del Paese.

Però non possiamo dimenticare che ci sono anche altre grandi opere. Ci riferiamo alle opere infrastrutturali immateriali ed ai servizi alla persona, quali asili nido, il sistema istruzione, assistenza domiciliare integrata, ciclo dei rifiuti ed il sistema idrico integrato.

Tutti servizi questi utili ai cittadini ed al Paese, ma che nel Mezzogiorno sono molto al di sotto degli standard della media italiana.

Il Quadro Strategico Nazionale per la programmazione dei Fondi Strutturali 2007-2013, attribuisce un ruolo importante ai servizi essenziali nel Mezzogiorno, per ampliare le opportunità dei cittadini e creare condizioni più favorevoli per l’attrazione di investimenti privati.

Il CIPE ha stanziato per il 2007-2013, 3 Miliardi di euro del FAS, quale premialità da assegnare alle Regioni del Mezzogiorno che conseguiranno determinati obiettivi nel miglioramento dei servizi alla persona.

E qui chiediamo uno sforzo alle Regioni del Sud affinchè riprogrammino i Programmi Operativi Regionali dei Fondi Strutturali 2007-2013 concentrando le risorse, come detto, per il potenziamento dei servizi alla persona, degli asili nido, del sistema dell’istruzione, dell’assistenza domiciliare integrata, del ciclo dei rifiuti e del sistema idrico integrato.

D’altronde nel dibattito nazionale ed europeo, che si è aperto sul futuro delle politiche di coesione, si è acceso una discussione tra chi è favorevole affinchè queste politiche finanzino politiche settoriali e le varie “Agende europee”, ed invece tra chi, e tra questi la UIL, è favorevole a politiche di coesione che guardino al benessere delle persone finanziando tutti quei servizi di pubblica utilità che riducano i divari tra le “zone ricche” e le “zone povere”.

Come si vede, non la solita lista della spesa ma concentrare le risorse su poche cose fatte presto e bene.

IL “DUALISMO” INVOLUTIVO DEL MERCATO DEL LAVORO: IDEE E PROPOSTE PER IL SUO SUPERAMENTO

Premessa

La crisi del modello di produzione e di consumo di tipo fordista ha determinato profondi cambiamenti anche nel mercato del lavoro. Le imprese si sono dovute adattare alle dinamiche e alla globalizzazione dei mercati. Ciò ha richiesto un cambiamento nell’organizzazione del lavoro delle imprese che si sono adeguate a tali mutamenti, attraverso l’uso flessibile del lavoro. Questo ha comportato che anche i contratti di lavoro avessero una buona dose di flessibilità che si è realizzata nel tempo grazie all’introduzione di nuove tipologie di rapporti di lavoro che hanno permesso alle aziende di rendere più dinamico il turn over dei lavoratori.

Tale processo, ancora oggi in itinere, ha visto una trasformazione di condizioni, tempi e tutele della prestazione lavorativa. Al modello prevalente di lavoro a tempo pieno ed indeterminato (c.d. “lavoro standard”),  si sono affiancate forme di lavoro caratterizzate da impieghi di carattere temporaneo ed atipico, alterando i tradizionali equilibri contrattuali e, con essi, anche le tutele dei lavoratori che diventano sempre più deboli.

Il lavoro ha, quindi, subito una serie di metamorfosi, ramificandosi in una “galassia di lavori” con conseguenze sociali e culturali rilevanti la cui portata è stata sottovalutata o addirittura ignorata.

Si è, paradossalmente, creato un mercato del lavoro a doppio binario, che è più comunemente definito con l’espressione “sistema duale” in cui convivono lavoratori con tutele e lavoratori privi o con scarsissime tutele. Da una parte, quindi, soggetti impiegati attraverso forme di lavoro “standard” (“lavoratori forti”), che godono di sufficienti tutele, anche grazie ad un sistema di ammortizzatori sociali che li sostiene nella fase di uscita dal mercato del lavoro e, dall’altra, una sempre più folta schiera di lavoratori atipici (“deboli”), per lo più giovani e con contratti temporanei, caratterizzati invece da un basso livello di tutele, spesso insufficienti, ed in molti casi strumenti di sostegno al reddito del tutto inesistenti.

E’ opportuno sottolineare che la definizione di “mercato duale” rappresenta però solo un’utile semplificazione che aiuta a mettere in risalto i soli confini esterni del nostro mercato del lavoro al cui interno, nella categoria dei lavoratori atipici, è possibile ulteriormente differenziare chi è più forte e chi è più debole a seconda del grado di tutele e di tipologia contrattuale applicata. E’, quindi, riduttivo definire i lavoratori soltanto di serie “A” o di serie “B”, perché al loro interno vi sono ulteriori sotto categorie.

Differenze notevoli caratterizzano, infatti, le grandi e le piccole imprese sia in materia di licenziamenti individuali che di sostegno al reddito, così come, altrettanto importanti, sono le differenze sia di trattamento economico che di tutele individuali tra un lavoratore a tempo determinato ed un collaboratore a progetto.

La progressiva espansione di questo fenomeno ha nel tempo realizzato un’involuzione del nostro mercato del lavoro, contribuendo a creare un “esercito” di manodopera a basso costo alternativa, e spesso sostitutiva, dei lavoratori “standard”, producendo quella flessibilità che, il più delle volte, si traduce in precarietà.

Le norme a sostegno dei lavoratori più deboli intervenute attraverso i numerosi interventi “anticrisi”, così come le ipostesi di riforma che si intravedono tra le righe del Libro Bianco, non sembrano avere piena consapevolezza delle conseguenze di un mancato governo delle flessibilità, della alterazione degli equilibri contrattuali e degli insufficienti profili di tutele destinati a tali lavoratori.

E’ evidente che il ventaglio di tutele oggi disponibile è stato costruito su un modello di lavoro differente, su altri lavoratori rispetto a quelli che oggi si vanno affermando nel mercato del lavoro.

I confini tracciati dal lavoro fordista erano netti, invece quello che ci appare oggi è un mercato del lavoro estremamente frammentato, in cui autonomia e subordinazione spesso si sposano a forme di lavoro spurie, instabili e discontinue.

Occorrono forme di tutela nuove ed originali che si adeguino ai cambiamenti in atto e  che  tengano conto che saranno sempre meno coloro che lavoreranno per tutta la vita nello stesso posto di lavoro e che la maggioranza dei lavoratori cambierà sempre più spesso impresa se non addirittura mestiere.

Dovranno essere misure diversificate ed allo stesso tempo universali, fortemente ancorate alla tradizione di solidarietà ed uguaglianza che ha sempre contraddistinto il sindacalismo confederale italiano e che siano in grado di coniugare le “tutele con lo sviluppo” e i “diritti con la crescita”.

E’ quindi necessario stabilire quali siano le forme di flessibilità realmente necessarie ed efficaci al fine di garantire, nel contempo, una “buona occupazione” unita ad adeguati sistemi di sicurezza sociale per realizzare un moderno sistema di flexicurity con cui superare, di fatto, il costante ricorso ai contratti atipici.

In tale direzione si pone l’esigenza di predisporre uno strumento innovativo che regoli, attraverso una nuova tipologia contrattuale, le distorsioni del mercato del lavoro italiano, impedendo che attraverso l’uso delle attuali forme di rapporto di lavoro, si continui a perpetrare un peggioramento delle condizioni di lavoro evitando, in questo modo, che legittime esigenze di flessibilità e mobilità del sistema produttivo si scarichino, come avviene oggi, solo su una parte del mondo del lavoro.

In questo contesto non riteniamo sia sufficiente, per superare la frammentazione del mercato del lavoro, una mera semplificazione delle diverse tipologie di contratto oggi esistenti, ma occorra invece elaborare un progetto complessivo di riforma caratterizzato da politiche integrate e complementari che, e su questo siamo d’accordo con il Libro Bianco, riporti al centro del dibattito le persone ed il valore del loro lavoro.

Le cause del lavoro precario

Il ricorso sempre più frequente nell’ultimo decennio a tipologie contrattuali alternative ai contratti di lavoro subordinato “standard” si è tradotto in quella “sensazione” sociale che viene comunemente definita con il termine precarietà.

Le cause di questo fenomeno, che ha determinato una profonda frattura all’interno del mondo del lavoro, sono da ricondursi all’uso improprio, distorto, elusivo e, soprattutto, prolungato nel tempo di queste forme contrattuali, con l’obiettivo di reclutare “forza lavoro” a basso costo e basso livello di tutele.

E’ pur vero che la “flessibilità” del lavoro ha contribuito al progressivo aumento del tasso di occupazione che ha interessato il nostro Paese negli ultimi anni prima della crisi, ma è altrettanto vero che, nella maggioranza dei casi, non si è tradotta in occupazione stabile e, soprattutto, in “buona occupazione”.

Inoltre la crescita dell’occupazione sostenuta dalla introduzione di sempre nuove forme di impiego non ha comunque contribuito ad una reale crescita economica del Paese e non ha migliorato, nel suo complesso, le condizioni del nostro mercato del lavoro, lasciando  del tutto irrisolte le drammatiche differenze tra Nord e Sud e lo storico divario tra occupazione maschile e femminile.

Tali condizioni si sono ulteriormente aggravate a causa degli effetti della crisi economica mostrando tutti i limiti di un mercato del lavoro che ha basato la propria crescita sul lavoro flessibile e precario nel quale si concentrano i soggetti più penalizzati: i lavoratori con contratto a termine (a tempo determinato, i collaboratori a progetto, la galassia di lavoratori parasubordinati).

Deve essere chiaro che per la UIL il concetto di “buona occupazione” significa di norma contratti di lavoro a tempo indeterminato, e sono proprio questo tipo di contratti che meglio si conciliano con lo slogan del Libro Bianco “Vita buona nella società attiva” e con i valori che in esso vengono richiamati, primo tra tutti “il lavoro quale espressione di un progetto di vita”.

Inoltre una eccessiva ”precarizzazione” del mercato del lavoro non giova neanche al sistema produttivo che ha necessità del giusto equilibrio tra flessibilità e stabilità valorizzando le persone, la loro professionalità e più in generale il lavoro.

In questa ottica una riforma strutturale e “sistemica” del mercato del lavoro dovrà ricreare le condizioni per offrire, in particolare ai giovani, occasioni di impiego stabili e durature, riducendo contestualmente le situazioni di precarietà causate dall’abuso dell’utilizzo di forme di lavoro “non standard”.

I rischi connessi ad un utilizzo non regolato della flessibilità appaiono, oggi, ancora più evidenti in virtù del forte deterioramento subito dal mercato del lavoro a causa della crisi economica, i cui effetti si sono fatti sentire maggiormente proprio sugli impieghi flessibili e temporanei.

Infatti la crisi, i cui effetti sul sistema produttivo e sull’occupazione non sono del tutto prevedibili, avrà comunque un impatto profondo sul nostro modello di vita. Certezze che sembravano inattaccabili, rischiano di non essere più tali; dibattiti che avanzavano con lentezza, appassionando soprattutto addetti ai lavori, oggi subiscono accelerazioni improvvise e, soprattutto, si ha la percezione che potranno tradursi in reale cambiamento. Ciò vale, ancor di più, sul tema del lavoro, dell’occupazione e delle condizioni normative, contrattuali e retributive di milioni di lavoratori  soprattutto giovani.

Il tasso di lavoro “strutturato” in Italia (a tempo pieno e indeterminato in imprese medio-grandi) è ancora percentualmente alto, sopra la media europea, ma la marcia di avvicinamento italiana verso quelle percentuali di quota di lavoro “non standard” è costante.

Si sta assistendo ad una inversione di tendenza: il lavoro atipico è diventato, nel tempo, uno strumento sempre più appetibile per le imprese che intendono assumere rispetto al rapporto a tempo indeterminato.

Ciò perché la ormai fisiologica necessità di flessibilità delle aziende, che potrebbe essere garantita da buone tipologie contrattuali oggi esistenti (quali il lavoro a termine stagionale (vero), il lavoro in somministrazione, l’apprendistato, il contratto di inserimento), si sta sempre più concentrando in altre tipologie, più o meno “famose” che si caratterizzano per il basso costo e la “debolezza” di uno dei due contraenti (è il caso, ad esempio, delle collaborazioni a progetto e dei contratti a tempo determinato).

Sarebbe, però, riduttivo limitarci a quest’analisi se non accennassimo al contesto in cui queste tipologie si manifestano: la metastasi del lavoro informale.

Accanto a queste forme, infatti, ve ne sono altre, appunto meno famose, ma altrettanto discutibili dal punto di vista delle eque tutele per il lavoratore: i tirocini (stage), i contratti in compartecipazione, il lavoro accessorio. Tipologie, anche legali nella forma, ma che non sempre, anzi quasi mai, rispondono agli scopi per i quali sono state introdotte nel mercato. Esiste, poi, chi di tutele non ne ha alcuna, sia perchè lavora in nero, sia per il suo status di clandestinità.

In questa ottica, grande attenzione va prestata alle fasce dei lavoratori più deboli, che sono i più colpiti in ogni tempo e non solo in tempo di crisi. Si tratta di donne, di giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro, di coloro che ne sono usciti e che hanno difficoltà a rientrarvi anche a causa dell’età (gli over 50). Gli ultimi dati diffusi mostrano, inoltre, un altro aspetto di criticità: nel 2008 vi è stata una impennata delle transizioni dallo status di occupato a quello di disoccupato, con un aumento della disoccupazione di lunga durata.

Tra coloro che sono andati ad ingrossare le fila dei disoccupati, ci sono soprattutto  lavoratori con contratto a termine, soprattutto a tempo determinato, ai quali alla scadenza non è stato rinnovato.

Purtroppo nel corso degli anni è stato fatto un uso distorto del contratto a tempo determinato.  La facilità con cui si è utilizzato tale strumento, distraendone la natura temporanea attraverso la violazione delle norme che lo regolano (soprattutto in tema di corretta apposizione del termine di scadenza), ha prodotto una miriade di ricorsi in sede giudiziaria, la maggior parte dei quali hanno visto la vittoria del lavoratore con la conversione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Questo contratto, purtroppo, se male utilizzato, si presta a “camuffare” quelli che sono veri e propri rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

Il contratto a tempo determinato è, infatti, sempre più utilizzato come modalità di assunzione di personale “a tempo indeterminato” grazie alla possibilità, oggi limitata, di poter rinnovare all’infinito il contratto, ma con il rischio, gravante esclusivamente sul lavoratore, di perdere definitivamente il posto di lavoro ad ogni scadenza contrattuale. Ed è nella mancanza di una certezza, seppur sperata, di assunzioni a tempo indeterminato di tanti lavoratori con contratti a termine reiterati nel tempo, la fonte del senso di “precarietà” a vita, con contestuale impossibilità di poter investire in un futuro di vita certo e sicuro.

Pur essendo consapevoli, come UIL, che il mercato del lavoro ha bisogno anche di strumenti flessibili, occorre però evitare che buone forme di flessibilità, si traducano, così come sta avvenendo per il tempo determinato, in forme di “precarietà” e senso di insicurezza per tanti lavoratori.

E’ quindi, auspicabile un cambiamento di rotta su tale istituto contrattuale nel senso di ridurne la portata ad esigenze aziendali caratterizzate dalla effettiva “temporaneità” delle prestazioni, quali le attività stagionali, assicurando nel contempo ai lavoratori reali tutele.

Non è d’altro canto impossibile immaginare, che accanto ad uscite più o meno traumatiche dal mondo del lavoro (pensionamenti, cessazioni, crisi aziendali pilotate o meno, riconversioni striscianti, scadenza di contratti a termine), l’insicurezza del sistema economico, nel prossimo futuro spingerà molte imprese ad utilizzare forme di ingresso nel mercato del lavoro “non stabili” o “nuovi strumenti” in quanto meno vincolanti e, soprattutto, meno costosi, con una forte contrazione del ricorso a contratti a tempo indeterminato.

Si vuole andare verso un sistema di flessicurezza così come ci viene richiesto dall’Unione Europea? Si può anche fare, ma selezionando accuratamente quegli strumenti che consentono di entrare e di rimanere nel mercato del lavoro con la garanzia che nelle fasi di transizione da un lavoro all’altro il lavoratore non sia privo di tutele.

Occorre uno svuotamento e una semplificazione degli strumenti esistenti. La flessibilità non si misura sul numero di strumenti di cui si può disporre, ma sulla qualità degli stessi. E se alcuni di questi non assicurano contemporaneamente flessibilità e sicurezza, vanno abrogati per lasciare il posto a forme di rapporti di lavoro che non indeboliscano oltremodo il mercato ed i diritti di quanti vi operano.

Troppi sono i provvedimenti, anche in itinere, che suscitano molte perplessità e che rischiano di assecondare quell’istinto, mai troppo sopito, di molte imprese nell’utilizzo di forme non proprio “corrette” di rapporti di lavoro.

A cosa ci riferiamo in particolare? Ad esempio agli stage (tirocini formativi e di orientamento) ed al lavoro accessorio attraverso i “buoni lavoro”.

Non sono, questi, né dei veri contratti di lavoro, né rapporti di lavoro subordinato. Si tratta di due istituti, diversi per finalità e lavoratori interessati, ma che presentano  una analogia: sono entrambe modalità di lavoro che si prestano a nascondere rapporti di lavoro subordinato.

Si sta verificando, oggi, in Italia, rispetto al passato, un forte utilizzo degli stage. Causa ne è l’uso distorto che se ne fa da parte di molte aziende, le quali utilizzano, a bassissimi costi, se non a costo “zero”, il periodo di stage di molti giovani come periodi di prova o al posto dei contratti inserimento e di apprendistato.

Non riteniamo sia più tollerabile che le capacità lavorative e l’entusiasmo dei giovani di voler imparare e di inserirsi nel mercato del lavoro, abbia come prezzo per questi lo sfruttamento lavorativo.

Tale evoluzione in senso negativo dello stage, ci porta ad essere molto critici sulla sua reale efficacia in termini di formazione ed orientamento per i giovani. Crediamo, quindi, che tale istituto debba lasciare spazio, soprattutto per i giovani, a quelle tipologie contrattuali di entrata nel mercato del lavoro che garantiscono formazione, lavoro e tutele per i lavoratori: contratto di inserimento e contratto di apprendistato.

Non meno preoccupante dello stage è il lavoro accessorio. Nato con l’intento di “inclusione” nel mercato del lavoro di alcune figure di soggetti deboli a rischio di esclusione sociale o non ancora entrati nel mercato del lavoro, o in procinto di uscirvi (quali ad esempio i disoccupati e i disabili) si è oggi trasformato, a seguito di varie modifiche legislative, in uno strumento per combattere il nero in tutti i settori produttivi, compresa la Pubblica Amministrazione.

Pagare una prestazione attraverso il voucher è infatti, allo stato attuale, la modalità più conveniente per il committente/datore di lavoro, sia esso pubblico che privato, di “reclutare” personale: bassissimi contributi, inferiori anche ai contributi previdenziali della gestione separata; un costo orario lasciato alle parti; la mancanza per il lavoratore di diritti che un qualunque rapporto di lavoro gli conferisce. Inoltre il voucher è esente da qualsiasi imposta fiscale sia a carico del prestatore che del datore di lavoro, sancendo in tal modo il principio di poter svolgere attività di “impresa” e lavorativa senza pagare tasse.

La preoccupazione di uno snaturamento dello strumento per la sua eccessiva estensione del campo di applicazione ed il rischio che alcune attività (come ad esempio quelle agricole ed il lavoro domestico), potessero vedere una riduzione di tutele per tanti lavoratori che in quei settori sono coperti e garantiti da contratti collettivi, sono state da noi più volte espresse.

Particolare preoccupazione desta, inoltre, l’estensione dello strumento a  tutte le Amministrazioni dello Stato per lo svolgimento di attività istituzionali a carattere sociale e solidale o prestazioni rientranti nei piani di intervento a favore dei soggetti beneficiari del sistema integrato di interventi e servizi sociali, poiché precarizzerebbe oltremodo un settore in cui vi è già un alto tasso di precarietà.

C’è il rischio che tale strumento si trasformi in una modalità, “legalizzata” in tutti i settori produttivi, di un aumento di occupazione precaria e senza futuro.

Crediamo inoltre che, in un tempo non troppo lontano, il lavoro accessorio verrà utilizzato per “mascherare” altri rapporti di lavoro diversamente qualificati e meno competitivi in termini di costi (part-time, lavoro stagionale, lavoro occasionale).

Lavori e Produzioni Agro – Alimentari

Lungo la filiera agro-alimentare – dai campi alla fabbrica, agli scaffali del superamento, fino alla tavola dei consumatori – scorre parte rilevante della produzione nazionale, nascono e vanno per il mondo prodotti di eccellenza del “made in Italy”, centinaia e centinaia di migliaia di uomini e donne trovano, perdono, cambiano il lavoro. E’ una filiera socialmente ed economicamente complessa, nella quale si sommano e si contraddicono tutte le dimensioni d’impresa, le più varie condizioni di lavoro.

La UIL vuole rappresentarne l’intera complessità sociale ed economica, comprendendo e  interpretando,  le intere ragioni e tutti gli interessi del multiforme “lavoro agro-alimentare”.

Un lavoro estremamente sfaccettato, le cui “contiguità vanno dai braccianti agli operai dell’industria, dai produttori agricoli ai tantissimi più o meno autonomi collaboratori dell’impresa.

Tante sfaccettare non possono essere tutte e soltanto racchiuse nei rigidi confini della tradizionale rappresentanza del lavoro solamente e strettamente subordinato.

Per questo la UIL ha raccolto ed organizzato nell’unificazione della UILA e della UIMEC i dipendenti ed i produttori dell’agricoltura, il lavoro agricolo subordinato e quello non alle dipendenze, per assicurare a tutti la specifica tutela degli interessi di ognuno, ad ognuno l’eguale rappresentanza delle ragioni di tutti.

Così facendo, la UIL ha compiuto una scelta politica, non un semplice “accorpamento” organizzativo.

La UIL ha scelto di rappresentare l’estrema varietà dei “lavori agro-alimentari”, consapevole che di quella varietà il lavoro dipendente è soltanto parte, importante e preminente, ma pur sempre “parte”.

Le donne e gli uomini che lavorano in agricoltura e nelle imprese dell’alimentazione, ovunque e comunque lo facciano, sono un “tutto”, per definizione qualcosa di più e qualcosa di diverso dalla somma delle parti che lo compongono.

La UIL vuole “spendere” questo tutto, dove e quando si discuta delle politiche agricole nazionali e comunitarie, dello sviluppo della produzione alimentare e della qualità dei suoi prodotti, del lavoro da creare e da difendere, della coesione sociale da rinsaldare, delle condizioni di vita e di lavoro da migliorare.

Nel settore agro-alimentare, quindi, la UIL ha costituito non un nuovo sindacato, ma un “sindacato nuovo”, in anticipo, se non sui tempi, certamente sulle altre organizzazioni sindacali.

Un “sindacato nuovo” per la diversità dei “lavori” che rappresenta e per la sintesi associativa attorno alla quale ne organizza la molteplicità, per la varietà degli interessi che tutela e l’omogeneità dei fini rivendicativi attorno ai quali li armonizza.

Un sindacato nuovo, una nuova sintesi associativa che, a ben vedere, sono gli elementi portanti del “sindacato dei cittadini”, della sua candidatura a rappresentare senza soluzione di continuità gli interessi dei lavoratori nel territorio in cui vivono e nei luoghi in cui lavorano.

Verso la “flessicurezza”

Riteniamo, quindi, che in questo bailamme di tipologie contrattuali e strumenti innovativi, che non sempre danno sicurezza di ingresso e permanenza nel mercato del lavoro alle lavoratrici ed ai lavoratori, è necessaria una drastica riduzione delle forme di lavoro “atipico” e delle cosiddette tipologie di impiego “parasubordinato”, caratterizzate da una reale dipendenza economica nei confronti della committenza, per ricondurle nella sfera di applicazione della contrattazione collettiva dei rispettivi settori di appartenenza.

Sarà poi la stessa contrattazione a stabilire le modalità e le forme di ingresso di questi lavoratori, regolando le flessibilità necessarie ed il giusto mix tra autonomia e subordinazione che è il vero valore aggiunto di queste tipologie di impiego.

Va definitivamente superato il paradigma della “tutela del posto di lavoro”, sulla quale si è concettualmente basato il nostro sistema di protezione sociale, sostituendolo con un più attuale impianto di “tutele del lavoratore all’interno del mercato del lavoro”: creando offerte ed opportunità di inserimento e ricollocazione, anche grazie a buoni percorsi formativi, riducendo e sostenendo i rischi e le criticità.

Ma, ci domandiamo, si può governare e far cambiar rotta al nostro mercato del lavoro che sta andando alla deriva, con strumenti ordinari o con la (doverosa) estensione degli ammortizzatori sociali a chi non ne ha o ne è scarsamente tutelato? Solo parzialmente anche perché con la crisi rischia di rimanere, anzi ne uscirà incrementato, il divario tra chi sarà debole ma non indifeso di fronte alla crisi e chi, come è evidente, sarà soggettivamente più a rischio perché semplicemente non vedrà rinnovato il proprio contratto a termine.

Di fronte a questo scenario, ognuno deve e può fare la propria parte con coraggio e lungimiranza: imprese, sindacati e, ovviamente, il soggetto regolatore, il legislatore.

Quest’ultimo dovrebbe, innanzitutto, porsi la domanda se è opportuno continuare a rispondere al tema “competitività” mettendo a disposizione delle imprese ulteriori strumenti e tipologie di rapporto di lavoro che dire flessibili è un eufemismo.

Ma allora, “come” e “dove” riorientare il nostro mercato del lavoro? Cosa fare per assecondare il bisogno di flessibilità, garantendo al contempo una sicurezza di tutele e diritti ai lavoratori? Occorre intervenire in maniera coraggiosa, anche in senso riformista, eliminando le storture esistenti, attraverso la semplificazione delle tipologie di lavoro di cui si dota il nostro ordinamento, per ristabilire regole certe in un mercato del lavoro troppo sbilanciato a favore delle esigenze di produttività e riduzione dei costi delle imprese, e poco attento agli altrettanto importanti diritti delle lavoratrici e lavoratori che concorrono, con il loro operato, alla crescita del sistema impresa.

Il primo passo per realizzare ciò, è investire in una buona flessibilità in ingresso, che sarà buona occupazione successivamente. Delle molteplici forme di ingresso esistenti, ne sono sufficienti due: il contratto di apprendistato ed il contratto di inserimento che uniscono percorsi formativi a momenti lavorativi, con la garanzia per il lavoratore, di tutele.

Tale seconda tipologia contrattuale può essere annoverata, infatti, tra quegli strumenti di flessibilità che meglio riescono, o comunque potrebbero riuscire con lacune modifiche legislative, a conciliare le fasi di passaggio da un status all’altro, nonché permettere l’inserimento nel mercato del lavoro di particolari tipologie di soggetti che hanno difficoltà a trovare una occupazione (quali le donne, gli over 50, i disoccupati di lunga durata tra i 29 ed i 32 anni, i giovani tra i 18 ed i 29 anni e le persone affette da grave handicap). In sostanza i cosiddetti soggetti “svantaggiati”.

Gli ultimi dati sul mercato del lavoro italiano ci informano che per i giovani la fascia di età di lavoro flessibile/precario si è allungata fino ad arrivare ai 34 anni, a cui si accompagna un incremento del tasso di entrata dallo status di occupato a quello di disoccupato. Così come è incrementato il numero di persone che sono passate dalla disoccupazione all’inoccupazione, sia per tempi di ricerca più lunghi, sia per scoraggiamento. Ciò riguarda soprattutto le donne ed alcune aree geografiche del Paese.

Nello stesso tempo è diventato più difficile per chi è in cerca di prima occupazione, quali i giovani, entrare nel mondo del lavoro. Ancora di più lo è per chi, quali gli over 50 o persone portatrici di grave handicap, intenda inserirsi o reinserirsi nel mercato del lavoro.

Per arginare tali situazioni e ridurre un tasso di disoccupazione, occorre intervenire favorendo ed incentivando le buone forme di flessibilità esistenti tra cui, appunto, il contratto di inserimento.

E’ questo uno strumento che andrebbe, però, rivisitato al fine di semplificare e migliorare l’accesso nel mondo del lavoro di soggetti che oggi, più di ieri, rischiano di restarne ai margini.

Andrebbe, infatti, ampliata la casistica di persone svantaggiate che possono essere inserite nel mercato del lavoro con tale contratto. Si può inoltre pensare, ad esempio, di elevare il limite di età dei disoccupati di lunga durata, oggi fissato a 32, portandolo ad almeno 34 anni; ampliare la platea dei potenziali destinatari includendo qualsiasi persona adulta che viva sola con uno o più figli a carico (famiglie monogenitoriali) e qualsiasi persona affetta in passato da forme di dipendenza (tossicodipendenza e alcolismo).

Una riflessione a parte merita l’inserimento nel mondo del lavoro delle donne. La loro partecipazione è, infatti, molto al di sotto della media europea, soprattutto perché non abbastanza sostenuta da politiche di conciliazione vita-lavoro. Gli alti tassi di inattività femminile, soprattutto nel Mezzogiorno, sono dovuti alla carenza delle cosiddette infrastrutture immateriali. Servono, quindi, politiche di rafforzamento di questi strumenti ad iniziare dal potenziamento degli asili nido, del tempo pieno nelle scuole dell’infanzia e dell’obbligo e dal rafforzamento dei servizi di assistenza alla persona. A fianco a ciò, è opportuno che nei territori si predispongano dei veri e propri “Piani regolatori degli orari delle città” che consentano una maggiore flessibilità di orario delle strutture sia pubbliche che private per permettere alle donne di potersi recare al lavoro senza l’assillo delle lancette dell’orologio.

Per le donne, andrebbe inoltre incentivato il contratto di inserimento, quale forma di ingresso nel mondo del lavoro. La normativa sul contratto di inserimento, esclude, per le donne, il sottoinquadramento iniziale rispetto alle mansioni da svolgere, prevedendo, però, una diversa contribuzione sulla base della residenza in aree geografiche il cui tasso di occupazione femminile sia inferiore al meno del 20% rispetto a quello maschile o il cui tasso di disoccupazione femminile superi del 10% quello maschile. Come UIL crediamo utile estendere lo strumento del sottoinquadramento anche a tali soggetti al fine di aumentare l’occupazione femminile contribuendo così al raggiungimento degli obiettivi di Lisbona (60% di donne occupate nel 2010). Inoltre andrebbero ridefinite le aree territoriali che possono usufruire dello sgravio contributivo di oltre il 25%, ricomprendendovi la Calabria esclusa dal 2008.

Ulteriore proposta è quella di ampliare il campo di applicazione del contratto di inserimento alle giovani donne residenti in tutte le aree del Paese, non ricomprese tra le aree oggetto di aiuti di Stato di cui sopra, aumentando il limite di età dagli attuali 29 anni a 36.

Infine, con l’obiettivo di aumentare le competenze professionali del singolo lavoratore con contratto di inserimento che, non dimentichiamoci, rientra in una categoria svantaggiata, è necessario, secondo noi, ampliare le attuali ore previste di formazione sia teorica che pratica. Per far ciò e per avvicinare sempre più il sistema della formazione al mondo del lavoro, lo Stato e le Regioni si devono impegnare a destinare, in modo strutturale, alle imprese che utilizzino contratti di inserimento, adeguate risorse attingendo dal Fondo Sociale Europeo.

La riforma degli ammortizzatori sociali

La crisi economica ed i suoi effetti sul sistema produttivo avranno un impatto profondo sul nostro modello di vita ed in particolare il deterioramento del mercato del lavoro renderà ancora più attuale il dibattito sugli ammortizzatori sociali e sulla necessità di una riforma che è presente nell’agenda politica da circa un decennio.

A nostro parere il riordino del sistema dovrà definire una rete di sicurezze e di tutele universali indipendentemente dalle dimensioni di impresa, dal settore o dal contratto applicato, con l’obiettivo prioritario di rendere sostenibile la flessibilità e la mobilità, anche con il concorso delle imprese e degli Enti Bilaterali.

In questa ottica andrà necessariamente riqualificato e meglio attrezzato il sistema dei Servizi per l’impiego, che dovranno da un lato ricreare la centralità e la competitività del servizio pubblico e dall’altra rafforzare le sinergie con gli operatori privati.

Servizi pubblici ed operatori privati dovranno assicurare, sia attraverso opportune modalità di integrazione, sia direttamente che in competizione tra loro, la gestione delle politiche attive necessarie a determinare le condizioni di occupabilità ed inclusività del sistema.

Si tratta di agevolare e rendere effettivo un  processo che realizzi in un unico servizio, supporto alla ricerca di lavoro, orientamento, offerta formativa e ricollocamento.

Un rinnovato sistema di ammortizzatori sociali si dovrà sviluppare su due livelli, non alternativi e che garantiscano, in una logica universalista, un adeguato sostegno economico ed un rapido reinserimento nel mondo del lavoro.

Il punto di partenza potrà essere l’attuale sistema che, malgrado i numerosi limiti, ha dimostrato in questa fase di crisi buone capacità di tenuta, in particolare attraverso misure di “emergenza” e provvedimenti in deroga alla vigente normativa.

Alle misure emergenziali occorre dare seguito attraverso interventi strutturali che, partendo dall’attuale sistema, permettano di ampliare il grado di copertura degli strumenti oggi a disposizione e realizzino una semplificazione dei diversi schemi di sostegno la cui struttura appare troppo complessa, articolata, discrezionale e soprattutto iniqua, in termini di importi e  di durate, sia  per tipologia di destinatari che per settori produttivi.

Il sistema di tutele potrebbe continuare a ruotare intorno ai due tradizionali strumenti di sostegno al reddito, la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione, riducendone le attuali disparità di trattamento ed accesso attraverso una razionalizzazione degli interventi ed una opportuna ricalibratura.

La riforma dovrà pertanto intervenire per correggere gli squilibri e le inadeguatezze strutturali dell’attuale modello di protezione sociale, attraverso la definizione di un progetto organico inserito all’interno di una “Legge quadro” che, per fasi successive e con la necessaria gradualità, ridefinisca gli strumenti, rimuova le discriminazioni, regoli la sussidiarietà e, sulla base di priorità condivise, reperisca le risorse necessarie.

Occorrerà quindi dare un sufficiente grado di sostenibilità economica al sistema sia attraverso una maggiore responsabilizzazione e partecipazione delle imprese sia prevedendo interventi integrativi gestiti dagli Enti Bilaterali, realizzando, come già accaduto per la previdenza integrativa, un sistema misto basato su interventi di tipo assicurativo su base obbligatoria e su forme mutualistiche introdotte attraverso la contrattazione collettiva ed agevolate nella loro diffusione da forme di incentivi di carattere contributivo o fiscale.

Accanto a politiche di riforma del sostegno al reddito vanno però contestualmente sviluppate politiche attive che favoriscano l’occupabilità e sviluppino le opportunità.

Un sistema che sia basato sulla “tutela nel mercato del lavoro” attraverso robuste forme di sostegno al reddito la cui fruizione sia però “sostanzialmente” condizionata alla partecipazione di percorsi di formazione e riqualificazione, all’offerta di servizi di orientamento e ricollocazione ed alla adesione a percorsi di outplacement che realizzino un rapido reinserimento nel mercato del lavoro.

In questa ottica una ipotesi di riforma degli ammortizzatori sociali non può non essere accompagnata da un ripensamento del nostro sistema di formazione che riposizioni i propri obiettivi sulle “reali” esigenze dei lavoratori e delle imprese attraverso interventi di “formazione continua e personalizzata” collocati all’interno di una visione dinamica del mercato del lavoro.

La regolazione dei rapporti di lavoro

Le modifiche intervenute nei tradizionali equilibri contrattuali determinano una revisione dei termini della prestazione lavorativa, ed è proprio sul piano della regolazione del rapporto di lavoro che occorrerà prestare la maggiore attenzione.

Con l’accordo del 22 gennaio la UIL ha contribuito attivamente ad una riconfigurazione della contrattazione collettiva che realizzi una nuova dinamica dei redditi da lavoro dipendente, aumentando gli spazi destinati alla contrattazione aziendale.

In questa ottica ci sembra invece angusto ed impraticabile lo spazio aperto dal Libro Bianco ad una contrattazione individuale.

Non ci convince e non pare aderente alla realtà la prospettiva per la quale un lavoratore o una lavoratrice possano contrattare a pari livello, con pari dignità e con strumenti adeguati con il proprio datore di lavoro.

Vi sono già oggi, e ve ne saranno ancora in futuro, persone che, grazie alla propria professionalità, alla propria esperienza ed alla mansione ricoperta potranno non solo scegliere con chi lavorare ma soprattutto condizionare il proprio livello retributivo.

E’ un dovere, per un sindacato moderno, tutelare e valorizzare questi lavoratori promovendo una contrattazione, soprattutto aziendale, che ne esalti le specificità e le competenze, ma pensare che questo segmento rappresenti il “mondo” del lavoro è sinceramente altra cosa.

Una individualizzazione del rapporto di lavoro rappresenterebbe un pericoloso precedente e porterebbe benefici ad un numero troppo esiguo di lavoratori, costringendo tutti gli altri a scelte “obbligate” insufficienti a garantire reddito e tutele.

Si reintrodurrebbero, inoltre, forme di regolazione del rapporto di lavoro già conosciute nel passato nelle quali la dimensione collettiva e quella individuale avrebbero confini sempre meno netti e precisi.

Una simile prospettiva contribuirebbe infine ad un ulteriore impoverimento dei valori propri alle grandi identità collettive di cui la UIL e tutto il sindacalismo confederale italiano fa parte, creando un’ulteriore frattura tra singolo lavoratore ed organismi di rappresentanza.

L’enfasi posta dal Libro Bianco su questi argomenti ed in particolare sull’idea di una progressiva ed inarrestabile estensione dell’autonomia del lavoratore attraverso il definitivo superamento della distinzione tra lavoro autonomo e lavoro subordinato ci sembra francamente eccessiva.

Allo stesso modo la pur ampia diffusione di forme di impiego nelle quali si riscontra una sempre meno netta distinzione tra autonomia e subordinazione della prestazione, non ci sembrano sufficienti, come indicato dal Libro Bianco, per decretare il superamento tout court del lavoro subordinato standard quale principale tipologia di riferimento nel mercato del lavoro che, sia nella prassi che nell’attuale legislazione del lavoro, mantiene inalterata la sua preponderanza.

E’ infine preoccupante “l’insofferenza”, espressa in maniera esplicita nel Libro Bianco, nei confronti del vigente complesso di norme a tutela del mondo del lavoro che vengono rappresentate come un “ostile” ed inutile intralcio al dinamismo dei processi produttivi, fino al punto di ipotizzare “una più moderna regolazione della risoluzione individuale del rapporto di lavoro”, nella quale è facile intravedere un intervento unilaterale diretto a modificare le attuali regole sui licenziamenti individuali.

Il superamento del mercato del lavoro “duale”: la proposta della UIL

In questa fase di crisi dalla durata e dagli esiti incerti, una parte cospicua del mondo del lavoro si trova senza una adeguata tutela sociale, rendendo non più rinviabile non solo una radicale riforma degli ammortizzatori sociali ma, soprattutto, una soluzione al problema del dualismo che oggi caratterizza il nostro mercato del lavoro.

Il nesso organico che deve esistere tra un adeguato livello di tutele individuali ed un efficiente sistema di ammortizzatori sociali, si è andato via via disarticolando sotto la spinta di riforme, per lo più incomplete che, anziché favorirne l’integrazione, ne hanno accentuato le distanze.

La crisi economica ne ha stressato i meccanismi mettendo a nudo le contraddizioni del sistema ed evidenziando gli squilibri e le disuguaglianze che, nella fase di “luna di miele” della crescita occupazionale, erano state volutamente ignorate.

La domanda di maggiore flessibilità proveniente dalle mutate condizioni di produzione ed organizzazione sociale è stata sostenuta, dal legislatore e non solo,  attraverso una offerta sovradimensionata di tipologie di impiego incentivate, nel loro utilizzo, da retribuzioni inferiori alla media, bassi livelli di contribuzione e minori tutele.

Nella fase attuale il Governo non sembra interessato a processi di riforma organici del mercato del lavoro e gli indirizzi che si colgono all’interno del Libro Bianco sembrano piuttosto improntati al superamento di una legislazione del lavoro considerata “troppo rigidamente protettiva”. Fondamentalmente, un ostacolo al dinamismo di cui il mercato del lavoro necessita.

In quest’ottica, la flessibilità viene intesa come valore in sé, il lavoro atipico come un’opportunità ed il lavoro subordinato retaggio di un passato più o meno recente.

D’altro canto è obiettivamente difficile ridurre all’essenziale le forme flessibili di impiego e, soprattutto, ricondurre tutte le altre, in particolare quelle precarie, all’interno di un’unica tipologia contrattuale che abbia le caratteristiche positive di tutela proprie del lavoro “standard” mantenendo inalterata la giusta misura di flessibilità, sia in entrata che in uscita che caratterizza il lavoro “atipico”.

In questo senso riteniamo utile il dibattito aperto da autorevoli economisti e giuslavoristi, ed in particolare da Pietro Ichino, dal quale si possono cogliere interessanti spunti ed ipotesi su una organica riforma del sistema di regolazione dei rapporti di lavoro.

Le proposte in campo hanno tutte il comune proposito di indicare soluzioni che permettano di superare il dualismo che si è venuto a determinare nel mercato del lavoro, attraverso l’introduzione di contratti che prevedano tutele crescenti con il passare del tempo, anche attraverso periodi di prova più lunghi.

Ci convince, infine, l’obiettivo di responsabilizzare maggiormente le imprese sia attraverso indennità economiche da erogare al lavoratore in caso di licenziamento (non discriminatorio) e che quindi  ne scoraggino l’abuso, sia soprattutto con il coinvolgimento diretto, della bilateralità nel delicato processo di sostegno al reddito e ricollocazione lavorativa.

Occorre pertanto interrogarci su quali possano essere le soluzioni per superare l’attuale dualismo del mercato del lavoro e le sue distorsioni, rivendicando e recuperando, come Sindacato, un ruolo di rappresentanza politica e sociale nei confronti di  tutti i lavoratori, per superare il preconcetto, che si sta insinuando nel dibattito politico, di una “contrapposizione” tra lavoratori garantiti e meno garantiti.

Non ci convince l’ipotesi di risolvere il problema della “debolezza” di alcune figure o tipologie con lo strumento del salario minimo garantito: di fatto tale scelta ne certificherebbe il ruolo e la legittimità  poiché, essendo già garantita dalla contrattazione la definizione, per tutti i lavoratori dipendenti, di un minimo salariale, si rivolgerebbe, tale strumento, a figure atipiche e principalmente ai lavoratori a progetto. L’obiettivo, al contrario, dovrà essere quello di ricondurre i rapporti di lavoro, di fatto economicamente dipendenti, nell’alveo del lavoro dipendente regolato dalla contrattazione collettiva. Si rende quindi sempre più necessario, un superamento di tutte le forme di lavoro “precario” a partire dagli stage e dalle collaborazioni a progetto che, seppur con natura autonoma, nella maggior parte dei casi nascondono veri e propri rapporti di lavoro subordinato.

Inevitabilmente, e nello stesso tempo, si dovrebbe operare per garantire alle imprese l’opportunità di forme di ingresso graduali e a forte connotazione formativa, come l’apprendistato, ed ipotizzare una strumentazione normativa, definita sempre dalla contrattazione, che affronti le criticità economico-produttive delle imprese, non solo con gli strumenti terminali ordinari (cassa integrazione, mobilità, licenziamento), ma anche con un sistema di tutele legate alla ricollocazione rapida delle persone in uscita dall’impresa stessa.

Non ci appassiona il dibattito sui tempi delle riforme e se la crisi attuale sia o meno il momento più adatto per definire nuovi assetti regolatori. Resta fermo il fatto, invece, che le situazioni di crisi, enfatizzando i limiti (come le virtuosità) del nostro attuale sistema, impongono, quanto meno, un ripensamento ed una analisi del nostro mercato del lavoro e del nostro sistema di protezione sociale sulla base del quale aprire un dibattito ed un reale confronto tra tutte le parti in causa con l’obiettivo di apportare i necessari correttivi che, per quanto ci riguarda, dovranno avere la portata di vere riforme organiche.

NUOVI LAVORI: FLESSIBILITA’ E LAVORI ATIPICI

Questi ultimi anni sono segnati dalla crisi economica globale. Si è assistito ad una caduta della produzione e del reddito; per la prima volta dopo tanti anni i tassi di crescita dei paesi industrializzati hanno valori negativi.

Il processo che negli ultimi anni aveva portato all’espansione dei mercati finanziari e che aveva già prodotto un calo dell’occupazione stabile e la trasformazione nell’organizzazione del lavoro, è esso stesso entrato in crisi. La nuova disoccupazione, quella emergente dalla crisi globale, ha fatto si  che la grande questione del lavoro tornasse ad occupare un ruolo centrale.

Un processo che ha messo maggiormente in evidenza le carenze dello stato sociale e le più forti lacune emerse a fronte della diffusione delle nuove forme di lavoro. Una nuova dimensione sociale che non rientra nel consolidato sistema di tutele: quello realizzato per una dimensione economica e sociale che sembra però ormai riferita ad un vecchio modello di sviluppo.

I nuovi lavori hanno portato una filosofia della flessibilità positiva solo per le aziende che alla ricerca di una costante integrazione con i cambiamenti del mercato tendono a metterla in atto sul fronte di forme diverse da quelle standard e, d’altra parte ha caratterizzato per il lavoratore le modalità di ingresso e uscita dalle organizzazioni produttive. Se questi, i nuovi lavori, dovevano essere un viatico o avevano avuto lo scopo di incrementare l’occupazione, hanno portato invece a una deregolazione di un mercato del lavoro reso ancora più fluido, che ha consentito una maggiore libertà per l’impresa ma non per il lavoratore e che, nella concretezza ha lasciato il lavoratore a fare i conti con una precarietà invasiva. Il sindacato, la UIL già da anni ha compreso che la fine del vecchio modello di sviluppo evidenziava il sorgere di nuovi soggetti che sostituivano la figura dell’ operaio massa ed ha saputo coglierei i nuovi bisogni rappresentando ed integrando al proprio interno le nuove generazioni di lavoratori.

Di fronte a tale scenario la UIL e per essa il CPO ha promosso un sistema di relazioni sindacali basato sulla partecipazione, sul ruolo della bilateralità trasferendo alle parti sociali pezzi di welfare, la previdenza integrativa, la sanità integrativa precostituendo una possibile parziale risposta agli attuali squilibri ed alla crisi in atto la quale richiede comunque alla politica e alle istituzioni necessarie ed incisive innovazioni nel modello economico e sociale.

E’ in questo contesto che  per la prima volta appare una crisi occupazionale che coinvolge complessivamente le nuove forme di lavoro: quelle che negli ultimi anni rappresentavano l’espansione occupazionale, la risposta ad un mercato del lavoro flessibile, quelle nuove forme contrattuali che hanno offerto occasione di lavoro e di reddito per centinaia di migliaia di nuovi lavoratori, giovani diplomati, laureati e qualificati.

I dati ormai dimostrano che la crisi ha colpito la somministrazione del lavoro riportando l’istituto ai livelli di cinque anni addietro con una riduzione del 30% delle missioni di lavoro.

Di fatto l’economia politica dell’insicurezza, addossa ai singoli individui i rischi dello stato e dell’economia, mietendo tra le proprie vittime proprio il lavoro retribuito, che diventa precario, creando così un effetto domino su tutta la società, ciò che oggi ci aspettiamo dalla politica è una riorganizzazione del lavoro non solo in criteri tecnici ed economici ma soprattutto sociali e che faccia attenzione nella creazione di un welfare per i lavori discontinui.

Il ruolo della contrattazione

In questo contesto assume nuova centralità la negoziazione di nuove forma di tutela e di misure atte a sostenere i lavoratori nella transizione della crisi. La contrattazione di settore travalica i propri confini e si apre ad un confronto con i livelli istituzionali assumendo così  nel proprio ambito  responsabilità di intervento per la soddisfazione degli emergenti bisogni di tutela che non sono più riferibili esclusivamente alle condizioni di lavoro.

La normativa contrattuale, già improntata alla costruzione di un welfare per i lavori atipici, diventa propulsiva per l’integrazione al reddito e per le misure di politica attiva prerogativa dei diversi livelli istituzionali ampliando lo spazio negoziale della contrattazione nel mercato del lavoro, al di fuori quindi dei luoghi della produzione.

Si sono aumentati i fondi per gli ammortizzatori in deroga e se ne estende il campo di applicazione anche ai nuovi lavori ma, in mancanza di un unico diritto soggettivo ad un sussidio che non sia solo per gli addetti delle grandi imprese, tocca alla contrattazione supplire alle lacune normative ed economiche degli interventi pubblici intervenendo con politiche attive a sostegno dei lavoratori. Tutte queste misure, mirano a dare e ad estendere una giusta protezione e tutela ai lavoratori, risultati questi anche di un’azione congiunta e voluta con le altre due sigle sindacali.

La parità di trattamento economico che ci siamo impegnati e ci impegniamo a garantire, non potrà, in futuro non tener conto che i vantaggi economico-produttivi che le imprese trovano nella flessibilità sono, per i lavoratori un costo sociale e una reale parità di trattamento economico dovrà, quindi,  tener conto di tali valori, riconoscendo ai lavoratori un plus economico.

La questione della rappresentanza

L’esigenza di flessibilità rispetto all’utilizzo delle nuove forme di lavoro atipico è solo uno degli aspetti del problema, l’altro, anch’esso largamente diffuso, non ha nulla a che vedere con i modelli organizzativi e produttivi aziendali, ma risulta essere una semplice esigenza di riduzione dei costi. E’ questa la realtà diffusa nell’utilizzo delle varie forme di lavoro autonomo a partire dalle collaborazioni a progetto. La contrattazione individuale è un fattore che è causa di un nuovo approccio e di un rinnovamento delle pratiche di rappresentanza. Questi, i lavoratori, non possono far fronte a tali e tante nuove situazioni da soli, come soggetti isolati, oggi più che nel recente passato, i lavoratori sentono la necessità di essere indirizzati nelle scelte e rappresentati. Per questo riteniamo vada superata, anche mediante un adeguamento normativo, la totale contrattazione individuale dei lavoratori economicamente dipendenti, introducendo elementi di contrattazione collettiva su temi inderogabili come, ad esempio, le tutele su salute e sicurezza e la maternità.

Il nostro lavoro deve vederci impegnati a ricondurre a lavoro stabile le finte collaborazioni e partite iva, che nulla hanno di autonomo, nelle mansioni, nell’organizzazione del lavoro, nella possibilità per il lavoratore di autodeterminarsi e, per il resto, in condizioni di lavoro fortemente omogenee, rafforzare la rappresentatività esaltando la tendenza all’aggregazione e creazione di nuove identità collettive basate sulle caratteristiche professionali. Un sindacato che partendo dalle differenze crei unità, che sulla base delle professionalità di settore sia in grado di leggere i bisogni specifici dei lavoratori senza fabbrica, considerando anche la “rete”  nei nuovi canali quale strumento vitale per l’organizzazione, l’informazione e l’unità.

La capacità, verificata, della bilateralità di essere elemento di sostegno, in particolare  per le categorie più deboli del mercato del lavoro ci propone l’idea dell’utilità di una bilateralità in ambito regionale e partecipata dalle istituzioni per le collaborazioni a progetto.

Partendo dalla formazione professionale con la sperimentazione dei  percorsi formativi introdotti dalla legge 27 dicembre 2006, n. 296 vogliamo promuovere e verificare la possibilità di costruire per i  co.co.pro. un sistema bilaterale regionale di protezioni che sia includente per i lavoratori e disincentivante per chi tenta un uso improprio del contratto. In un mercato frammentato risulta fondamentale la nostra azione futura, che deve essere di tutto il sindacato, nel ridurre i rischi di un impoverimento sociale di strumenti e di tutele a supporto dell’individuo, non dimenticando altresì, di promuovere una  nuova politica a tutela della donna fortemente a rischio di precarietà, una politica che sia sostenuta e che sia patrimonio di tutta la organizzazione.

Una rete di rappresentanza strutturata

La UIL è chiamata a rappresentare le nuove generazioni di lavoratrici e lavoratori e di chi cerca occupazione, tale scenario, ci impone di dover assicurare nel prossimo futuro nuovi spazi di rappresentanza ai soggetti diversi sviluppando quelle politiche che generano inclusione e non esclusione sociale, attraverso l’assistenza e i sevizi che viene garantita nei sportelli.

Assume centralità l’azione sindacale anche fuori dai luoghi di lavoro chiamandoci a rivestire un ruolo di presenza sul territorio e assistenza ai bisogni. Una presenza che si realizza nelle attività tipiche dei servizi sindacali ma anche in nuovi ambiti di intervento quali l’orientamento al lavoro ed alla formazione con il fine di sostenerli nella costruzione del proprio percorso di inserimento o di reingresso nel mondo del lavoro assicurando così ai nostri iscritti una reale rappresentanza anche nei periodi di disoccupazione temporanea.

Il nostro impegno nel promuovere gli strumenti di politica attiva è necessario, consapevoli che tutte queste misure sono potenzialmente capaci di facilitare l’occupazione in tutte le sue forme, il nostro obiettivo è porre la persona in condizione di perfezionare la propria offerta di lavoro in relazione, alle competenze possedute o da acquisire e alla domanda di lavoro effettivamente esistente. È nostro obiettivo qualificare i nostri sportelli che devono essere un punto di riferimento, una nuova strategia integrata di informazione e comunicazione volta anche a sollecitare un maggiore interesse rispetto alle opportunità che noi come sindacato offriamo.

La bilateralità di settore

E’ il lavoro e la sua qualità, che condiziona le nuove esigenze di cittadinanza, in questo senso il settore del lavoro interinale, da subito, ha scardinato le modalità di organizzazione del lavoro, mettendo in discussione il classico rapporto bilaterale, proponendo ai lavoratori nuovi problemi sociali.

Fin dal 1998 la bilateralità di settore ha saputo cogliere queste esigenze, valorizzando il ruolo della contrattazione si è cercato di coniugare la flessibilità e le sicurezze.

Con il rinnovo contrattuale del 24 luglio 2008 il sistema di tutele garantito dai tre enti Ebitemp, Formatemp, Ebiref è maturato, la previdenza, la formazione, il sistema di protezioni sono diventate realtà importanti, coinvolgenti, in termini potenziali, nel dare risposte adeguate ai lavoratori in somministrazione.

In questo senso aver individuato, ancora prima della crisi, strumenti come quelli del sostegno al reddito ci ha permesso di dare risposte immediate ai lavoratori che, fino a quel momento, esclusi dagli ammortizzatori sociali, subivano per primi gli effetti della crisi economica, vedevano scadere i contratti senza la possibilità di nuove proroghe. Per il rafforzamento di tali strumenti  abbiamo sottoscritto un accordo con il  Ministero del Lavoro per delle nuove misure, di politica attiva e passiva, a sostegno dei lavoratori in somministrazione disoccupati.

Finanziato dalla bilateralità di settore e previsto dalla contrattazione collettiva il Fondo di Previdenza Integrativa ha introdotto la possibilità per i lavoratori in somministrazione di accedere alla previdenza integrativa. La costituzione di un fondo di previdenza integrativa “atipico” ha significato realizzare non solo un sistema senza costi per i lavoratori ma anche, un modello che solidalmente andasse a ricostruire nei  periodi di disoccupazione.

Sul valore della bilateralità nel settore sella somministrazione la UIL non ha dubbi, si tratta di un asse portante perché su di essa si innestano le questioni della partecipazione, dell’inclusione, della difesa dei diritti e della democrazia economica.

La bilateralità va vista come un mezzo di espansione e governo del tessuto contrattuale. Uno strumento forte della contrattazione per dare risposte e prospettive ai lavoratori.

La sicurezza

E’ evidente che sono i lavoratori con contratti atipici i più esposti ai rischi per la salute e sicurezza rispetto a chi ha un lavoro stabile. L’accumularsi di contratti di breve termine e la discontinuità del lavoro e del reddito aumentano il rischio di insicurezza e incrementano lo stress a causa dell’incertezza del proprio futuro, presupposti questi che ci impegnano a proseguire con una campagna di sensibilizzazione, già avviata da tempo, per allargare l’area dei cosiddetti rischi per la salute e sicurezza, per costruire forme protettive e di sostegno anche fuori dall’impresa, per rafforzare la posizione di questi lavoratori nel mercato. Porre l’attenzione sui rischi specifici dei lavoratori con contratti atipici e sui rischi correlati alla precarietà del lavoro è obiettivo primario della UIL da perseguire attraverso una sempre più attenta legislazione ed una politica contrattuale che possa rispondere in maniera efficace ai bisogni di tutela di detti lavoratori.

Nonostante nel testo Unico vi sia stato un ampliamento del campo di applicazione soggettivo, rispetto alla precedente normativa,  tuttavia per quanto riguarda la tutela dei lavoratori flessibili, il quadro è rimasto ancora insufficiente, con una legislazione  avanzata come il D. lgs.  81, che aiuta  comunque ad affrontare le tematiche sulla sicurezza, queste vanno ancora una volta  accompagnate dalla contrattazione, dalla rappresentanza e dal coinvolgimento delle istituzioni.

I contenuti tipici dell’informazione sui rischi di settore e rischi specifici destinata ai lavoratori dipendenti deve essere garantita  anche ai lavoratori che cambiano spesso luoghi e forme di produzione, in questo ambito intendiamo promuovere informazione e formazione per i lavoratori  atipici insieme alle rappresentanze sindacali interne alle aziende, attenti nella programmazione e controllo.

LAVORO SOMMERSO E CULTURA DELLA LEGALITA’

Lavoro nero ed irregolare

Il bisogno di sopravvivere nella vita di tutti i giorni. E’ questo il motivo principale che spinge molte persone ad accontentarsi di forme, modi e tempi di lavoro ai limiti delle loro forze, senza orario, ai limiti molte volte dell’umano come nei casi di semischiavitù di cui si è sentito parlare.

Lavori sottopagati, in condizioni igienico-sanitarie a volte disdicevoli, senza alcuna tutela. E’ il lavoro nero, la modalità certa ma anche più insicura di lavorare. E’ quel lavoro per cui tutti sono disposti ad aprirti le porte, anzi ti bussa alla porta e ti viene a cercare perché percepisce ed intercetta chi “ha bisogno” di lavorare.

E’ nello stesso tempo l’esigenza di ridurre il costo del lavoro, il bisogno di competitività, di farsi largo in un mercato sempre più globalizzato in cui vince chi è più concorrente rispetto agli altri, che orienta le aziende ad “investire” in manodopera che renda in termini di produttività, ma che riduca ai minimi termini i costi di impresa.

Accanto al lavoro nero, si fa sempre più spesso ricorso, da parte delle aziende, a modalità di lavoro irregolare, rapporti di lavoro di cui si conosce l’esistenza in cui, però, i lavoratori sono impiegati in violazione delle disposizioni vigenti in materia contributiva e fiscale, fino ad approdare a forme di irregolarità connesse all’utilizzo improprio di rapporti di lavoro diversamente qualificati come nel caso di lavoratori con contratti a progetto che nascondono rapporti di lavoro subordinato.

E’ questo il lavoro sommerso più comunemente definito come “lavoro grigio” cioè una modalità intermedia tra il lavoro regolare ed il lavoro nero.

E’ quello del lavoro sommerso, nelle due tipologie di lavoro irregolare e nero, un fenomeno diffuso su tutto il territorio nazionale seppur con un elemento di distinzione basato sul diverso tasso di irregolarità che differenzia le Regioni del Centro-Nord (nel 2008 al 9%) da quelle del Mezzogiorno (al 19,2%).

Di azioni per contrastare sia i fenomeni di irregolarità che di lavoro nero, negli ultimi anni ne sono state adottate molte: si va dalla comunicazione preventiva di instaurazione dei rapporti di lavoro che consentono agli organi ispettivi di avere conoscenza immediata delle posizioni lavorative esistenti in un’azienda e scovare tempestivamente i casi di lavoro nero, al Documento Unico di Regolarità Contributiva, dapprima introdotto nel settore dell’edilizia ed oggi esteso a tutti i settori ed attestante la regolarità contributiva dell’impresa che richieda la fruizione di benefici normativi e contributivi in materia di lavoro e di legislazione sociale, nonché per poter fruire di benefici e sovvenzioni previste dalla disciplina comunitaria; alla possibilità di regolarizzare, con procedure di emersione, posizioni in nero; al tesserino di riconoscimento nei cantieri sia per lavori in appalto che in subappalto; alla combinazione della maxisanzione per lavoro nero fino al provvedimento di sospensione dell’attività, in qualsiasi settore produttivo, per presenza oltre una certa percentuale di lavoratori in nero, per violazione di disposizioni su tempi di lavoro, per violazione della normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

L’attività ispettiva

Accanto a questi strumenti un contributo rilevante alla lotta al sommerso è indubbiamente quello che proviene dall’attività ispettiva. Negli ultimi 3 anni (dal 2006 al 2008), sono stati scoperti circa 770 mila lavoratori e lavoratrici il cui rapporto di lavoro presentava forme di irregolarità, di cui 392 mila completamente in nero (1 lavoratore su 2).

Ed il fenomeno non ha accennato a diminuire neanche nel corso del 2008, in cui vi è stato un incremento, rispetto all’anno precedente, dei lavoratori irregolari del 9,4%. Dato più recente quello che si riferisce all’attività ispettiva nel corso del primo semestre 2009, in cui sono stati trovati 155Mila lavoratori irregolari con un incremento del 7,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Di questi i lavoratori completamente in nero sono stati 54Mila (3 lavoratori in nero su 10 trovati irregolari).

E’ partendo da questi dati reali che occorre prestare particolare attenzione al fenomeno del sommerso, soprattutto in un momento di crisi come questo, in cui se da una parte si sta cercando di estendere le tutele a chi ne è privo, dall’altro non si può allentare la morsa su un fenomeno che produce riduzioni di diritti.

I dati, infatti, dimostrano come, nonostante i proclami e gli sforzi compiuti, non si siano prodotti i risultati sperati in termini di effettiva emersione e come non si sia inciso strutturalmente su tale fenomeno.

Su questo versante ci preoccupa, e non poco, la diminuzione quantitativa dell’attività dei controlli sul territorio, e soprattutto nel Mezzogiorno, che sembra essere sottovalutata; così come la qualità dell’azione ispettiva che dovrebbe vedere un più proficuo coordinamento tra tutti gli organismi preposti al controllo evitando inutili e costose sovrapposizioni di interventi.

Così come non ci convince l’idea di un ispettore del lavoro con funzione “di consulente” aziendale più che di vigilante della correttezza lavorativa.

Il lavoro accessorio (voucher)

E la risposta la fenomeno del lavoro nero non può certamente essere l’eccessivo ed esasperato ricorso al cosiddetto lavoro accessorio, così come propone il Governo.

Sull’effettiva portata di tale strumento, la nostra posizione è estremamente critica, poiché non si può pensare di contrastare il lavoro nero attraverso la scorciatoia dei voucher.

Riteniamo questo, infatti, più che uno strumento contro il lavoro nero, l’ennesimo strumento a disposizione delle aziende per aumentare la precarizzazione del lavoro in Italia.

E allora diventa lecito domandarci: il voucher sarà utilizzato anche per pagare servizi di assistenza domiciliare erogati direttamente o indirettamente da enti pubblici? I Comuni si avvarranno di “lavoratori accessori” per il funzionamento degli asili nido comunali? Non sono queste domande del tutto prive di fondamento, dal momento che il Libro Bianco sul futuro del modello sociale, va nella direzione di servizi socio-sanitari e programmi di assistenza domiciliare, resi attraverso la diffusione di un sistema integrato ed universale dei buoni lavoro. Ci domandiamo se in un settore delicato quale quello dei servizi sociali e sanitari si possa garantire efficienza ed efficacia degli interventi attraverso l’uso dei voucher. Siamo, quindi, così convinti che lo strumento farà emergere il sommerso? O non siamo forse in presenza di una nuova tipologia “atipica” di lavoro precario molto più conveniente rispetto alle attuali per costo del lavoro?

Non é concepibile che per il raggiungimento dell’obiettivo “far emergere il lavoro nero”, occorra servirsi di uno strumento che riduce le tutele.

Cultura della legalità

Se si vuole combattere il lavoro sommerso, infatti, lo strumento di cui servirsi è un’azione politica e amministrativa forte, realizzabile attraverso una efficace azione di controllo (e non con una sua diminuzione!) e la semplificazione delle norme che facilitino il rispetto delle regole.

Così come, occorre prestare attenzione agli effetti prodotti dalla criminalità organizzata sull’Economia del Paese. Sarebbe un errore fatale sottovalutare questo fenomeno o, peggio ancora, ridurlo ad un fenomeno soltanto meridionale, soprattutto nella prospettiva degli investimenti legati alle opere pubbliche o ad attività di riciclaggio di denaro in attività lecite, che inevitabilmente sono destinate a diventare l’occasione per il proliferare del lavoro nero.

Ciò produce un effetto domino che colpisce sia le imprese virtuose, che comunque pagano il prezzo di una  concorrenza sleale, sia i lavoratori che pagano il prezzo di una riduzione dei loro diritti, ma anche della società che paga il prezzo di una crescita dell’insicurezza.

Perché il sommerso, il lavoro nero, il lavoro irregolare, significano anche meno tasse e meno contributi versati nelle casse dell’erario e, di conseguenza, un ulteriore danno ai cittadini, perché è attraverso le imposte e le tasse che le “Istituzioni” finanziano i servizi da erogare alla comunità.

Per questo proponiamo l’istituzione di un fondo premiale nazionale e/o territoriale che, attraverso un “bollino blu”, premi quelle aziende in cui venga certificata la presenza di buona occupazione. Sarà tale l’impresa che produce rispettando le regole, che non utilizza lavoratori in nero o irregolari, né tantomeno forme di lavoro atipico.

Un occhio attento per il contrasto al sommerso dovrà essere la diffusione della cultura della legalità. A tal fine pensiamo soprattutto al Mezzogiorno. Sotto questo versante non deve essere persa l’occasione della prossima stagione progettuale legata ai Fondi Strutturali Europei per promuovere, stimolare e accompagnare quei progetti che nasceranno e si concretizzeranno con gli obiettivi di diffondere la cultura della legalità.

C’è l’esigenza, su questo versante, di elaborare nuove strategie che devono derivare da evidenti motivazioni di natura etica, sociale, economica e finanziaria.

La UIL crede che sia arrivato il momento di una grande campagna di mobilitazione nel Paese e con il Paese per diffondere la cultura della legalità, stimolando ed accompagnando azioni di prevenzione e repressione del fenomeno del sommerso con progetti che abbiano l’obiettivo di allargare la cultura di una società orientata alla legalità a partire dalla scuola.

Perché la scuola è un luogo privilegiato dove insegnare ai giovani i valori della legalità e della democrazia, e dove educarli a comprenderne l’importanza. Occorre inoltre contrastare i fenomeni di abbandono e dispersione scolastica dei giovani, che molto spesso li orienta verso la criminalità organizzata ed altre forme di devianza.

Bisogna mettere in campo progetti per la rimotivazione allo studio e per facilitare, in questo modo, l’inserimento nel mondo del lavoro.

L’ISTRUZIONE E LA FORMAZIONE: RISORSA STRATEGICA PER IL MONDO DEL LAVORO

Uno sguardo alla situazione attuale

Nella fase di grave congiuntura che stiamo vivendo, è certamente meno agevole che in altri periodi fare il punto sulla situazione attuale del Paese, interrogarsi sul futuro comune e suggerire risposte risolutive. Ed in tema di apprendimento permanente non è certamente più facile che in altri; tuttavia, se c’è un pregio che forse ha questa situazione, è proprio quello di avere rafforzato l’accento e l’attenzione sulla crescita della “cultura della formazione” e sulla necessità di uno sguardo meno contingente e più coerente rivolto al lavoro utile per il dopo crisi.

Infatti, riteniamo che l’attuale crisi economica e finanziaria abbia messo significativamente in luce come sia indispensabile il passaggio dalla filiera “istruzione-formazione-lavoro” al circolo virtuoso “istruzione-formazione-lavoro-ricerca-innovazione”, i cui investimenti, sia in termini di risorse umane che finanziarie, devono essere una priorità.

Solo in questo modo infatti è possibile immaginare, nel nostro Paese, il far decollare realmente un sistema di lifelong learning che, invece, si sta ancora cercando di mettere a punto.

Gli sforzi e l’impegno profusi in questi anni stanno portando, seppur lentamente, alla realizzazione di molti degli aspetti indispensabili per una sua piena attuazione; manca ancora purtroppo un loro coordinamento in un quadro organico d’insieme, con grave scapito per la crescita della persona e della competitività delle imprese, come pure c’è ancora bisogno di risolvere alcuni risvolti di indeterminatezza circa gli strumenti, gli obiettivi, le risorse ed i ruoli di tutti gli attori in gioco, a cominciare da Stato, Regioni e Province Autonome; riteniamo infatti indispensabile un’attenta definizione del ruolo che ciascuno in tale contesto è chiamato a svolgere ed il cui spazio deve trovare adeguato contemperamento nella collaborazione reciproca.

In questo senso parrebbe coerente, con quanto si sta sviluppando per far fronte organicamente alla crisi, valorizzare la rete delle strutture bilaterali, in cui le Parti Sociali saprebbero svolgere un’importante funzione di semplificazione e di maggiore efficienza nelle strategie di gestione concreta e quotidiana.

Il nostro sistema di istruzione tra Strategia di Lisbona, federalismo e futuri fabbisogni professionali

Le ricerche svolte in seno all’Unione Europea hanno già evidenziato come siano lontani i traguardi della rinnovata Strategia di Lisbona: in particolare, l’Italia, in tema di istruzione, formazione e occupazione, ha la duplice necessità di recuperare il divario rispetto ai benchmarks prefissati e ridurre il proprio gap nei confronti degli altri Paesi aderenti, a cominciare da un sistema scolastico di qualità, che abbia come obiettivo l’innalzamento di quei parametri che ne misurano attualmente l’efficienza e che sia in grado di garantire ai nostri giovani opportunità reali e competenze adeguate per il loro ingresso nel mondo del lavoro.

L’istruzione, il possesso delle conoscenze, l’acquisizione delle competenze non rappresentano soltanto un’esigenza di crescita culturale e civile dei cittadini, ma sono ormai aspetto determinante per le opportunità di sviluppo socio-economico, di competitività, di coesione sociale. In tale contesto la società della conoscenza è centralità dei saperi; la nuova ricchezza è il sapere. La scuola acquisisce quindi centralità nel contesto sociale e politico, ma nel contempo è spinta verso l’innovazione, la modernizzazione, il cambiamento di metodi e ruolo. La multiculturalità, la complessità sociale determinano spesso le criticità del sistema scuola, e ne richiedono i cambiamenti.

Rimanendo in tema di istruzione, a seguito dell’approvazione del Disegno di Legge Delega sul “federalismo fiscale”, è certamente d’attualità la questione circa un sistema federale della scuola; conseguentemente, sorge una serie di interrogativi sia sul piano dei finanziamenti che su quello più propriamente istituzionale ed organizzativo del sistema scolastico. La nostra posizione in merito è chiara, infatti riteniamo che l’istruzione si debba fondare sul senso di appartenenza, in una prospettiva che valorizzi le identità locali ma che le proietti altresì in un contesto nazionale, volto all’integrazione europea; pertanto, non può che spettare allo Stato assicurarne l’unitarietà e la coerenza.

Le prospettive future vedono un forte incremento della richiesta di  figure professionali tecnico-scientifiche altamente qualificate; in tale contesto va ricordata la riorganizzazione del sistema di Istruzione e Formazione Professionale e la costituzione degli Istituti Tecnici Superiori: pur nel sottolineare quanto siano necessarie entrambe nel nostro Paese, proprio in considerazione della formazione di quelle figure, per il forte legame con il territorio e per la potenziale capacità innovativa, va tuttavia evidenziato come abbiano ancora bisogno di alcuni interventi al fine della loro piena realizzazione: per i primi va segnalata la ricerca di un giusto equilibrio tra flessibilità e consolidamento; per i secondi la verifica dei risultati conseguenti alla loro futura attivazione.

Un cenno a parte merita l’Istruzione degli Adulti, infatti abbiamo seguito con molta attenzione la costituzione degli attuali CPIA, cosa che continueremo a fare con la loro sperimentazione, poiché riteniamo che questo sia un segmento importante delle politiche per l’apprendimento permanente, troppo spesso non tenuto nella giusta considerazione.

Per una Formazione Professionale coerente con il mondo del lavoro

Più in generale, è necessario che la Formazione Professionale sia programmata per temi, modalità e tempi di promozione il più possibile coerenti ai profili professionali ricercati dalle imprese. Occorre promuovere la crescita delle competenze delle risorse umane, agendo sulla qualità e l’efficienza dei sistemi di formazione, con l’obiettivo di dotare i lavoratori delle capacità richieste dal tessuto produttivo locale, di consentirne lo sviluppo delle conoscenze professionali e di ridurre la mancata corrispondenza tra domanda e offerta di qualifiche; è importante che anche territorialmente vengano attivati percorsi di riqualificazione professionale in tempi rapidi, soprattutto a fronte – come nello stato attuale – di crisi e/o riorganizzazioni aziendali o di insediamento di nuove attività imprenditoriali. Soprattutto, vanno previste attività formative e di orientamento per lavoratori privi di tutele e che si trovino nello stato di non-occupati per scadenza di contratto.

L’Apprendistato: una scommessa ancora tutta da vincere

In merito all’apprendistato – attualmente l’unico contratto di lavoro che coniughi formazione e lavoro, a favore della cui piena realizzazione continueremo a rinnovare il nostro impegno ed a sollecitare le forze di Governo, – questo è ancora lontano da un completo e soddisfacente raggiungimento degli obiettivi suoi propri: quello per l’espletamento per il diritto-dovere di istruzione e formazione è rimasto pressoché inutilizzato, mentre avrebbe potuto essere un ottimo strumento per contrastare la dispersione scolastica, oltre che – cosa peraltro in comune anche alle altre due tipologie – costituire un canale per l’accesso al mercato del lavoro; il professionalizzante non riesce a coinvolgere tutti i potenziali fruitori, sia in termini di aziende che di apprendisti e non sempre è soddisfacente l’aspetto formativo; infine, quello per l’acquisizione di un diploma e per l’alta formazione, altro possibile canale per combattere l’abbandono scolastico e per formare figure professionali altamente specializzate, attualmente non sembra avere avuto esiti significativi, se si esclude una sperimentazione – peraltro piuttosto circoscritta – che si è conclusa nel 2008.

L’integrazione tra politiche attive e politiche passive del lavoro e la valorizzazione delle competenze

Nell’attuale panorama nazionale, altamente significativo è che finalmente – anche se in ragione della situazione attuale – le politiche passive del lavoro siano ora concretamente affiancate dalle politiche attive; è su questa strada che bisogna proseguire, portando a regime – con gli eventuali necessari correttivi – ciò che l’emergenza ha spinto a sperimentare, perfezionandone gli strumenti ed allargando il più possibile la platea dei destinatari e chiamando le forze politiche ad un dialogo continuo, serrato e costruttivo con il Sindacato, senza dimenticare che cosa saggia sarebbe procedere prima ad un’integrazione delle politiche e secondariamente ad una delle risorse.

Inoltre, nell’ottica di migliorare l’incontro tra le richieste delle imprese e la disponibilità dei lavoratori in cerca di occupazione, presso i Centri per l’Impiego potrebbe costituirsi una banca dati contenente i curricula e i profili professionali delle persone iscritte; sarà poi compito delle Province  trasmettere, tempestivamente e periodicamente, i dati alle Associazioni dei datori di lavoro e Sindacali; ciò non solo per favorire l’accesso al lavoro, ma anche per monitorare il fabbisogno professionale del mercato del lavoro, al fine di mettere in campo azioni formative aderenti alle esigenze del territorio.

Contestualmente, uno degli aspetti sicuramente da privilegiare è il riconoscimento e la valorizzazione di quelle competenze spesso inconsapevolmente possedute dal lavoratore e da questi impiegate sul posto di lavoro a vantaggio della produzione e della competitività, da realizzarsi non solo contrattualmente ma anche in considerazione di una sua eventuale riqualificazione professionale.

La Formazione Continua: anticipare il cambiamento, rafforzare la bilateralità

Come già sottolineato, oggi una priorità della politica dell’Unione Europea è garantire lo sviluppo e la crescita di una manodopera formata, qualificata ed adattabile; a tale proposito, la Formazione Continua è strumento di politica attiva, fondamentale per anticipare i cambiamenti che il mercato del lavoro propone. Nei periodi di crisi come quello che stiamo vivendo, questa, supportata da adeguati strumenti di sostegno al reddito, deve garantire ai lavoratori il mantenimento del posto di lavoro, non solo in un ottica di breve periodo ma anche e soprattutto nel medio e lungo periodo.

La Comunicazione dello scorso anno della Commissione Europea “Nuove competenze per nuovi lavori” ha rafforzato il compito della formazione sia in termini di occupabilità che di adattabilità.

La Formazione Continua nel nostro Paese è realizzata attraverso diversi canali di finanziamento, uno di questi è il sistema dei Fondi Interprofessionali, operativo da circa cinque anni ed oggi rappresentato da 17 fondi. Le Parti Sociali, nel costituirli, hanno manifestato l’espressa volontà di riconoscere alla formazione un ruolo determinante nella lotta alle debolezze ed alla precarietà nel mondo del lavoro, cosa tra l’altro rafforzata, nel corso di questi anni, attraverso la promozione del “fattore formazione” in numerosi contratti nazionali rinnovati.

I Fondi Interprofessionali sono lo strumento attraverso il quale creare i presupposti per avviare la transizione, ancora non concretamente realizzata, da un sistema dove l’offerta crea la domanda ad un  sistema dove la domanda crea l’offerta. Questo si traduce in un sistema nel quale il processo formativo si attiva all’interno del luogo di lavoro (in maniera condivisa tra le parti) e si sviluppa anche con il possibile coinvolgimento di soggetti esterni, esperti in materia di Formazione Continua.

Inizialmente lo sforzo è stato profuso affinché i Fondi potessero decollare e da questo punto di vista il risultato è stato raggiunto; la mole delle aziende aderenti e dei lavoratori dipendenti è sicuramente più che significativa. In termini di efficienza, nell’erogazione dei finanziamenti il sistema ha sicuramente, nel suo complesso, ampiamente superato le prestazioni della pubblica amministrazione.

Tutto ciò si sta già traducendo in continue sfide per la nostra organizzazione sulle quali, alla fine del primo quinquennio di esperienza gestionale dei fondi interprofessionali, sembra necessario avviare una attenta ed approfondita riflessione.

  1. Bilateralità: è il principio sul quale le parti istitutive hanno voluto creare e rendere operativi i Fondi, ma purtroppo molto spesso non viene considerato il vero valore aggiunto ma un freno alle iniziative da mettere in campo. Bisogna  contestualizzare questo principio all’interno di uno strumento molto particolare, quello dei Fondi, nel quale non possono trovare sfogo le divisioni tra le parti in altri campi. Deve quindi essere chiaro che i Fondi Interprofessionali sono un mezzo attraverso il quale le Parti Sociali garantiscono competitività alle imprese e professionalità ai lavoratori e, pertanto, gestiscono una quota rilevante di Welfare del nostro Paese, con tutte le conseguenze e responsabilità connesse.
  2. Aumento delle risorse: la quota di finanziamento sulla quale i Fondi possono contare è bassa, soprattutto se confrontata con altri Paesi europei nei quali questa esperienza è già in fase avanzata; pensare ad un aumento della quota non è sicuramente pregiudizievole, soprattutto se si dovesse  regolamentare l’inserimento di altri lavoratori, come gli apprendisti, nelle attività finanziate dai fondi interprofessionali.
  3. Fidelizzazione di imprese e lavoratori: questo non significa solo mirare ad acquisire nuovi iscritti ma soprattutto fare in modo che il più alto numero di aziende e lavoratori possano usufruire di iniziative di formazione continua. L’introduzione nel 2009 della portabilità tra Fondi si lega perfettamente al concetto di concorrenza ma non a quello di mutualità degli stessi, pertanto sarebbe utile rivederne alcuni aspetti.
  4. Procedure burocratiche: se nella fase di start up è stato necessario applicare un sistema di regole molto complesso, spesso non rispondente alle esigenze formative di imprese e lavoratori, è questo il momento di snellire queste procedure, chiedendo al Governo di avviare una discussione in merito. I Fondi, ad oggi, si sono differenziati poco dai format e dagli standard della pubblica amministrazione, in termini di avvisi e di impianti normativi interni destinati all’erogazione ed alla gestione dei finanziamenti per la formazione dei lavoratori delle aziende a loro aderenti. Risulta necessario guardare con maggiore attenzione alle potenzialità proprie dei fondi di emettere norme e regolamenti autonomi in materia di erogazione e gestione dei finanziamenti destinati alla formazione.
  5. Dispositivi di finanziamento: gli avvisi cosiddetti “generalistici” hanno avuto, durante il periodo di start up, un ruolo importantissimo ma oggi, in funzione del principio della fidelizzazione delle imprese e dei lavoratori, è necessario fare ricorso con maggiore frequenza ad altri tipi di avviso, già in fase di sperimentazione, nei quali abbiano priorità, per esempio, tematiche specifiche (sicurezza, ambiente ecc), esigenze territoriali (caratteristiche particolari, specificità di carattere produttivo, problemi socio economici), dimensione aziendale.
  6. Ruolo degli enti di formazione: orientare verso modelli di maggiore vicinanza alle esigenze dei destinatari, superando il modello dell’aula per approdare ad un ruolo più ampio di facilitatore dei processi di formazione e di accesso ai finanziamenti possibili. Trasformazione, quindi, in agenzia per servizi formativi alle aziende ed ai lavoratori con il compito di superare tutta una serie di problematiche tra cui:

a)      diffuso disinteresse, soprattutto in quelle di piccole dimensioni, nel promuovere la formazione quale fattore di crescita della produttività;

b)     scarsa capacità da parte delle piccole e piccolissime imprese di analizzare il fabbisogno formativo in funzione delle sfide che il mercato propone;

c)      difficoltà da parte dei lavoratori ad autodiagnosticare il proprio bisogno formativo nella prospettiva di crescita personale e professionale; problema legato sia alla mancanza di strumenti adatti a svolgere questa “diagnosi”, sia alla mancanza della cosiddetta “cultura della formazione”, che si può tradurre nel concetto “dell’imparare ad imparare”.

  1. Integrazione con le Regioni: bisogna lavorare per un Sistema di Formazione Continua nel quale convivano i vari strumenti di finanziamento (Fondi Interprofessionali, FSE, 236), in un’ottica di integrazione reciproca e non di concorrenza, al fine di evitare sprechi e duplicazioni delle risorse. In questa direzione un aiuto concreto può essere dato dalla definizione di un assetto nazionale in termini di riconoscimento delle competenze in grado di assicurare quello delle qualifiche acquisite dai lavoratori, soprattutto alla luce delle stringenti richieste del Governo di far assumere ai Fondi Interprofessionali un ruolo, anche economico e finanziario, in materia di politiche attive del lavoro. E’ ovvio che l’integrazione va fatta nel pieno rispetto dell’autonomia gestionale ed economica dei Fondi interprofessionali nonché della loro mission.
  2. Sistema di monitoraggio: avere un sistema di Formazione Continua significa avere uno strumento di monitoraggio ad hoc, in grado di monitorare le iniziative svolte ed i risultati ottenuti in un’ottica un miglioramento continuo; un sistema di questo genere richiede la collaborazione di tutti gli attori coinvolti in quanto la sua fruibilità è legata al ruolo ricoperto da ciascuno di essi.
  3. Aiuti di Stato: nei prossimi anni sarà necessario un confronto a livello europeo sull’applicazione di tale regime alle iniziative di formazione continua. In molti Paesi della Comunità europea si inizia ad avvertire l’esigenza di prevedere una deroga per le attività di formazione. Una scelta del genere garantirebbe il raggiungimento di due risultati:

a)      incentivare l’utilizzo dello strumento formativo come leva di crescita per la competitività delle imprese e per la professionalità dei lavoratori, soprattutto nelle PMI che rappresentano gran parte del tessuto produttivo, non sono nazionale ma anche europeo.

b)      Rendere più competitive le imprese perché avrebbero più disponibilità di risorse economiche sul fronte dei contributi pubblici, potendo quindi investire in ricerca e sviluppo.

E’ opportuno sottolineare lo sforzo che la UIL sta facendo in questi anni per far crescere la cultura della formazione sia al proprio interno che nei confronti di aziende e lavoratori. Un gruppo di lavoro sui Fondi è già operativo con il compito nei prossimi anni di rafforzare il ruolo dei Fondi interprofessionali quale strumento di politica attiva nel mercato del lavoro, nonché di garantire alla nostra organizzazione il rispetto delle obiettivi che a livello politico ci si è posti nell’istituire i Fondi stessi.

L’apprendimento lungo tutto l’arco della vita: una chiave di “svolta”per il Paese

L’Italia deve adeguare le proprie politiche formative ai nuovi obiettivi che la crisi già le impone; in tale contesto, le indicazioni dell’Unione Europea suggeriscono di esplorare più approfonditamente lo stato dell’arte circa la corrispondenza delle competenze possedute dalle persone con le esigenze del mercato del lavoro; procedere in tale senso ed elaborare strategie conseguenti e coerenti comporterà scelte politiche di spessore, capaci di incidere sensibilmente sul nostro sistema dell’apprendimento permanente e che, in quanto tali, dovranno vedere un forte coinvolgimento di tutti i soggetti parte in causa, a cominciare dal Sindacato, il quale è certamente capace – per competenza, rappresentanza e ruolo – di fornire un più che valido e congruo supporto alla costruzione di un sistema che realizzi proprio quel circolo virtuoso di istruzione-formazione-lavoro-innovazione-ricerca già richiamato.

Avere livelli di eccellenza nell’istruzione e nella formazione ed il superamento delle discrasie territoriali deve essere un interesse comune di tutte le forze politiche e sociali attive nel nostro Paese; una priorità a cui queste incessantemente devono tendere per rispondere nell’immediato alle istanze di una società e di un mondo del lavoro che cambiano sempre più velocemente, per mantenere alte la competitività e la crescita della collettività, ma sempre in considerazione e nella valorizzazione del singolo e delle sue aspettative.

Tutto ciò perché, per aversi effettivamente la centralità della persona, come crediamo e sosteniamo da sempre, questa deve essere sostanziale e non formale; non può e non deve, per la dignità ed il rispetto dell’individuo, limitarsi ad una mera dichiarazione di principio.

La sua concreta attuazione passa infatti anche attraverso la capacità di coniugare e gestire insieme gli obiettivi di occupabilità del cittadino e di produttività dell’impresa: solo in questa ottica e con questa premessa un sistema per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita può costituire realmente una chiave di “svolta” per il nostro Paese.

POLITICA ENERGETICA, SVILUPPO E COMPATIBILITA’ AMBIENTALE

Il Sindacato, la UIL, superando gli stereotipi di una scelta conflittuale tra salvaguardia dell’ambiente e salvaguardia della produzione e della occupazione, deve porsi con sempre maggiore consapevolezza ed incisività nella propria strategia sindacale il tema dello “sviluppo sostenibile”: anzitutto quindi la crescita come obiettivo irrinunciabile per realizzare maggiori occasioni di lavoro, migliore riconoscimento della professionalità e più alto reddito dei lavoratori e in questo quadro l’energia costituisce il carburante del motore della crescita economica.

Ma tale obiettivo non può oggi che essere perseguito in un quadro di compatibilità ambientale, che richiede non solo di evitare elementi di aggravamento degli squilibri di una situazione già pesantemente compromessa, ma anche di recuperare fenomeni già negativamente consolidati: il dissesto idro-geologico, l’inquinamento del territorio e delle acque, la pericolosità delle polveri nell’aria, il cambiamento climatico del Pianeta.

Noi, tra l’altro, come Sindacato, abbiamo l’opportunità di vedere questo tema da diverse ottiche: la prima è anzitutto l’energia come motore della crescita produttiva, a cui siamo fortemente interessati, la seconda attiene al nostro compito primario di tutela dei lavoratori, a tratto generale e nello specifico di chi è impegnato all’interno di questi settori, la difesa e lo sviluppo delle loro condizioni, della loro occupazione, della loro professionalità, la terza traguarda l’attenzione e la presa in carico di responsabilità sul futuro del mondo, della natura, bene che abbiamo in prestito e dobbiamo rendere ai nostri figli nelle condizioni migliori possibili.

Questa gamma di punti di vista con cui il Sindacato, la UIL, affronta l’argomento ne fa un interlocutore particolare, non di parte, ma in grado di esprimere una posizione equilibrata e complessiva. La scelta di fondo della UIL passa, dunque, attraverso la considerazione del contesto ambientale come parte integrante di una cultura d’impresa che internalizzi i riferimenti ambientali nei costi di produzione, quale elemento qualificante dei prodotti e dei processi produttivi, e che possa aprire la strada a nuovi settori, nuove professionalità, interessanti opportunità occupazionali riferite alla nuova economia dei cambiamenti climatici, nonché tutele specifiche, quali la cosiddetta “cassa integrazione verde” in caso di crisi produttiva per motivi ambientali.

Energia fattore primario

Siamo fortemente interessati, come UIL, alla tematica della energia come fattore primario e strategico per lo sviluppo della nostra economia e di tutta la società, nonostante il tema dell’energia sia stato per tanti anni lontano dal dibattito interno del nostro Paese, dalla percezione dei problemi che venivano valutati come importanti e critici per la nostra vita.

Il motivo di tutto ciò è presto detto, avevamo tutta l’energia che volevamo ad un prezzo relativamente basso e sembrava che gli idrocarburi, il petrolio ed il gas, potessero assicurare un futuro di disponibilità sempre maggiore e senza problemi.

Poi più tardi abbiamo avuto un brusco risveglio, nel 1973, con la crisi petrolifera e, negli ultimi anni, con il prezzo del barile vicino ai 150 dollari; abbiamo poi assistito con preoccupazione alla crisi tra Russia e Ucraina e abbiamo preso atto della nostra dipendenza assoluta per quanto riguarda il gas dalla Russia e dall’Algeria; siamo stati coinvolti quando la opinione pubblica del mondo ha evidenziato il problema climatico sempre più evidente, che rischia di diventare irreversibile e di produrre danni irreparabili.

Abbiamo dovuto cioè prendere coscienza in modo traumatico dello squilibrio energetico in cui vive la nostra società in Italia, sempre più abituata alla comodità ed allo spreco e di come la dipendenza dall’estero costituisca una fragilità assoluta per la nostra economia che sconta i costi maggiori del 30-40% dell’energia rispetto alle economie concorrenti.

Tutta una serie di produzioni ad alto tasso di utilizzo di energia, cosiddette energivore, (il vetro, la carta, la ceramica, l’acciaio) rischiano di uscire in modo permanente del nostro sistema produttivo.

Siamo arrivati a comprendere che l’energia è il vero campo su cui si gioca, anche in termini di influenza politica, il futuro del mondo (Bill Gates dice che fra un secolo comanderà solo chi riuscirà a dare energia alla gente). Diverse Nazioni, la Russia in modo particolare, stanno interpretando un ruolo preciso in questo senso.

Infatti, nonostante alcune previsioni negli anni scorsi lasciassero intendere una possibile diminuzione della domanda di energia nel mondo questo invece non è avvenuto.

Tra il 1980 ed il 2006 la popolazione mondiale è aumentata da 4,44 MLD di persone a 6,52 (+ 48%) ed il consumo di energia è aumentato da 6,64 MLD tep (tonnellate equivalenti petrolio) a 11,70 (+ 76,2% in misura, quindi, più che proporzionale.

Per il mondo si prevede che questo trend delineato di crescita potrà proseguire e crescere ancora, sviluppando anzi una accelerazione. Crescerà per la spinta alla motorizzazione nei paesi in via di sviluppo, ma, affianco a questa, permarrà una generalizzata maggiore richiesta di energia elettrica, non solo nei paesi che si affacciano al benessere ma anche nel mondo occidentale, in USA e nella UE.

La previsione è che si passi dai 18.200 TWh (MLD di kW) nel mondo del 2005 a 35.000 TWh nel 2030, arrivando praticamente al raddoppio (crescendo in 25 anni quanto nei precedenti 100 anni).

Squilibrio energetico

La situazione per quanto riguarda il nostro Paese è poi resa più drammatica da una ripartizione assolutamente distorta delle fonti di energia.

L’Italia è fortemente dipendente dagli idrocarburi (oltre l’85%), il cui costo è strettamente legato all’andamento, fortemente volatile, del mercato petrolifero; rispetto alla media Europea, appare molto elevato soprattutto il peso dei derivati del petrolio (4 volte tanto), ed al gas (2,5 volte tanto.)

Anche per la produzione di energia elettrica nel 2007 (dati ENEA 2007) lo squilibrio appare evidente: il 52% è stato ottenuto dal gas, il 14% dal carbone, il 15% dal petrolio (olio combustibile), il 17% dalle fonti rinnovabili in senso lato, il 2% da altre fonti.

A livello generale nel nostro Paese il gas è la fonte più rilevante e, levati i trasporti, quasi la monofonte di energia, situazione aggravata dal pressoché assoluto monopolio dei due Paesi approvvigionatori da cui ci arriva attraverso gasdotto, Algeria e Russia, con conseguenze ovvie di dipendenza per la disponibilità e per i costi.

Ma c’è un’altro versante da cui affrontare queste tematiche ed è quello ambientale. “Energia ed ambiente, due facce della stessa medaglia” è stato il titolo di una nostra iniziativa specifica, ed è sempre più così.

L’emergenza ambientale

Il riscaldamento globale, nonostante una ridotta minoranza di negazionisti, è percepito in tutto il mondo come la più forte criticità di lungo periodo, quella che resterà anche quando questa situazione di crisi finanziaria ed economica mondiale sarà passata.

La sempre maggiore antropizzazione e l’industrializzazione del mondo stanno portando a mutamenti climatici che, se non affrontati, diverranno irreversibili e porteranno allo stravolgimento della economia, ma anche della stessa vita di vaste fasce delle popolazioni del mondo.

Per affrontare questo problema collettivo la comunità internazionale ha adottato il Protocollo di Kyoto, firmato nel dicembre 1997 ed entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica di 55 Paesi responsabili del 55% delle emissioni di CO2, ponendo per il mondo l’obiettivo di ridurre entro il 2012 del 5,2% le emissioni rispetto al 1990.

Ad oggi non possiamo che registrare un fallimento di questa importante e indispensabile iniziativa: nel mondo al 2012 si prevede un + 40% rispetto al 1990 e le previsioni, al trend attuale, sono per un raddoppio al 2030 rispetto alle emissioni del 1990.

Il cambiamento climatico è un problema globale

Il mancato coinvolgimento degli USA, ma soprattutto delle economie in forte espansione, prime tra tutte la Cina (che è ormai la più forte produttrice di emissioni) e l’India, ha fatto sì che gli sforzi compiuti dagli aderenti siano risultati vani ed ha messo in luce il problema principale che abbiamo per il futuro: la sfida climatica è un problema globale, che va affrontato con l’intesa della totalità dei Paesi che vanno tutti chiamati, in forma collettiva ed attraverso compensazioni che non ne stravolgano l’economia e le possibilità di crescita, a farsene carico.

L’Europa ha avuto, sul 1990, una complessiva ridotta diminuzione delle emissioni del -3,4% rispetto ad un obiettivo prefissato del -8% e, al suo interno l’Italia è in grave ritardo rispetto agli impegni assunti.

L’Italia, per la sua parte, avrebbe dovuto ridurre le emissioni del 6,5% al 2012 rispetto al 1990; non lo abbiamo fatto, anzi le nostre emissioni sono aumentate di più del 10% e dal 1 gennaio 2008 il costo aggiuntivo derivante dallo sforamento è quantificato in più di 1,5 MLD di euro all’anno.

L’Europa, in una ottica di battistrada e di pressione politica per il mondo, oltretutto si è posta dei limiti ancora più ambiziosi, di qui al 2020, attraverso il cosiddetto “Pacchetto Energia”: 20% di riduzione delle emissioni di CO2; 20% di risparmio energetico; 20% di utilizzo rinnovabili e 10% obbligatorio di utilizzo di bioenergie, molto maggiori di quelli che si pone il resto del mondo (quindi  come Italia entro il 2020 dovremo ridurre ulteriormente le nostre emissioni del 17%).

Tutte le nazioni sono impegnate oggi a definire un nuovo sistema, dopo il protocollo di Kyoto che ha mostrato numerosissime falle ed una generale inefficacia, ed in questo senso l’appuntamento di Copenaghen alla fine dell’anno suscita aspettativa e sollecita impegno da parte di tutti.

Il G8 dell’Aquila, di là dalle enunciazioni trionfalistiche, non ha prodotto alcun risultato concreto ma ha testimoniato l’attenzione e le preoccupazioni sia dei Paesi occidentali che di quelli in via di sviluppo, oltre ad un rinnovato ruolo-leader degli Usa, ponendo, secondo noi, le basi per una contrattazione, finalmente concreta, dei rispettivi sforzi e delle contropartite che le economie più progredite, che hanno negli anni inquinato quanto hanno voluto, devono assicurare a quelle che si stanno sviluppando, perché non percorrano la stessa viziosa strada per la crescita.

Per l’Italia: programmare il futuro

In questo quadro di carattere generale, per il nostro Paese, alcuni elementi ci paiono assolutamente fondamentali.

Anzitutto la necessità assoluta di dotarsi finalmente su questi temi dell’energia e dell’ambiente, di una politica e di una strategia programmate e coese. Le due tematiche non possono più essere affrontate in modo distinto e, anche nel passato non lontano, contrastante.

Senza arrivare a soluzioni drastiche quale quella francese, che ha unificato in un unico centro decisionale i ministeri dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dell’Ambiente, non si può proseguire con lo scollegamento attuale, che produce dispersione di interventi e soprattutto la mancanza di una visione complessiva programmatoria, orientata alla crescita in un quadro di salvaguardia dell’ambiente.

Nella situazione di grave squilibrio in cui siamo, non ci si può più muovere con iniziative episodiche e scollegate, peggio ancora scoordinate e contraddittorie. Le risorse necessarie che non sono infinite, particolarmente per il nostro Paese, vanno indirizzate dove sono più utili e possono produrre i migliori risultati.

Ma c’e poi, anche più rilevante, un problema di coordinamento tra Stato, Enti Locali, Reti ed Imprese che è fondamentale e che costituisce il vero nodo strutturale. La macchina energetica, come pure quella ambientale, del Paese è generalmente asfittica e sclerotica, ogni iniziativa si rivela ostacolata da mille vincoli, sovente neppure rispondenti a una vera esigenza di tutela, e risulta, alla fine, lunghissima a realizzarsi.

Occorre, invece, affermare una visione unitaria e integrata, decisa ed adottata in sede politica, che valorizzi il valore strategico della pianificazione partecipata come strumento fondamentale per regolare le complessità e, soprattutto, rendere concreto e praticabile il valore dell’interesse generale.

Europa grande prospettiva

Non si può per giunta, e questo ci pare un ulteriore elemento di rilievo, su questi temi operare in maniera avulsa dall’ambito europeo, sia perché le decisioni sull’ambiente, ad esempio sul clima e sulla riduzione delle emissioni, ci vincolano direttamente sia perché assicurare all’Europa un mercato comune dell’energia, Autorità di regolazione indipendenti, infrastrutture adeguate, gestione degli accessi e regole di utilizzo delle reti, anche superando i vincoli anticoncorrenziali presenti, sono le priorità che devono vedere in prima linea il nostro Paese.

I prezzi crescenti dei combustibili fossili, la mancanza di una efficace politica comunitaria dell’approvvigionamento di energia e di controllo di prezzi e tariffe praticati dalle aziende, sono le cause per cui lavoratori e consumatori Europei, e prima degli altri quelli italiani, continueranno a pagare un dazio troppo alto se le politiche non cambieranno velocemente.

Acquisizione quindi di una nuova consapevolezza sui temi dello sviluppo sostenibile e determinazione di un impegno che, per affermarsi, necessitano di un’attrezzatura il più possibile adeguata da un punto di vista delle conoscenze in materia di tematiche ambientali (acque, rifiuti, mobilità, energie rinnovabili, risparmio energetico, educazione, bonifiche, ecc.).

Una logica di confronto con gli altri Paesi del Continente e di integrazione nell’ambito di una politica europea che deve essere affermata anche sui temi della “governance” del sistema e delle infrastrutture dell’energia e quindi sulla problematica delle reti.

Noi riteniamo che nel comparto dell’Energia e dell’Ambiente, ma non solo in questi, ci sia bisogno di più Europa.

D’altra parte se ragionassimo come area vasta, cioè nell’ambito territoriale dell’intera Europa, senza confini interni, in un quadro completamente interconnesso, il mix di fonti che risulterebbe sarebbe complessivamente molto più equilibrato, registrando una già significativa presenza di nucleare e di rinnovabili, a cui potremmo apportare, in una logica di complementarietà, la nostra quota di termoelettrico, che può assicurare differenziazione nell’energia di base e flessibilità che altre fonti non hanno.

Ma è ovvio che oggi non è così, che non solo non esiste un’area unica ed interconnessa, ma che anzi le differenze sono molto marcate e le asimmetrie molto rilevanti. Ma è necessario mettere in piedi una politica generale che si muova verso questo obiettivo, quello di definire un mercato unico dell’Energia in Europa, con regole che siano comuni e con una gestione delle reti che abbia una organizzazione condivisa, omogenea ed integrata.

Sono questi i primi passi per avviarsi poi a strategie e scelte di investimento che non siano di un singolo Paese ma che riescano a valorizzare il di più che una politica energetica ed ambientale integrata ed europea può assicurare.

Diversificare le fonti energetiche

In una situazione di enorme dipendenza del sistema energetico italiano (importiamo l’86% dell’energia complessiva) e di preponderanza delle fonti fossili, e tra di esse del gas in modo particolare sia per il riscaldamento che per la produzione di energia, la scelta prioritaria da percorrere è quella della differenziazione degli approvvigionamenti.

Ecco quindi  una ulteriore considerazione generale che nasce dalla necessità di avere tutta l’energia che serve al sistema produttivo e sociale del nostro Paese uscendo, contemporaneamente, dal rischio in cui ci pone la dipendenza assoluta.

La UIL è favorevole, in maniera esplicita, ai rigassificatori perché su 90 miliardi di metri cubi complessivi di gas utilizzati, quattro nuovi rigassificatori consentirebbero, al nostro Paese, di assicurare il 40% del nostro fabbisogno; aggiunti a quello che già c’è potremmo strutturare una fonte congrua e non più dipendente da chi ci può chiudere i rubinetti.

Siamo poi per sperimentare tutte le altre forme di energia, compreso il carbone, anche questo affermiamo esplicitamente, pur sapendo che entriamo in un argomento di forte polemica; non un carbone qualunque e in quantità indiscriminata ma quello che le nuove tecnologie possono mettere a disposizione con impatti contenuti, sostituendo impianti termoelettrici antiquati e maggiormente inquinanti, tanto più se verranno sviluppate forme per la cattura e lo stoccaggio della CO2 che riteniamo interessanti.

Ribadiamo che più diversifichiamo e meno siamo dipendenti e, allora, gli incentivi alla ricerca, all’innovazione, a tutto ciò che può consentire di diversificare le fonti, sono per noi un elemento fondamentale.

Efficienza prima fonte di energia

Ma il principale elemento da valorizzare e consolidare, per il nostro Paese, è quello dell’efficientamento e del risparmio energetico, che può essere veramente considerato la prima fonte di energia.

Non solo perché “il miglior costo del barile è quello che non si paga” ma anche perché l’efficienza energetica contribuisce per il 52% alla riduzione delle emissioni di CO2 di qui al 2020.

Noi per giunta sprechiamo, non usiamo, l’energia (nelle abitazioni, nelle macchine, nei trasporti) e quindi il tema del risparmio energetico deve assumere un valore prioritario in tutti gli ambiti in cui si può realizzare, dal punto di vista degli edifici e delle macchine ad alta efficienza ma soprattutto nell’ambito dei trasporti, con veicoli  che consumino ed inquinino sempre meno, affermando il concetto della mobilità sostenibile, avviando in modo concreto il riequilibrio modale che è ormai indifferibile.

Bisogna tener presente che il Piano d’azione per l’efficienza energetica presentato dall’Italia prevede la riduzione degli sprechi energetici del -9,6% entro il 2016.

Ci sono concrete possibilità di efficientamento del sistema produttivo e residenziale italiano a partire dal settore dei trasporti (-25%) al settore dell’industria (-25%), al settore residenziale (-27%) per arrivare al settore degli edifici (-30%).

Ma, come interpreti di istanze specifiche che sono quelle collegate alle attività produttive ed al lavoro, sottolineiamo l’importanza di questo tema anche sotto una altra angolazione, quella dello sviluppo e della crescita produttiva ed economica.

L’efficienza ed il risparmio energetico possono diventare fattori di crescita, di sviluppo di nuove tecnologie, di professionalità, di aumento della occupazione in settori qualificanti ed altamente concorrenziali nel mondo.

Come UIL, abbiamo sottolineato questa linea quando con le categorie dei meccanici e degli edili abbiamo, nel nostro studio “Risparmio ed Efficienza: la prima fonte di energia” evidenziato tutte le potenzialità concrete che possono derivare da una politica decisa, orientata a questi obiettivi.

Appare sempre più chiaro che il sistema edilizio e quello della produzione in generale possono essere completamente rivoluzionati, nei loro assetti e nelle loro ragioni di economicità, dalle tematiche della efficienza energetica.

Per chi non ne sia convinto basta semplicemente riflettere sul caso Fiat-Crysler che è stato in questi ultimi mesi sotto gli occhi di tutti, in cui una tecnologia efficiente e risparmiosa è stato lo spunto di partenza ed il fulcro di un processo di ristrutturazione mondiale del mercato automobilistico in crisi.

Strumenti innovativi che consentano di costruire una logica di sistema nella produzione e di integrazione (anziché di contrapposizione) degli attori della filiera, possono essere determinanti anche per gli obiettivi della sostenibilità (ambiente, sicurezza, economicità, lavoro).

Nel quadro complessivo delineato il Mondo Pubblico, le Pubbliche Amministrazioni, quello statale degli Enti Locali, rivestono un ruolo fondamentale per l’efficientamento e la riconversione energetica, da un lato, come elemento di indirizzo per la definizione di quella “politica” programmata che rilevavamo come elemento essenziale e, dall’altro, come soggetto principale nella regolazione generale del sistema.

Oltre a questi due aspetti, il sistema pubblico, è un elemento fondamentale, nel suo ruolo di appaltante e di acquirente, in direzione cioè di una politica di acquisti verdi che può concretamente orientare il mercato e può costituire un prototipo per tutto il sistema degli acquisti e degli approvvigionamenti del Paese.

Ma il Sistema Pubblico riveste, secondo noi, un ruolo fondamentale anche come soggetto economico che è proprietario di una dimensione rilevantissima di patrimonio immobiliare, diffuso in tutto il territorio nazionale, generalmente adibito ad ospitare tutte le attività pubbliche, che sono numerosissime all’interno del Paese.

Da questo punto di vista lo studio UIL sull’efficientamento degli edifici pubblici ad uso ufficio presentato con le categorie della FPL e della UILPA, ha dimostrato che con investimenti che si ripagano da soli nell’arco di qualche anno, si può ottenere il massimo del risultato in termini di risparmio energetico, di CO2 evitate, di buona e qualificata occupazione

Lo scopo dello studio e della iniziativa che abbiamo assunto è in sostanza questo, affermare e dimostrare, con un esempio concreto, che la ristrutturazione in senso energetico del patrimonio pubblico, non è solo una risposta alle esigenze climatiche ma anche un potente volano di occupazione e di sviluppo.

Se questo è vero, per la UIL da questo esempio deve partire una iniziativa nei confronti del Governo perché venga intrapresa una azione generale di riqualificazione del patrimonio immobiliare, non solo come risposta ambientale ma come traino alla economia nel suo complesso, nel segno della crescita e della occupazione, senza gravare ulteriormente sui conti dello Stato.

Ciò deve avvenire non solo a livello centrale, con una iniziativa che veda coinvolto tutto il Governo, ma anche a livello degli Enti Locali che vanno incentivati prevedendo ad esempio la esclusione dai vincoli del Patto di Stabilità degli investimenti locali destinati a progetti finalizzati all’efficientamento degli edifici pubblici.

Una iniziativa di questo genere non può non basarsi sulla predisposizione di strumenti finanziari adeguati, anche con il coinvolgimento del sistema bancario, dedicati alla riqualificazione energetica, per favorire il coinvolgimento anche dei soggetti privati nel progetto di ristrutturazione degli edifici pubblici.

Infatti l’efficienza energetica può trovare nella diffusione capillare e nella vasta gamma di applicazioni, una generale e radicata affermazione; nei trasporti in direzione di veicoli che consumino sempre meno ed abbiano un sempre minore livello di emissioni, sino a traguardare le emissioni zero; nell’industria in cui motori ad alto rendimento hanno concretamente dimostrato possibilità di risparmio che hanno reso positivi i risultati economici delle imprese; nelle costruzioni in cui i benefici prodotti dalle tecnologie per il risparmio sono risultati particolarmente evidenti ed in cui deve affermarsi una linea generale per cui tutte le nuove abitazioni siano costruite con questi criteri ed anche per le vecchie sia obbligatorio certificare il tasso energetico di ogni edificio.

L’incentivazione pubblica indirizzata a questi obiettivi si è rilevata particolarmente importante ed efficace e deve proseguire, assumendo financo una dimensione strutturale, volta a sottolineare con evidenza l’importanza di una politica generalizzata orientata al minore consumo. Il tema dei costi va affrontato con un raffronto continuo con i risultati, attesi e realizzati, in termini di ritorno per il complesso dell’economia, che tali politiche stanno dimostrando sotto il punto di vista della crescita del reddito, della nascita e del consolidamento di nuove filiere produttive, della crescita della tecnologia, dello sviluppo delle professionalità degli addetti e della occupazione.

Rinnovabili: una necessità non un’opzione

Identici risultati possono essere raggiunti connessi allo sviluppo delle fonti rinnovabili, che deve costituire un altro filone particolarmente rilevante per la UIL nel campo dell’energia e dell’ambiente.

Siamo di fronte ad una occasione che va colta con provvedimenti adeguati ma soprattutto con procedure semplici che riescano a convincere le imprese ed i cittadini che è utile ed opportuno adottare le nuove tecnologie; il cittadino e le imprese possono avere benefici concreti, utilizzando le agevolazioni oggi messe a disposizione per dare maggiore slancio e rendere più appetibili le fonti rinnovabili.

Quando si è imboccata con decisione questa strada, i risultati non sono mancati: nel corso degli ultimi anni l’energia eolica prodotta nel nostro Paese è cresciuta a ritmi del 30% all’anno ed il fotovoltaico, dopo l’istituzione del sistema agevolativo del conto energia, nel corso dell’ultimo anno è cresciuto di più del 400%.

Le fonti rinnovabili, oltre a contribuire alla riduzione dell’emissione dei gas inquinanti e quindi al raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, presentano alcuni ulteriori vantaggi rispetto alle altre fonti di energia: l’energia elettrica prodotta da un impianto rinnovabile può essere inserita nella rete a media tensione e quindi utilizzata a livello locale, consente l’elettrificazione di utenze isolate, viene generata direttamente nel punto di consumo evitando perdite dovute al trasporto ed ai cambi di tensione (es. Eolico) e può essere facilmente integrata architettonicamente nelle costruzioni (es. Fotovoltaico o Solare) già esistenti, riducendo notevolmente, e in molti casi annullando, l’impatto visivo. Oltre a ciò la generazione diffusa di molti piccoli impianti fotovoltaici riduce i carichi sulla rete elettrica, presenta durata di vita superiore a 20 anni (es. Fotovoltaico), ha costi di manutenzione inferiori a tutte le altre energie (es. Fotovoltaico).

Cambia completamente l’ottica del rapporto con l’energia: si passa da un sistema accentrato (costituito dalle centrali), ad uno decentrato, vicino al produttore ed al consumatore, in cui si può verificare concretamente il bilancio dell’equilibrio tra costi e benefici ed una maggiore responsabilizzazione di ognuno. Il cittadino diventa protagonista in quanto produttore in proprio, e pertanto consuma energia in maniera più consapevole. Si genera sviluppo economico locale ed occupazione qualificata e diffusa sul territorio (vedi studio UIL/ANEV).

La UIL ha lavorato in questi anni per lo sviluppo delle fonti alternative (di tutte, il fotovoltaico, l’eolico, le biomasse) ed il Protocollo UIL-ANEV nell’eolico e le iniziative che ne sono conseguite, nelle Regioni e per la formazione degli operatori, sono la concreta attestazione di un interesse e di un impegno che si ritiene primario.

Lo sviluppo del settore delle Fonti rinnovabili in Italia deve affrontare sfide importanti e fondamentali per poter soddisfare e superare il potenziale stimato. Queste sfide sono principalmente dettate, secondo noi, da tre fattori: il fattore tecnologico/ricerca, il fattore normativo/legislativo/autorizzativo e la necessità di una visione industriale a lungo termine.

Per quanto riguarda il fattore tecnologico e della ricerca, lo sviluppo di nuove tecnologie (basate ad esempio sul film sottile per il fotovoltaico e non solo) giocherà un ruolo primario per la riduzione dei costi di produzione e il miglioramento dell’efficienza di conversione. E’ necessario, quindi, un maggior coinvolgimento degli istituti di ricerca e maggiori investimenti sia pubblici che privati in sinergia. Le aziende italiane stanno investendo in altri tipi di tecnologie (film sottile) a fronte della scarsa reperibilità di materia prima, ovvero del silicio necessario alla realizzazione dei moduli fotovoltaici, ma anche in altri comparti il cambiamento può essere molto rilevante e fare diminuire il gap di costi che oggi occorre supportare per l’affermazione delle rinnovabili.

Il fattore normativo/legislativo, poi, non é uniforme a livello nazionale e di fatto rallenta lo sviluppo delle fonti rinnovabili, risente della mancanza di coordinamento nella programmazione (vedi piani regionali energetici) e dell’esistenza di procedure autorizzative differenziate da parte delle diverse Regioni. Queste, in mancanza di linee guida per il procedimento unico autorizzativo, hanno finora deliberato sulla base di procedure disomogenee e spesso restrittive (come nel caso della distanza minima da centri abitati); fortissimi sono gli ostacoli ad esempio per l’eolico. Nel quadro dei provvedimenti da assumere a sostegno delle fonti rinnovabili aspetto prioritario assume la determinazione dei criteri di suddivisione degli obiettivi nazionali di sviluppo delle fonti rinnovabili tra le Regioni, da perseguire insieme ad una loro maggiore responsabilizzazione nonché la previsione di un sistema incentivante che premi le Regioni maggiormente virtuose. L’allungamento dei tempi connessi al rilascio delle autorizzazioni per la realizzazione dei nuovi impianti da parte degli Istituzioni a ciò deputate si aggiunge alla criticità relativa ai tempi e alle modalità di allacciamento degli impianti alla rete. Le moratorie regionali e l’effetto Nimby hanno contribuito a bloccare numerose iniziative.

La mancanza di una strategia industriale a lungo termine, infine, e l’intempestività della politica industriale italiana potrebbero spingere le industrie e le imprese italiane ad abbandonare il mercato italiano, proprio nel momento in cui il settore vive clamorosi sviluppi a livello mondiale (vedi Stati Uniti, Germania, Giappone, Cina). E’ a questo punto necessario concentrare le risorse di tutte le componenti interessate in un chiaro “progetto di sviluppo” dell’energia rinnovabile che esca dalla contingenza per divenire un fattore strutturale, capace di movimentare ricerca e conoscenze e di determinare una filiera produttiva che ci faccia uscire dal ruolo di semplici assemblatori e dia la possibilità alla nostra produzione di competere in un comparto in grande sviluppo.

Quale futuro per il nucleare

A valle di tutte le considerazioni precedenti e nel quadro generale che interessa il problema energetico e ambientale del nostro Paese non si può non porre il tema del nucleare e di una riapertura della produzione di energia attraverso tale fonte.

Occorre rapportarsi nei confronti di questa tematica in maniera estremamente concreta e non emozionale, pur se il tema suscita sovente posizioni più di pancia che di testa.

Il quadro che emerge dagli studi più equilibrati sul futuro energetico del Paese è quello per cui l’efficienza energetica, il risparmio e lo sviluppo delle rinnovabili, riusciranno a coprire sicuramente di qui a dieci-venti anni solo una parte della quantità di nuova energia che servirà al nostro Paese per i prossimi decenni; andranno per giunta a scadenza numerose centrali termoelettriche, vetuste e altamente inquinanti, per cui la soluzione sarà inevitabilmente o quella di importare ulteriore energia dall’estero (con ulteriori maggiori costi e dipendenza) o quella di ricostruire centrali alimentate a fonti fossili (carbone e petrolio e gas, mantenendo inalterata la dipendenza e il livello di inquinamento) oppure quella di prevedere la creazione e lo sviluppo di una piattaforma  nucleare. Il nucleare, che ha emissioni zero, può concorrere alla soluzione del problema della diversificazione delle fonti di energia nel settore elettrico, che ora dipende quasi interamente dai combustibili fossili, anche se il settore elettrico è solo una parte del problema energetico.

Ma si tratta di mettere in piedi, partendo da zero, un piano complesso, che ha tanti aspetti critici e non può essere lasciato alla estemporaneità ed al velleitarismo, a pena di pregiudicarne la riuscita.

Anzitutto, nel settore elettrico, il nucleare è una scelta che si può attuare in Italia, purché non sia una scelta alternativa all’efficienza energetica, all’uso razionale dell’energia ed allo sviluppo delle energie rinnovabili.

Intraprendere un percorso nucleare è una scelta che si può fare in Italia, purché questa scelta inneschi un processo virtuoso di crescita dell’economia e della ricchezza del Paese, di crescita delle commesse e del lavoro per le imprese italiane, di creazione di nuove imprese italiane e di aumento complessivo dell’occupazione, dei posti di lavoro e del reddito delle famiglie italiane.

Rispetto a questo obiettivo di fondo, i problemi di progettazione ingegneristica, di gestione adeguata al nostro contesto nazionale e locale, della protezione ambientale e sanitaria e della localizzazione degli impianti, pur rilevanti, potrebbero essere risolti in modo soddisfacente e consensuale; il tema però fondamentale è quello di riuscire a fare squadra attorno alle grandi scelte nazionali e di saper perseguire nel tempo tali scelte mantenendole stabili, non sull’arco di una legislatura, ma sul medio e lungo periodo, vale a dire con una chiara visione del futuro del Paese.

Perché si possa intraprendere un percorso nucleare in Italia sono indispensabili quindi alcune condizioni di quadro che se ignorate possono pregiudicare un percorso lungo, impegnativo e complesso, in particolare:

  • Che vi sia adeguata informazione e una partecipazione democratica di tutti i cittadini, e non solo ed esclusivamente dei rappresentanti dei cittadini, evitando il più possibile zone d’ombra che non potrebbero che aumentare le opposizioni, affinché vi sia una reale consapevolezza dei problemi e si giunga alla fine a decisioni condivise (su base maggioritaria) e di lunga durata;
  • Che vi sia un accordo “bipartisan” che superi la logica di contrapposizione tra maggioranza ed opposizione tale da garantire la continuità di un processo che si caratterizza per essere lungo nel tempo, ad alto tasso di investimento e che non può essere messo a rischio da repentini cambi di orientamento politico o di governo.
  • Che siano rispettate, anche in materia nucleare, le stesse regole di apertura al mercato, di liberalizzazione e di concorrenza valide per tutte le altre imprese; i bassi costi di esercizio delle centrali scontano però alti costi di investimento e soprattutto di decomissioning e di trattamento e stoccaggio delle scorie, che devono entrare nel costo di impresa, tenuto conto che è stato liberalizzato il mercato dell’energia e che la concorrenza, ancora lontana dagli obiettivi posti anche dalla UE, non può essere posta a pregiudizio;
  • Che vi sia adeguata attenzione alla formazione di tecnici, operatori ed esperti del settore sui problemi in materia nucleare (impiantistica) o collegati ad essi (radioprotezione, radioecologia, ciclo del combustibile nucleare, trattamento e confinamento dei rifiuti radioattivi), dal momento che l’Italia, ad oltre 20 anni dal referendum del 1987, ha ormai perso quasi completamente il suo patrimonio di conoscenze, competenze e know how in tema di energia nucleare (a meno di non importare esperti, tecnici, e mano d’opera qualificata dall’estero che, oltre a non creare lavoro e occupazione per l’Italia, porrebbero il nostro Paese in una ulteriore pericolosa condizione di dipendenza).

Si tratta di tematiche particolarmente rilevanti e non scontate, ma che devono essere alla base di un dibattito che sta riprendendo piede nel nostro Paese e che non può svolgersi nel modo canonico, pieno di pregiudizi, di strumentalizzazioni, di forzature, di mancanza di riferimento esclusivo al bene generale ed al  contemperamento con gli interessi particolari.

Il futuro dell’energia, il futuro dell’ambiente

Le scelte che sono state assunte in tema energetico ed ambientale sono state sin qui sempre orientate al breve periodo e non hanno tenuto conto del futuro; la stessa scelta degli idrocarburi e del gas è stata contraddistinta da investimenti a breve, con ritorni ugualmente traguardati nel breve periodo. L’elemento ambientale poi, sovente non è nemmeno entrato a far parte né delle scelte imprenditoriali, ma nemmeno del rapporto costi- benefici che una programmazione, seppure minima, avrebbe dovuto assumere.

Oggi non è più così; emerge sempre più, anche se molti tendono a ignorarlo, che ogni scelta ha un costo (non ci sono pasti gratis) e ciò vale evidentemente su quelle, come il nucleare che hanno tempi lunghi -come investimento, come utilizzo delle strutture (60 anni) ma soprattutto come attività di smaltimento delle scorie- ma vale anche per le mancate scelte, quali quelle che il nostro Paese sconsideratamente non ha fatto sulla materia energetico-ambientale negli ultimi 30 anni, che ci hanno portato alla situazione di particolare difficoltà che stiamo oggi toccando tutti con mano e che le realtà politiche e sociali, e tra esse il Sindacato devono oggi invece affrontare in modo attivo, con senso di responsabilità ed attenzione agli interessi generali.

Un ruolo quindi, quello della UIL che si contrappone a questa visione a breve sui temi dell’energia e dell’ambiente proprio per la consapevolezza che questi temi costituiscono la base per uno sviluppo del Paese e della sua economia e per un futuro meno incerto per i lavoratori ed i cittadini e per le nuove generazioni.

IL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE E FERROVIARIO TRA MOBILITÀ E AMBIENTE, CONTRATTAZIONE E LIBERALIZZAZIONE

Il Trasporto Pubblico Locale

Il Trasporto Pubblico Locale ha vissuto negli ultimi mesi una fase di cambiamento che ne muterà profondamente il contesto e le prospettive di sviluppo.

Negli ultimi anni è stata approvata una nuova legislazione che ha innovato la normativa sulla riforma dei servizi pubblici locali, modificando l’affidamento diretto della gestione dei servizi restringendo il campo d’intervento solo in casi eccezionali. E’ intervenuta sull’affidamento diretto alle società miste pubblico privato, che sono possibili solo a condizioni che il socio privato sia scelto con gara ad evidenza pubblica con la contestuale attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio ed il socio privato dovrà detenere almeno il 40% del capitale sociale. Vengono rispostati i termini della fase transitoria al 31.12.2001 per la cessazione delle gestioni in essere affidate senza gara ad evidenza pubblica.

Anche con la nuova normativa rimangono aperte tutte le questioni, che la Uil e la federazione di categoria hanno sollevato da tempo, relative alla mancanza esplicita del rispetto delle clausole sociali, del “dumping sociale” e dei sistemi di controllo.

Come Uil abbiamo evidenziato spesso l’approccio sbagliato della politica alla liberalizzazione, considerata un fine e non, come sarebbe dovuta essere, un mezzo per aumentare l’efficienza delle imprese.

I primi, timidi, tentativi di gare di appalto si sono quindi tradotte in vere e proprie farse nella quale frequentemente il gestore uscente è rimasto l’unico candidato in lizza.

La liberalizzazione si è tradotta semplicemente nell’applicazione di un meccanismo perverso nel quale l’unico elemento messo in discussione è stato il costo del lavoro e le tutele contrattuali dei lavoratori del settore.

La scarsa programmazione e le scarse risorse stanziate per le infrastrutture, comporta l’incapacità di contrastare il netto squilibrio esistente tra il trasporto privato e quello collettivo in tutte le sue modalità.

È sempre più urgente e necessario un riequilibrio, anche in ragione delle condizioni ambientali che vivono le nostre città sempre più soffocate dalle emissioni di gas e polveri e congestionate dal traffico, determinato da una quantità di veicoli impressionante.

Servono quindi scelte di campo che possano riequilibrare il rapporto di forza tra le forme di trasporto, rendendo il trasporto pubblico una realtà appetibile per una sempre più larga quantità di cittadini. Certo è che da solo, senza le imprescindibili regole, senza i necessari investimenti, senza scelte chiare, senza adeguate infrastrutture, senza un riequilibrio modale in favore del trasporto pubblico, la battaglia è persa in partenza.

Occorre ripensare, se si vuole superare lo status quo, l’intero assetto finanziario e normativo del settore, dando risposte forti ai mali suddetti.

Infine, bisogna riprendere l’iniziativa per l’unificazione del contratto della mobilità, insieme a quello della viabilità, come abbiamo sostenuto nel convegno del 10 marzo del 2009.

Ferrovie dello Stato

Partendo da Trenitalia che, oggi, con la sua Direzione Trasporto regionale, copre circa l’80% del trasporto ferroviario locale complessivo con seimila treni giornalieri effettuati sui complessivi ottomila. Anche il contratto di servizio di Trenitalia è storicamente stato concesso per affidamenti diretti. Trenitalia ha comunicato alle OO.SS. che per il 2009 non vi saranno tagli alla produzione anche a fronte di una riduzione di 50 milioni del finanziamento statale anche in quanto sono coperti dalla contribuzione regionale. Si ipotizza nel mese di giugno una crescita del 2% dei treni per Km/anno, inferiore sicuramente al piano d’impresa, ma superiore al 2008.

Per quel che concerne il settore merci, poi, la divisione Cargo di Trenitalia, a causa della recessione e della riduzione dei trasferimenti statali, ha previsto, dal 2008 al 2009, una riduzione del servizio pari al – 27% di treni per km\anno che fa porre un problema di sopravvivenza di tale settore.

La crisi finanziaria e la conseguente crisi industriale hanno provocato effetti immediati sul trasporto, in particolare su quello delle merci in ferrovia. L’Italia ha bisogno di un efficace trasporto merci per sfruttare e potenziare i porti, in particolare quelli meridionali e per collegare il tessuto produttivo delle varie aree del paese. Il trasporto merci in ferrovia va riorganizzato e potenziato, non cancellato!

A fronte di una crisi grave come l’attuale, non è possibile limitarsi a risparmiare chiudendo gli scali, riducendo i treni e contraendo gli organici: azioni queste tese a ridimensionare piuttosto che a cercare occasioni e condizioni di sviluppo.

La UIL e la UILT hanno sollecitato da tempo un urgente confronto su questi temi con i Ministeri competenti per un piano poliennale e nello stesso tempo ha chiesto di avviare un confronto con i dirigenti di FS-TRENITALIA sulla riorganizzazione di tale settore. Infatti, oggi la gestione è sempre più unilateralmente orientata a conseguire modesti risparmi sul personale perdendo di vista l’orizzonte strategico del paese e del trasporto ferroviario delle merci in particolare. Infine ritengono che ci siano le condizioni per potenziare e rilanciare il trasporto merci ferroviario, anche a seguito della apertura delle linee AV/AC che possono essere utilizzate, in particolare nelle ore notturne, proprio per il trasporto merci.

Esiste, comunque, il rischio di una riduzione dell’offerta nei treni di servizio universale che ovviamente risente del taglio dei trasferimenti pubblici che sono sostanziosi rispetto al fabbisogno indicato dalle Ferrovie.

Infine, non ci sono regole certe in vista dell’entrata dei privati sui binari. Ad oggi 45 imprese hanno ottenuto le licenze, anche se 19 sono operanti con una struttura societaria con paesi confinanti. Noi vogliamo che ci siano chiariti gli assetti societari, sia quelli dell’alta velocità, sia di quelle che eventualmente nascono a livello regionale.

Noi non siamo contrari in linea di principio, ma vogliamo capire le eventuali ricadute sul personale e sul servizio.

Anche nel trasporto commerciale è necessario riprendere i principi dell’Accordo del 18 Luglio 2007, tra Federazione dei trasporti e Governo, che estende l’obbligo di applicazione del nuovo contratto unico anche a questi lavoratori limitando l’applicazione di contratti individuali o di contratti nazionali non pertinenti con il settore.

In conclusione in linea di massima si sono consolidate due strategie di apertura alla concorrenza: da una parte nei settori che godono di contributi pubblici (settori sussidiati in particolare nel TPL) si è tentata l’apertura a una cosiddetta “concorrenza per il mercato” incentrata sul sistema delle gare di appalto, dall’altra, nei settori in cui era possibile mettere in atto una politica commerciale con un’adeguata libertà tariffaria, si è avviata la progressiva apertura della “concorrenza nel mercato” con la possibilità di accesso alle reti di nuovi vettori.

Ausiliari traffico e portuali

Autostrade

Il complesso infrastrutturale della Viabilità nel Paese costituisce una Rete che consente la mobilità ad oltre l’80% delle persone e delle merci, è un patrimonio inestimabile senza eguali. La gestione della Viabilità a differenza di altre Reti non ha concorrenza interna, non ha competitori internazionali, è un monopolio naturale, di fatto, e detiene livelli di profittabilità senza pari.

Deve ritornare sul campo una vocazione imprenditoriale, capace di assicurare al Paese una Rete efficiente, che sia al servizio degli interessi generali, della libertà e della necessità di circolazione e soprattutto strumento irrinunciabile per il mantenimento e lo sviluppo dell’economia Italiana.

Va ritrovata una rinnovata attenzione politica che dia ragione e certezza ai molteplici interessi in campo senza disconoscere il diritto d’impresa a fare risultati.

Nel frattempo il settore ha continuato un percorso di efficentamento organizzativo comprendente in larga misura l’automazione nell’esazione del pedaggio, assecondando in vario modo l’uscita da queste attività di più di un qualche migliaio di lavoratori, spingendo in ogni modo sul Telepass come strumento finanziario utile sulla rete autostradale ma esportabile ad altri servizi.

Un tema da recuperare nell’impegno sindacale è la questione Appalti che rappresenta rilevanti quantità di lavoro di investimenti e di occupazione. Per evitare nell’universo mondo dei cantieri stradali e autostradali il tributo di incidenti sul lavoro e di vite umane che è pesante ed inaccettabile.

Va rafforzata ed incisamente la presenza del Sindacato nella miriade di cantieri sparsi in giro per la Penisola dove i lavoratori spesso sono avventizi, senza formazione e senza strumenti di protezione, dove gli Ispettorati del lavoro arrivano sempre il giorno dopo.

Appalti ferroviari

Il settore degli Appalti Ferroviari si trova da tempo ad affrontare un mutamento radicale e costante del suo assetto che evidenzia notevoli criticità da affrontare in molte realtà territoriali.

In questi mesi siamo riusciti ad intraprendere una serie di iniziative anche unitaria con lo sciopero nazionale del settore. Queste iniziative hanno permesso l’avvio di un confronto diretto con Trenitalia e le nuove Imprese, dove è stato definito un protocollo tipo per i passaggi di appalto in grado di garantire, se rispettato da tutti, l’occupazione ed il reddito dei lavoratori del settore ed ora, nelle difficoltà della situazione sopra descritta, ci accingiamo ai passaggi di appalto.

La Uil e la Uiltrasporti sono state fortemente critiche sulla impostazione e sugli assetti che si stanno determinando nel settore a causa delle scelte fatte da FS. Vi sarà certamente una frammentazione e le condizioni che scaturiranno dalle gare svolte, oltre a determinare criticità per l’occupazione e le condizioni di lavoro per i lavoratori del settore, possano generare condizioni tali da non consentire di produrre quei necessari miglioramenti per la qualità dei servizi.

La migliore soluzione per laUil è sempre stata la creazione di una società di scopo, partecipata dalle aziende di FS e da imprese di provata affidabilità, in grado sicuramente di rispondere in modo più adeguato alle esigenze del settore, del miglioramento sostanziale della qualità dei servizi da offrire, delle garanzie per il lavoro e per la continuità occupazionale e di reddito dei lavoratori ed inoltre, con la possibilità di offrire tutte le possibili sinergie per rispondere positivamente anche al contenimento dei costi ed alla razionalizzazione delle risorse.

Permanendo invece la scelta di FS di affidare i servizi attraverso le gare, abbiamo più volte richiamato la necessità di una migliore gestione delle risorse attraverso una sostanziale diminuzione del numero dei lotti, un adeguato dimensionamento degli stessi, una durata degli appalti in grado di consentire possibili investimenti e soprattutto una congruità economica in grado di garantire l’occupazione ed il reddito dei lavoratori.

Pulizie / multiservizi

Molte sono le novità intervenute negli ultimi anni in questo settore, in particolare il continuo avvicendarsi di cambi di appalto, nei quali l’assidua competizione tra imprese appaltatrici spesso, attraverso l’utilizzo nelle gare del parametro del massimo ribasso e comportamenti molte volte colpevoli delle aziende appaltatrici e degli stessi committenti (anche pubblici), rende manifesti pericolosi processi di dumping e quindi, rischi concreti per l’occupazione, il reddito e le condizioni dei lavoratori, inoltre la presenza di lavoro sommerso e, in molti casi, di imprese e cooperative non qualificate e affidabili, sono gravissime difficoltà che evidenzia questa realtà e che hanno concorso a rendere ancora oggi terreno fertile per determinare una simile situazione.

Il delicato tema delle regole è la novità più importante intervenuta che, in prospettiva, può sicuramente consentire di produrre sensibili miglioramenti per le condizioni di lavoro e per la stabilità lavorativa.  In questo senso evidenziamo i risultati prodotti dall’avviso comune sottoscritto con le controparti datoriali e le centrali cooperative nel dicembre 2007. Questo avviso è stato interamente recepito dal Governo ed ha generato due Decreti Legge emanati rispettivamente il 29 dicembre 2007 n. 250 e il 31 dicembre 2007 n. 248, successivamente approvati in modo definitivo all’interno del decreto “ milleproroghe ”.

È evidente che questo settore ha bisogno ancora di un lavoro costante, forte e capillare per aiutare e dare significativi miglioramenti a lavoratori che operano in condizioni spesso proibitive per ambienti ed orari di lavoro e troppe volte significativamente sofferenti nelle retribuzioni, ciò non deve però impedirci di valorizzare l’impegno e l’attività svolta che, con il contributo delle nostre strutture regionali e territoriali, è stata in questo periodo intensa e positiva.

Marittimi

La recessione economica ha impattato in maniera devastante il settore del trasporto marittimo nazionale. Questo, nel momento di massima espansione, in un mercato dei noli continuamente in crescita per effetto di una liberalizzazione degli scambi tra paesi industrializzati, l’insorgere di società multinazionali e quindi il perseguimento di una strategia economica-commerciale globalizzata. La crisi che ha messo un irrimediabile freno all’attività del settore. Infatti, il trasporto marittimo ha subito una significativa contrazione, con una flessione, nel primo semestre dell’anno di circa il 20%.

Eppure l’economia marittima costituisce una risorsa fondamentale per lo sviluppo sociale del Paese va evidenziato che il Pil generato dal cosiddetto cluster marittimo, cioè l’insieme delle attività, dirette ed indotte, che ruotano intorno al lavoro marittimo, si era attestato ad un valore pari al 2,7% del Pil nazionale, di cui il 53% imputabile al solo trasporto via mare.

Purtroppo in questi anni l’occupazione marittima nazionale, ha dovuto subire un vero e proprio graduale processo di emarginazione. Processo procurato dal concorso di circostanze legate alla rapidità del fenomeno della stessa crescita, coniugato alla endemica carenza di un’organica politica finalizzata alla occupazione marittima nazionale, attraverso un articolato sistema di formazione, mirata, strutturale, sorretto da progetti e programmi teorici e pratici di istruzione scolastica e post scolastica. Col risultato di produrre in tal modo l’effetto, incontrollato, frustrante, di una vera e propria operazione di “delocalizzazione”dell’attività imprenditoriale, limitatamente però al personale impiegato a bordo alle navi.

Con la legge 18/4/06 n. 231 si è avviata la riforma del collocamento della gente di mare.

Va però considerato che, una riforma riferita al collocamento della gente di mare, non può essere ridotta ad una semplice operazione che rinnova e disciplina l’esercizio di un mero atto burocratico.

Va sottolineato che l’operazione assume una inquietante connotazione privatistica, ove il ruolo delle Agenzie di Lavoro, ignorando la specificità del settore del trasporto marittimo, è quello di svolgere funzioni che trascurano completamente le tradizionali procedure di un corretto mercato del lavoro marittimo.

Non può essere sottovalutato, nella procedura di assunzione, l’aspetto prioritario di una finalità che configura un “fondamentale interesse dello Stato” che è quello, oltre che della sicurezza sul lavoro, ma anche e specialmente, quello della sicurezza della navigazione.

Sicurezza della navigazione che viene perseguita attraverso un vero e proprio processo di una reale e concreta fidelizzazione del personale che si avvicenda sulle unità aziendali, conseguendo una adeguata familiarizzazione con i presidi della sicurezza, con l’ambiente e l’impianto di bordo, acquisendo sul campo una vera propria formazione.

Autotrasporto merci e cooperative di facchinaggio

La situazione dell’autotrasporto merci rispecchia la congiuntura economica negativa del paese.Nei primi sei mesi del 2009 sono l’83% le aziende che hanno avuto calo dei volumi di traffico nazionale e il 77% del traffico internazionale, tra tutte le aziende del settore il saldo tra guadagni e perdite segna un saldo negativo dell’87% e il saldo occupazionale, tra le aziende che hanno aumentato gli organici e quelle che lo hanno diminuito, porta al dato negativo del 67%.

Non investire su un progetto nazionale della mobilità delle merci e delle persone mette a rischio l’intero sistema economico e quando la crisi sarà passata le differenze competitive con i paesi, che invece stanno investendo, saranno incolmabili.

Non è partito il Piano generale dei trasporti, così pure il Piano della logistica e neppure il Piano della mobilità.

I nostri porti perdono mediamente il 30% dei volumi di traffico, di conseguenza l’autotrasporto è al collasso, così come tutto l’indotto.

Di fatto la persistente mancanza di una vera politica nazionale dei trasporti e della logistica ha prodotto un sistema disarticolato e squilibrato tra le diverse modalità di trasporto, con costi complessivi per il paese sul piano dell’inefficienza, dell’ambiente e dell’occupazione.

Anche l’ipotesi di un riequilibrio modale ha dovuto scontare il fatto che i sistemi intermodali ferro-gomma e gomma-mare, non rispondendo a strategie nazionali ma piuttosto a mere logiche di politica industriale, risultano essere troppo limitati per essere considerati un’alternativa efficace.

Anche le più recenti scelte del Governo in merito agli incentivi per il settore dell’autotrasporto non rispondono ad una strategia definita e volta ad incentivare il dimensionamento delle aziende, ma piuttosto a logiche legate all’emergenza e al consenso.

In sintesi la cooperazione dovrebbe rappresentare l’eliminazione delle condizioni di sfruttamento, creare occasioni di lavoro, determinare strutture che danno risposte in termini positivi alle esigenze di lavoro e di salario degli addetti.

Porti

I porti sono il primo anello del sistema e la loro importanza, per lo sviluppo dell’economia nazionale. Infatti, il settore ha generato complessivamente un contributo al PIL nazionale pari a 6,8 miliardi di euro, conta un’occupazione diretta di circa 40.000 addetti ed è in grado di attivare un’occupazione complessiva, tra diretti ed indiretti, di 71000 posti di lavoro. Se poi guardiamo il moltiplicatore del reddito, pari a 2,757, che significa che per ogni 1000 euro di nuovi investimenti o di domanda aggiuntiva di servizi richiesti al settore portuale, i porti generano 2.757 euro in ricchezza complessiva, ed il moltiplicatore dell’occupazione del settore logistico portuale, pari a 2,032, si può comprendere quale sia la necessità di avere un sistema portuale efficiente per l’economia del paese e quale volano di sviluppo locale possa rappresentare.

Occorre tuttavia una politica che miri a realizzare un sistema portuale capace di attrarre traffici, adeguando le infrastrutture portuali alle esigenze di un mercato sempre più esigente e selettivo, attraverso mirati investimenti, mettendo in risalto la vocazione specialistica che ogni singolo porto può offrire e le potenzialità del Sud del Paese.

Va, pertanto mantenuta la connotazione ed il ruolo pubblico dei porti e vanno fatti forti investimenti, se non si vuole correre il rischio di perdere posizioni e vedere erose le proprie quote di mercato nella competizione per attrarre i traffici marittimi di lungo raggio rispetto ai sistemi concorrenti spagnoli e del nord Africa, i quali beneficiando tuttora di ingenti investimenti in nuove infrastrutture portuali, sempre più si stanno ritagliando un ruolo fondamentale nel tanshipment.

Serve una visione generale e un disegno complessivo del sistema infrastrutturale del paese, nel quale si sottolinea l’importanza dei corridoi plurimodali e delle piattaforme logistiche e nel contempo serve un quadro giuridico omogeneo che regoli la concorrenza nel mercato interno, senza mortificare le tutele sociali dei lavoratori, evitando ogni elemento destabilizzante del processo di sviluppo del settore.

Igiene Ambientale

Il 2006 doveva segnare uno spartiacque con l’entrata in vigore del D.Lgs n. 152 del 3 aprile che andava a sostituire un ormai obsoleto decreto RONCHI. Purtroppo l’applicazione delle nuove norme in esso contenute trovano ancora oggi scarsa applicazione all’interno del nostro Paese. Poche sono le regioni che hanno recepito nelle proprie leggi in materia dei rifiuti, rispetto a quanto previsto all’interno della legge152.

La modalità di gestione di smaltimento più diffusa in Italia, purtroppo continua ad essere la discarica rispetto agli impianti di trattamento termico dei rifiuti siano essi termovalorizzatori o gassificatori con connesso recupero energetico. Nel nostro paese esistono una cinquantina di questi impianti con una distribuzione che anche qui rispetta l’andamento delle raccolte differenziate ossia la metà sono situati nel nord 24, 14 al centro e 8 al sud.

L’altro versante che ci preoccupa è la destrutturazione del settore dei rifiuti riguardo all’assetto della gestione del ciclo integrato con decreti e leggi che ogni anno si modificano creando confusione. Le nuove norme prevedono un forte restringimento sull’affidamento diretto della gestione dei servizi in (House) configurandolo solo in casi eccezionali e prevedendo l’affidamento diretto alle Società miste pubblico – privato solo a condizione che il socio privato sia scelto con gara ad evidenza pubblica e che rappresenti almeno il40% del capitale, con la contestuale attribuzione dei compiti operativi connessi alla gestione del servizio.

Gli sforzi che hanno profuso le OO.SS. del settore sia sulla legge 152/06 facendo inserire la clausola sociale ossia la garanzia del passaggio diretto ed immediato del personale in caso di cambio di appalto e non meno importante la previsione nello schema tipo di contratto di servizio dell’applicazione del CCNL del settore dei Servizi Ambientali.

Trasporto aereo

Negli ultimi anni l’intero settore del trasporto aereo ha subito una profonda trasformazione in conseguenza della liberalizzazione dei mercati e del generale andamento negativo dell’economia mondiale. Nel nostro Paese in assenza di regole precise il settore ha subito, per l’avvio della “deregulation” forti tensioni interne.

Il sistema aeroportuale italiano consta di 101 aeroporti civili di cui 45 aperti al traffico commerciale e solo 21 superano la soglia di del milione di passeggeri. Vanno dunque identificati i bacini di riferimento degli scali, individuando le missioni di ciascuna struttura ed eliminate le disomogeneità di trattamento; un riequilibrio delle tariffe applicate ai vettori tradizione e quelli low cost; rivedere tutto il sistema della Security.

Va rafforzato, in questo momento di rapido mutamento del settore, l’Ente regolatore passando attraverso la valorizzazione delle risorse interne già esistenti oltre all’acquisizione di ulteriore personale con profili di alta specializzazione.

E’ necessario redigere un regolamento aeronautico che dia certezze, in modo da non lasciare sguarnito il settore aeroportuale minore, al fine di creare un sistema sicuro e consolidato che aiuti a contemperare esigenze di sviluppo economico e di salvaguardia dell’utenza privata nel rispetto delle regole di safety e security.

LA PREVIDENZA: UN SISTEMA SOSTENIBILE

Il sistema previdenziale italiano è un sistema sostenibile sul piano economico che necessita ora di stabilità e certezze normative.

Un sistema previdenziale stabile, infatti, favorisce di per sé la permanenza al lavoro. E’ invece il timore di continui interventi e modifiche della legge che scatena una corsa ai pensionamenti che va nella direzione opposta all’obiettivo che si dichiara di voler raggiungere. La validità di questo concetto, che più volte la UIL ha richiamato, è dimostrata anche da recenti dati. Le pensioni di anzianità fra gennaio e maggio sono diminuite sensibilmente: sono infatti 43.247 gli assegni liquidati contro i 132.343 dello stesso periodo del 2008.

Anche il bilancio 2008 dell’INPS ha riconosciuto la piena sostenibilità finanziaria del sistema, registrando un attivo per l’istituto di 11,2 miliardi di euro, con un incremento del 21,5% rispetto al 2007. Un trend in costante miglioramento che viene ulteriormente rafforzato dall’impegno che l’INPS ha messo in campo per il recupero delle evasioni contributive ed il rilevamento delle false invalidità.

Alla luce di questi dati il sistema previdenziale italiano ha bisogno di una grande operazione verità sui conti. L’equilibrio raggiunto non è sempre evidente in quanto in Italia – come la UIL ha costantemente denunciato – i conti dell’assistenza risultano ancora confusi con quelli della previdenza. Questo avviene soprattutto nel raffronto che si fa a livello europeo ed internazionale.

Nel rapporto 2009 sulle pensioni dell’OCSE infatti si indica l’Italia come il paese con il più alto livello di spesa pensionistica, pari al 14% del Prodotto interno lordo nel 2005.

La spesa che si prende in considerazione non è una spesa puramente previdenziale ma contempla voci ad essa estranee. Si tratta infatti di voci di spesa assistenziale che vanno finanziate dallo Stato attraverso la fiscalità e non con i contributi dei lavoratori. L’unico sforzo realizzato in questi anni, per fare chiarezza sui conti del nostro sistema, fu compiuto dal Nucleo di Valutazione della spesa previdenziale con il rapporto del dicembre 2006.

Quel rapporto dimostrava  che la spesa previdenziale, al netto della quota GIAS, che ha finalità socio-assistenziale, incideva sul PIL nel 2005 per l’11,8%.

Nel confronto con la spesa degli altri paesi europei l’Italia sconta l’impropria inclusione nella spesa pensionistica anche del TFR o TFS per i lavoratori del pubblico impiego (che non è prestazione previdenziale ma, secondo l’art. 2120 del codice civile, è salario differito del lavoratore) e che incide per l’1,4% del PIL.

Nella valutazione della spesa previdenziale, il nostro paese applica un regime di tassazione differente da quello di altri paesi europei, regime che dovrebbe tener conto delle quote che lo Stato recupera dall’imposizione fiscale sui redditi da pensione che eroga.

In sostanza l’eterogeneità e la disomogeneità con la quale in sede europea vengono confrontati i dati macroeconomici dei diversi paesi, porta a sovrastimare la spesa previdenziale italiana.

La UIL pensa che si possa arrivare all’età pensionabile su base volontaria, senza creare allarmismi e preoccupazione tra i lavoratori, facendo riferimento a due concetti – Incentivi e Libertà – che da tempo proponiamo, e che si vanno affermando nel dibattito politico relativo a questo argomento. La libertà di scelta del lavoratore entro un range di piena flessibilità dell’età e incentivi per restare a lavoro al fine di migliorare la prestazione pensionistica futura, sono obiettivi sui quali la UIL è pronta a confrontarsi con il Governo, essendo certa di interpretare le aspettative dei lavoratori.

Non avrebbero senso scelte differenti in un sistema contributivo a capitalizzazione individuale introdotto dalla legge n. 335/95. Un sistema che l’emendamento presentato dall’Esecutivo – e volto a legare dal 2015 il pensionamento alle variazioni dell’aspettativa di vita grazie ad una finestra di pensionamento “mobile” – può contribuire a stabilizzare senza penalizzare i lavoratori.

La UIL ribadisce la necessità di eliminare i privilegi previdenziali ancora oggi esistenti e di uniformare, nei criteri e nelle regole generali, tutte le posizioni previdenziali dei cittadini italiani.

Età pensionabile delle donne

Dalla sentenza della Corte di Giustizia Europea del 13 Novembre 2008 si è acceso un intenso dibattito sull’età di pensionamento delle donne nel pubblico impiego. Abbiamo con ragione argomentato che la legislazione italiana non rappresentava una discriminazione per le donne ma una opportunità.

La sentenza della Corte non è appellabile ed obbliga il nostro paese a recepirla. La UIL ritiene quindi ragionevole il piano presentato dal Governo che, pur rispondendo alla sentenza, si basa su un innalzamento graduale dell’età, accogliendo contestualmente la nostra richiesta di destinare i risparmi ottenuti al finanziamento dei servizi di welfare familiare e permettendo alle donne lavoratrici una migliore conciliazione dei tempi di lavoro con quelli di vita familiare.

Rivalutazione pensioni in essere

Per la UIL è importante che i risparmi ottenuti dall’innalzamento volontario dell’età media di pensionamento siano contestualmente reinvestiti per un aumento delle pensioni in essere che si sono svalutate nel corso degli ultimi quindici anni. Tale rivalutazione va attuata valorizzando gli anni di contribuzione, estendendo e confermando un principio importante già affermato con la legge n. 127 del 2007, varata dopo un ampio confronto con le parti sociali. L’aumento introdotto da quella legge – comunemente noto come ‘quattordicesima’ – è una misura strutturale, erogata annualmente, che tiene in considerazione l’anzianità contributiva, l’età e il reddito individuale del pensionato. Con quella legge per la prima volta si è fatta chiarezza, intervenendo in modo specifico sull’aspetto previdenziale senza confonderlo con interventi di natura assistenziale che, pur necessari, devono essere presi in carico dalla fiscalità generale.

Per la UIL è questa la via maestra da intraprendere per sostenere i redditi da pensione. Riteniamo, quindi, che si dovrebbe ampliare progressivamente la platea dei beneficiari della ‘quattordicesima’ fino ad includere tutte le pensioni.

Negli ultimi anni, infatti, i trattamenti pensionistici hanno costantemente perso potere d’acquisto. A riguardo la legge n. 127 del 2007 ha affermato un altro principio fondamentale legato all’indicizzazione delle pensioni, ampliando il numero delle pensioni rivalutate integralmente rispetto all’inflazione e introducendo la perequazione automatica al 100% sulle quote di pensione fino a 5 volte il trattamento minimo. Occorre continuare su questa strada per evitare che le pensioni  perdano valore nel tempo, applicando la perequazione al 100% dell’inflazione a tutte le pensioni. Si dovrebbe anche modificare il meccanismo con cui si rivalutano le pensioni rispetto all’inflazione, con la proposta di una rivalutazione che scatti non più annualmente, come avviene oggi, ma a partire dal trimestre o dal semestre successivo.

Bisogna introdurre anche un nuovo paniere di riferimento. Basti pensare che la spesa alimentare in Italia contribuisce tra il 28% ed il 35% al consumo del reddito pensionistico annuo e nell’ultimo quinquennio è aumentata del 13%. In quest’ottica appare indispensabile rivedere il paniere ISTAT per l’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Si tratta di un paniere, quello attuale, che non riflette i consumi di una famiglia di pensionati. Bisogna individuare un indice nuovo, modificando e integrando sia le voci sia il peso che ogni voce ha. Un indice che tenga anche conto dei consumi per beni e servizi in ambito socio sanitario, consumi che, come si sa, aumentano con il crescere dell’età e possono far precipitare le famiglie di anziani nella povertà, soprattutto in caso dell’insorgere di patologie croniche e invalidanti e del verificarsi di condizioni di non autosufficienza.

Inoltre, per la UIL, sono necessari interventi anche sul piano fiscale, riducendo in modo significativo le tasse sui redditi da pensione e uniformando l’area di esenzione fiscale per i lavoratori dipendenti e per i pensionati.

La UIL propone infine di ampliare le agevolazioni fiscali per le spese sostenute per la retribuzione degli assistenti famigliari, oggi sempre più in crescita.

L’insieme di questi interventi migliorerebbe il reddito disponibile di milioni di italiani, stimolandone la propensione al consumo e sostenendo una ripresa della domanda interna indispensabile per il rilancio del nostro sistema produttivo e della nostra economia.

Coefficienti di Trasformazione

Dal 1° gennaio 2010 entreranno in vigore i nuovi coefficienti di trasformazione che, in relazione all’aumento dell’aspettativa di vita, produrranno di fatto un ridimensionamento degli assegni previdenziali dei futuri pensionati interamente interessati dal sistema contributivo.

Il sistema attuale presenta molti difetti e, paradossalmente, disincentiva implicitamente la permanenza al lavoro nei periodi prossimi alla revisione.

Lavoratori della stessa età anagrafica possono infatti percepire trattamenti pensionistici sensibilmente differenti a seconda che il pensionamento sia avvenuto prima o dopo l’entrata in vigore dei nuovi coefficienti. Si arriva così all’assurdo risultato di svantaggiare e penalizzare chi ha compiuto la scelta di rimanere al lavoro rimandando il pensionamento oltre l’età legale.

Proprio per ovviare a questa situazione, che rischia di produrre effetti opposti a quelli che si intende perseguire, la UIL ritiene più utile ragionare su coefficienti di trasformazione basati su classi d’età e sulla speranza di vita che a quella determinata classe è stata statisticamente assegnata. Il lavoratore sarebbe libero di decidere, senza condizionamenti, la permanenza al lavoro oltre l’età legale fissata.

Per approfondire queste tematiche, la UIL chiede al Governo l’istituzione della Commissione paritetica per definire i nuovi coefficienti di trasformazione.

Lavori usuranti

Un altro capitolo importante è quello relativo alla delega per i lavoratori che svolgono mansioni particolarmente usuranti e per i quali la legge 247/07 prevede l’anticipo sull’età di pensionamento legale. L’attuazione della delega, prevista dalla legge, aveva trovato il consenso di tutti gli attori coinvolti – sindacati, parti datoriali e Ragioneria Generale dello Stato – rendendo effettivamente fruibile il diritto di pensionamento anticipato a particolari categorie di lavoratori.

Riteniamo necessario in tempi rapidi procedere alla definizione della normativa rendendo questo importante diritto pienamente ed effettivamente esigibile.

Enti previdenziali

La UIL ritiene importante rilanciare il progetto di un  ammodernamento e un miglioramento delle strutture degli Enti previdenziali, per migliorare l’efficacia e l’efficienza della loro opera e per produrre i risparmi previsti dalla legge n. 247/07. Tale norma prevede infatti l’adozione di un piano industriale per conseguire risparmi finanziari per 3,5 miliardi di euro entro il decennio attraverso una razionalizzazione del sistema degli Enti con sinergie e gestioni unitarie di attività strumentali. In assenza di tali risparmi, è già previsto l’aumento, a partire dal 2011, dello 0,09% della contribuzione a carico dei lavoratori.

Per questo motivo la UIL chiede che siano messe in atto tutte le procedure necessarie a conseguire i risparmi previsti. Più in generale, si potrebbe strutturare il sistema intorno a due grandi poli di riferimento: quello previdenziale – strutturato su due Enti distinti per la previdenza pubblica e quella privata – e quello della Sicurezza. Si tratta di due poli che devono restare differenziati in ragione delle diverse regole di gestione (a ripartizione e a capitalizzazione assicurativa) ma che devono sviluppare le necessarie sinergie, anche al fine di eliminare le attuali duplicazioni.

Questo ci sembra un sistema coerente e funzionale che coincide con le indicazioni scaturite dal lavoro fatto nella scorsa legislatura dalla Commissione Bicamerale di controllo sull’attività degli Enti. Una riorganizzazione che, tra le altre cose, realizzi finalmente l’effettiva separazione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale.

La  riforma degli Enti deve inoltre prevedere un modello di governabilità coerente con gli obiettivi delle ristrutturazioni, sia per la gestione del sistema che per la garanzia degli interessi degli utenti. La nostra idea di governance è quella di un moderno sistema duale, prevedendo per ciascun Ente un organo di gestione, assimilabile alla figura di un amministratore delegato, e un Consiglio di Indirizzo e Vigilanza. Il CIV, rafforzato da effettivi poteri e da una struttura adeguata, deve esercitare la rappresentanza politica degli interessi e delle finalità pubbliche ed avere responsabilità di indirizzo e di vigilanza. Oggi c’è un forte squilibrio tra il grado di rappresentanza che le forze sociali hanno nel sistema e l’effettiva possibilità di indirizzo e vigilanza che esercitano negli Enti.

Le forze sociali, per le stesse finalità degli Istituti, assolvono una funzione fondamentale per il ruolo pubblico degli Enti, e ogni tentativo politico o burocratico di ridurle a una mera attività consultiva deve essere considerato un abuso contro la rappresentanza generale degli interessi legittimi del lavoro e dell’impresa.

Proprio per ragioni di rappresentanza legittima degli interessi che rappresentano, chiediamo un riordino dei Comitati provinciali e regionali dell’ INPS e dell’INPDAP. La presenza di questi comitati sul territorio garantisce, infatti, la possibilità per i lavoratori di trovare una soluzione delle controversie più rapida, meno costosa e più equa.

Previdenza complementare

La previdenza complementare nel nostro paese sta finalmente assumendo un ruolo fondamentale. Le adesioni sono ormai arrivate a circa cinque milioni di lavoratori, con un incremento di circa il 7% rispetto al 2007. I Fondi Pensione Negoziali contano un patrimonio gestito di circa 14 miliardi di euro, un patrimonio che fa dei Fondi un attore economico di straordinaria importanza in grado anche di orientare i processi economici e di mercato. I Fondi Negoziali possono svolgere una funzione importante nel sistema economico ampliando gli spazi di partecipazione e di democrazia economica. Si tratta di una funzione che ancora non è stata colta a pieno ma che, se considerata in una prospettiva futura, può influenzare positivamente il sistema economico italiano.

Tuttavia la strada da fare è ancora tanta. In Italia lo sviluppo dei Fondi Pensione è ancora in nuce rispetto a quanto avviene in altri paesi europei.

Gli scenari cui i Fondi Pensione dovranno far fronte per il futuro riguardano anche le modalità di sviluppo del mercato. Bisogna affrontare i problemi legati alle differenze territoriali e sociali – minore adesione al Sud e tra i giovani ad esempio – nonché le difficoltà riscontrate nel settore della piccola e media impresa. Le adesioni sono state maggiori E’ per questo che la UIL propone un tavolo di confronto immediato con la piccola e media impresa per affrontare e risolvere queste criticità.

C’è bisogno di far crescere e di affermare nel paese la cultura della previdenza complementare, sia tra le imprese che tra i lavoratori. In questa direzione va sviluppato il memorandum sottoscritto tra la COVIP e il Ministero della Pubblica Istruzione orientato a promuovere la conoscenza della previdenza complementare già nelle scuole. È inoltre auspicabile che il Governo riprenda una campagna informativa volta a diffondere la cultura della previdenza complementare e a rilanciarne le adesioni.

Il tema della portabilità del contributo datoriale è al centro di una discussione che presenta molti aspetti capziosi. Il più rilevante dei quali è quello che la non portabilità del contributo verso altre forme possa rappresentare un limite alla concorrenza. La UIL ha sempre pensato e continua a pensare ad un sistema di previdenza complementare plurale, con un’offerta diversificata di Fondi che sviluppino una normale concorrenza.

Il contributo datoriale è una scelta contrattuale e costituisce una sorta di salario differito. Se una legge intervenisse prevedendo l’obbligo di portabilità anche fuori dalla contrattazione, il rischio sarebbe soltanto quello che i contratti decidano di non prevedere più tale forma di “benefit previdenziale” inserendo semmai quel costo direttamente nella retribuzione. Con il risultato di andare nella direzione opposta a quella di un rafforzamento della previdenza complementare.

Altro tema è quello sulla possibile reversibilità della scelta di adesione alla previdenza complementare. Quest’elemento di elasticità sarebbe servito durante il semestre di silenzio/assenso e può essere discusso in presenza di un nuovo semestre.

Crediamo invece possa essere fatto un approfondimento per quanto riguarda il recupero delle omissioni contributive.

Il sistema dei Fondi Pensione ha retto anche a fronte di una crisi di proporzioni straordinarie come quella attuale. L’attività della governance dei Fondi, la diversificazione degli investimenti e i limiti determinati dal decreto n. 703 del 1996 hanno messo al riparo l’investimento dei Fondi Negoziali dalle tempeste finanziarie. Questo a dimostrazione di come sia efficace il controllo della gestione operato dagli organi delle Forme Pensionistiche di natura negoziale e di come il DM n. 703/96, nonostante necessiti di alcuni aggiustamenti, abbia risposto bene alle necessità di un investimento previdenziale e non finanziario.

Quest’ultima considerazione conferma la bontà. La UIL si è opposta allo smantellamento del decreto e ne ha difeso i principi cardine a garanzia del mantenimento della differenza tra investimento finanziario e investimento previdenziale. Per quanto riguarda la gestione finanziaria dei Fondi siamo convinti che si potrebbero allargare gli investimenti immobiliari anche per mettersi al riparo dalle eccessive oscillazioni dei mercati finanziari. Stesso discorso per quanto riguarda gli investimenti cosiddetti istituzionali, orientati verso opere infrastrutturali che possono fare dei fondi negoziali un veicolo di sviluppo e di ammodernamento del paese.

Vanno inoltre apportate quelle modifiche e quegli aggiustamenti al sistema che ne migliorino l’efficacia. In quest’ottica la UIL individua quattro interventi principali che possono essere in grado di sviluppare la previdenza complementare:

Il primo intervento è relativo all’estensione al settore pubblico delle opportunità che il d.lgs 252/05 oggi offre ai dipendenti privati, ponendo fine ad una situazione di ingiustizia che vede oggi milioni di lavoratrici e lavoratori esclusi dalle opportunità introdotte con la riforma del 2005.

I dipendenti pubblici si trovano oggi ad aver applicate regole di accesso alle prestazioni, ai riscatti ed alle anticipazioni diverse rispetto ai dipendenti privati, suscitando dubbi legittimi sulla costituzionalità di tale situazione di disparità.

Il secondo intervento necessario è quello di ridefinire le regole della fiscalità sui Fondi Pensione, abbassando l’aliquota dell’11% che oggi pesa sui rendimenti, in linea con quanto avviene nei principali paesi occidentali sarebbe un modo per liberare liquidità da reinvestire a vantaggio dell’iscritto.

Bisogna attuare il memorandum sul TFR firmato il 23 ottobre 2006 da Governo e parti sociali, riportando il sistema fiscale della previdenza complementare verso un’impostazione EET, ovvero Esenzione dei contributi versati al Fondo, Esenzione dei rendimenti ottenuti e Tassazione finale delle prestazioni erogate.

Funzionale al rilancio della previdenza complementare sarebbe anche l’adeguamento dell’attuale limite di deducibilità dei contributi versati ferma ormai da troppi anni a 5164,57 euro. Andrebbe maggiormente percorsa la possibilità di allargare la platea degli aderenti ai Fondi Negoziali ai familiari a carico.

Il terzo intervento è legato alla razionalizzazione dell’offerta di Fondi Pensione Negoziali attraverso l’accorpamento di fondi di settori affini e di minori dimensioni. Un intervento che permetterebbe di avere strumenti di dimensioni maggiori, con minori costi e con la possibilità di realizzare economie di scala a tutto beneficio degli associati.

I Fondi per competere devono essere in grado di fornire prestazioni e servizi sempre più in linea con gli interessi e le aspettative degli associati. Fondi grandi permetterebbero di incidere maggiormente su un processo di maturazione vera dei nostri mercati finanziari, come investitori istituzionali protagonisti della nostra economia.

Il quarto intervento necessario è legato al ruolo dell’authority di vigilanza. Un mercato aperto e plurale dei Fondi deve infatti avere regole e istituzioni che vigilino sul funzionamento del sistema. In mancanza di queste non si garantisce l’esigenza primaria di una vera concorrenza.

In tutto ciò è fondamentale il ruolo della COVIP. Un’autorità unica, specifica ed indipendente che garantisca la concorrenza tra le forme pensionistiche e che tuteli i lavoratori iscritti assicurando il rispetto dei principi di trasparenza.

Sull’insieme dei temi inerenti la previdenza complementare, Assofondipensione, l’Associazione promossa dalle parti istitutive Sindacati e Confindustria, rappresenta uno strumento straordinario per sviluppare in modo sinergico la forza e le potenzialità dei Fondi Pensione Negoziali.

Assofondipensione è stata capace, già dal luglio del 2007, di elaborare delle linee guida per la predisposizione di un bando unico di gara per la selezione del gestore della rendita. Il processo di selezione ha dato vita ad una convenzione unica con UGF – UNIPOL per la gestione della rendita e ad un’altra per la gestione della sola rendita Long Term Care con GENERALI. Un risultato importante che dimostra come il sistema dei Fondi Negoziali è in grado anche di orientare il mercato: il potere contrattuale di oltre venti Fondi associati ha permesso di ottenere condizioni di sicuro vantaggio. Un esempio di come l’Associazione possa funzionare utilmente per l’interesse convergente degli associati e dei lavoratori iscritti.

Assofondipensione nel prossimo futuro dovrà anche essere lo strumento grazie al quale allargare la partecipazione economica entrando, con diritto di voto, nelle scelte delle società di cui i Fondi detengono pacchetti azionari ed è destinata a svolgere un ruolo importante di interlocuzione con le istituzioni economiche, sociali e politiche del Paese.

NUOVO WELFARE E POLITICHE SOCIALI

Un welfare insufficiente e in ritardo

Le politiche sociali in Italia, rispetto ai parametri europei, soffrono di una sostanziale inadeguatezza rispetto ai nuovi bisogni della popolazione e di un costante sottofinanziamento. La carenza di servizi sociali e di strumenti universalistici a protezione del reddito fanno registrare indici di povertà familiare e soprattutto minorile che ci pongono all’ultimo posto in Europa, uno degli indici più bassi di occupazione giovanile, un rapporto negativo tra fertilità e partecipazione femminile al mercato del lavoro. La carenza di servizi, soprattutto nel versante asili nido e assistenza alla non autosufficienza, caricano le famiglie, soprattutto le donne, di responsabilità di cura sottraendone il contributo sul piano dello sviluppo economico che renderebbe, da un lato, più sostenibile il sistema delle finanze pubbliche e, dall’altro, più  stabile il benessere economico familiare.

Se non si parte da una radicale riforma del nostro welfare, già fragile in fase precrisi, le possibilità di uscita dalla crisi attuale saranno fortemente ridotte e i prezzi da pagare troppo alti.

La centralità della persona nella riforma del welfare

La Uil pone da molti anni l’attenzione sulla necessità che al riconoscimento costituzionale dei diritti civili e sociali segua una politica di contenuti concreti per segnare il passaggio da un welfare categoriale a un  welfare universale basato sul principio delle pari opportunità per tutti i cittadini. La centralità della persona come elemento ispiratore della irrinviabile riforma del welfare sembra essere diventata oggi il principio ispiratore non solo delle istanze delle forze sociali ma anche degli orientamenti governativi in materia. Il welfare delle responsabilità delineato nel Libro Verde e poi nel Libro Bianco del Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali sul futuro del modello sociale può convergere con la nostra idea di sviluppo del modello sociale se le responsabilità vengono collegate ai diritti e declinate in ogni senso: solo così istituzioni, parti sociali, famiglie, persone, ognuno per la sua competenza, possono concorrere al superamento di disuguaglianze e ingiustizie che inquinano in misura inaccettabile la nostra società, in una sorta di Alleanza per il Welfare, come noi l’abbiamo chiamata, o di Patto di cittadinanza, come viene evocato da altri soggetti sociali,  che tiene se ognuno esercita la propria responsabilità in funzione di diritti riconosciuti.

La definizione dei Livelli essenziali di assistenza sociale

Ad oggi la centralità della persona per essere affermata e perseguita manca di un atto legislativo fondamentale: la definizione dei Livelli essenziali di assistenza sociale senza i quali il diritto sociale è sostituito dall’intervento compassionevole e la promozione di pari opportunità per tutti i cittadini dall’intervento riparatorio/risarcitorio, che non ha ridotto le disuguaglianze anzi le ha rafforzate sia nella dimensione individuale sia in quella territoriale.

Definire i livelli essenziali di assistenza è l’unica responsabilità in materia di politiche sociali rimasta interamente a livello di governo centrale. Se non si parte da qui, la programmazione degli interventi, il riequilibrio tra interventi monetari e sviluppo della rete dei servizi, l’omogeneità territoriale, non possono che dipendere dalle diverse sensibilità regionali e dalle diverse possibilità  economiche, rinunciando alla funzione regolatrice, armonizzatrice, sostitutiva dell’autorità centrale, in definitiva alla funzione di garanzia che interventi e servizi siano promotori di uguaglianza. Uguaglianza che deve essere perseguita in ogni fase della vita della persona e in rapporto a condizioni specifiche di crisi.

La definizione dei Livelli essenziali di assistenza è il passaggio ineludibile per un’azione di sistema da concordare tra Governo, Istituzioni locali e parti sociali che il Libro bianco fa intravedere ma non enuncia nei suoi passaggi attuativi, e che è l’antitesi dei provvedimenti una tantum e d’impronta caritativa che il governo finora ha messo in atto, confermati da una progressiva riduzione della spesa pubblica per il welfare e dai tagli ai trasferimenti dallo Stato al sistema delle Autonomie locali.

I livelli in campo sociale, una volta individuati, devono invece poter contare su una fonte di finanziamento certa che sostenga il raggiungimento pur graduale degli obiettivi, alla stregua degli altri comparti più consolidati.

In attesa dell’attuazione del federalismo fiscale, il Fondo per le politiche sociali rimane lo strumento di finanziamento nazionale del settore, fondo che deve essere subito incrementato per far fronte alle emergenze più acute, per cominciare  a ridurre le forti sperequazioni territoriali e, soprattutto, per incrementare la rete dei servizi sociali e sociosanitari. L’incremento deve poi essere garantito per un arco temporale di più anni in modo da dare certezze alla programmazione regionale.

Le priorità di intervento

Riassumendo, come UIL non possiamo che riaffermare le priorità d’intervento che, nel corso degli ultimi anni, abbiamo instancabilmente segnalato a tutti i governi che si sono succeduti come direttrici obbligate per garantire a tutti i cittadini eguaglianza e pari opportunità e al paese sviluppo economico e coesione sociale.

Anzitutto, è necessario garantire l’accesso alla rete dei servizi sociali e sociosanitari implementando i sistemi informativi, di orientamento e sostegno fino alla presa in carico nei casi di maggiore bisogno attraverso la predisposizione di piani personalizzati di assistenza; e bisogna garantire l’equità nel diritto alle prestazioni, anche riformando lo strumento dell’Isee.

Per quel che riguarda le aree di bisogno, tre sono gli interventi  urgenti e irrinunciabili: un piano nazionale per la non autosufficienza per il quale abbiamo già espresso la nostra preferenza per il fondo specifico di sostegno già istituito e che andrebbe rifinanziato e potenziato, e che non può esaurirsi nel fondo costituito con i risparmi previdenziali nel settore pubblico; la predisposizione di uno strumento di lotta alla povertà, soprattutto minorile, accompagnato da strumenti di attivazione delle persone e delle famiglie in difficoltà; il sostegno alla genitorialità, rafforzando il sistema dei congedi parentali  quanto a durata e retribuzione e ampliando l’offerta dei servizi socioeducativi rivolti ai bambini di età 0-3 anni in armonia con gli obiettivi della strategia di Lisbona.

FENOMENI MIGRATORI, LAVORO E INTEGRAZIONE SOCIALE

Globalizzazione e migrazione

I processi di globalizzazione, ormai in atto da tempo, hanno cambiato il volto dell’economia mondiale, rendendola più interdipendente ed allo stesso tempo più fragile. Mutano i modelli produttivi e lo stesso mercato del lavoro dove terziario avanzato e servizi hanno preso il primo posto nella produzione di PIL e nella domanda di occupazione, a scapito di settori tradizionali. Questi processi non hanno però attenuato il gap produttivo e sociale tra Paesi ricchi, Paesi in via di sviluppo e Paesi poveri. Questi ultimi, lasciati ai margini della globalizzazione, hanno anzi visto aumentare pesantemente il dislivello con il primo mondo, in termini di reddito pro capite, di condizioni e qualità della vita delle proprie popolazioni.

Sul fronte demografico è andato aumentando il contrasto tra un Primo mondo a bassa  natalità, ed un Terzo e Quarto mondo ancora in forte crescita demografica.

Secondo l’OCSE, per restare al Vecchio Continente, l’Europa nei prossimi 50 anni è destinata a perdere circa 50 milioni di abitanti, mentre l’Africa passerà da 1 a due miliardi di persone raddoppiando la popolazione. Questo ed i cambiamenti climatici già in atto, con la desertificazione di gran parte del Centro e Nord Africa e la fuga delle popolazioni da guerre e carestie, porterà ad una crescita drammatica della pressione migratoria verso Paesi in Via di Sviluppo (costa Sud del Mediterraneo) e verso l’Europa.

Il tutto reso più rapido e pressante, dai processi di globalizzazione che hanno reso accessibili le informazioni a livello mondiale ed in forma istantanea, mentre anche viaggiare è risultato più facile e più rapido che in passato.

Attualmente, secondo stime ONU, sono circa 200 milioni i migranti in tutto il mondo: cifra destinata a raddoppiare nei prossimi 30 anni, a causa di tre fattori chiave: gap demografico, differenziali nello sviluppo, cambiamenti climatici.

Immigrazione in Italia

L’Italia sarà uno dei paesi trincea della prossima ondata migratoria. Da una parte il tasso di natalità in Italia (1,29 figli per donna nel 2008) è quasi dimezzato rispetto al tasso (2,1) necessario al ricambio generazionale. Oggi senza gli immigrati ed i loro figli, avremmo una popolazione vicina ai 55 milioni, invece che agli attuali 60. Questo rende imperativo il ricorso alla manodopera straniera (nell’ultimo decennio il flusso d’ingresso è stato superiore alle 300 mila unità l’anno); dall’altra – essendo il nostro Paese nella sponda Nord del Mediterraneo – è inevitabile che i flussi migratori scelgano il nostro come Paese di destino o di transito; d’altro canto, le caratteristiche della nostra economia e sistema produttivo (quasi un quarto sommersi) rendono il nostro territorio attrattivo per il lavoro nero immigrato. In effetti oltre l’80% degli ingressi di migranti stranieri nell’ultimo decennio è avvenuto in forma irregolare, in gran parte poi sanata attraverso regolarizzazioni o l’uso improprio del decreto flussi.

Secondo un recente rapporto della Commissione Europea, l’insieme combinato di questi fattori (dislivelli demografici, dislivelli nello sviluppo, caratteristiche nel nostro mercato del lavoro), aggiunto all’allungamento della prospettiva di vita (2,5 anni di aumento ogni decennio), porteranno il numero di immigrati ad aumentare a 12 milioni nei prossimi 50 anni, arrivando al 20% della popolazione complessiva.

In questo senso, l’attuale crisi economica ed i suoi effetti sulla crisi di domanda occupazionale, ha certo effetti a livello immediato, ma nel medio e lungo periodo verranno cancellati dagli atri fattori descritti.

Il mercato del lavoro è già cambiato

La conseguenza di questi mutamenti, in corso da tempo ed accelerati nell’ultimo decennio, è stata una progressiva inesorabile trasformazione nella composizione del mercato del lavoro italiano. Secondo dati Inail, nel periodo 2000 – 2008 le nuove assunzioni nelle imprese private, di tutte le dimensioni, hanno visto il peso dei lavoratori stranieri nuovi assunti passare dall’8,82 al 17,7 % sul totale.

Vi sono, inoltre, settori del mercato del lavoro dove il peso della presenza immigrata (dalla UE e dai Paesi Terzi) è aumentato drammaticamente con punte del 30% in agricoltura e edilizia, mentre in settori come l’assistenza alla persona, oltre l’80% del personale è ormai proveniente da Paesi esteri.

In questi settori, inoltre, la forte presenza straniera – nonché la componente di lavoro nero – ha prodotto estesi fenomeni di dumping sociale con abbassamento delle performances retributive ed in generale compressione dei diritti sindacali. Una situazione che non ha mancato di alimentare sentimenti e comportamenti di insofferenza verso i colleghi stranieri da parte dei lavoratori italiani.

Lo stesso fenomeno di dumping – a livello di società – è a nostro avviso alla base della crescente ondata di comportamenti xenofobi, certo alimentata da campagne politiche e mediatiche. Una situazione che desta preoccupazione per la convivenza civile e che è stata oggetto di attenzione anche da parte delle istituzioni europee ed internazionali.

Per porre rimedio a questa situazione, la strada per noi giusta è quella di una riforma della normativa sull’immigrazione che renda praticabili meccanismi di ingresso regolare e, allo stesso tempo, combatta il lavoro nero e i flussi di immigrazione clandestina.

Anche la materia dei  flussi d’ingresso va ripensata, non per chiudere i canali di immigrazione legale come ha fatto nel 2009 il Governo, ma piuttosto per dosarli e governarli rendendo le procedure per ottenere il primo ingresso più semplice, ma favorendo al contempo quelle professionalità che sembrano mancare nel mercato del lavoro. Un governo vero in materia migratoria infatti potrebbe favorire l’immigrazione qualificata necessaria al mercato del lavoro italiano e, nel contempo, ridurre gli effetti del meccanismo di dumping sociale, fenomeno che si ha quando nello stesso luogo di lavoro operano lavoratori italiani o stranieri regolari e soggetti socialmente fragili e quindi ricattabili e disposti ad una riduzione dei propri diritti, a danno di tutti.

Sindacato ed immigrazione

Un sindacato che non tenga conto di questi cambiamenti profondi nel mercato del lavoro sarebbe destinato ad un inesorabile declino. Questo, non solo perché le nuove affiliazioni avranno sempre di più caratteristica multi-etnica, ma anche perché il non saper governare le spinte al dumping lavorativo e sociale comporta il rischio di una frattura all’interno del mondo del lavoro,  che potrebbe mettere in discussione alla radice i valori di solidarietà e tutela che sono alla base della stessa ragion d’essere del sindacato.

Sul primo aspetto (le nuove affiliazioni) è urgente praticare la regola dell’integrazione in casa nostra e dell’uso della mediazione culturale sindacale. Questo significa avere sempre di più quadri e dirigenti immigrati a livello di azienda di territorio e di categoria.

L’esperienza dell’ITAL nei servizi offerti agli immigrati negli ultimi due anni è stata preziosa nel fornire occasioni per nuove affiliazioni alla UIL e nuovi potenziali quadri – mediatori con cui lavorare per fare arrivare il nostro messaggio all’universo immigrato presente nel nostro paese.

E i risultati sono concreti se oggi possiamo vantare 190 mila iscritti (diretti e di seconda affiliazione).

Per quanto riguarda il secondo aspetto (il dumping sociale), vitale diventa il combattere l’economia sommersa (pull factor dell’immigrazione irregolare) ed una profonda riforma della normativa sull’immigrazione attualmente incapace di far incontrare in modo fluido domanda ed offerta di lavoro immigrato.

In effetti, il lungo periodo di non governo dell’immigrazione ed il diffondersi di imprese etniche, spesso prive di regole e tutele contrattuali, nonché l’estensione del lavoro nero etnico in larghi strati dell’economia (dall’agricoltura, all’edilizia, al commercio e servizi, e a parte dell’industria), ha portato ad un tendenziale abbassamento delle tutele e dei diritti sindacali, con fenomeni crescenti di insofferenza dei lavoratori  italiani che vedono i colleghi immigrati come potenziali portatori di concorrenza sleale nel lavoro come nel godimento dei servizi.

Integrazione nei luoghi di lavoro e nella società

L’integrazione dei nostri concittadini stranieri passa attraverso misure che, nei luoghi di lavoro come nella società, permetta loro di godere condizioni di parità sostanziale di diritti e di doveri con i loro colleghi italiani.

E’ certo giusto il principio che la contrattazione collettiva debba  tutelare allo stesso modo diritti e rivendicazioni dei lavoratori, italiani e non.

Nondimeno, alcune specifiche condizioni dei lavoratori migranti vanno considerate e trattate. Aspetti che vanno dalla lotta alle discriminazioni nei luoghi di lavoro (compreso l’accesso al lavoro), ai percorsi di carriera, ai bisogni specifici espressi da chi ha la famiglia di origine all’estero. Si è già cominciato a trattare in molti contratti di categoria aspetti che riguardano, ad esempio, l’accorpamento delle ferie per permettere il ritorno al Paese d’origine; corsi di formazione in lingua italiana; particolari diete nelle mense legate a costumi o tradizioni religiose, spazio per la preghiera per chi è di fede mussulmana, ecc.

Inoltre la crescita della presenza del lavoro etnico ha assunto in alcune aree del mercato del lavoro dimensioni particolari. Ci sono categorie dove il peso del lavoro etnico ha assunto caratteri macro, come gia accennato,  ad esempio nei settori, agro alimentare, delle costruzioni e del commercio e servizi.

In queste situazioni va posta maggiore attenzione alla necessità di far crescere quadri e dirigenti di origine etnica, a tutti i livelli, anche come canale di maggior comprensione del fenomeno migratorio e delle sue caratteristiche ed esigenze. Molto importanti sono le esperienze già avviate dalla Feneal e dalla UILA che hanno dedicato lo scorso anno maggior impegno nel promuovere la crescita nel nostro sindacato di questi quadri. Va forse considerata la necessità di un coordinamento nazionale tra le categorie ed i territori interessati, come strumento periodico di consultazione, scambio di esperienze e sviluppo di strategie.

A livello di società, molta attenzione va posta al mondo dell’Istruzione che ha visto nel 2008 la presenza di minori stranieri superare quota 600 mila unità, e dove ben poche risorse vengono dedicate dal Governo per formare i docenti ai cambiamenti vorticosi in atto.  La Scuola è il terreno principe di integrazione dei nuovi cittadini e deve permettere ai figli dei cittadini stranieri di formarsi e competere alla pari con i loro coetanei italiani.

Bisogna evitare tentazioni mirate alla separazione di trattamento tra chi è italiano e chi non è e curare maggiormente l’approccio multiculturale, il solo capace di comprendere e gestire equamente questo fenomeno. Questo aspetto è particolarmente importante per i bambini di origine ROM e Sinta, per i quali i servizi di trasporto scolastico – se non corroborati con la mediazione culturale ed una politica di vera accoglienza – non sono risultatati certo sufficienti a promuovere una forma efficace di integrazione.

Più in generale, a livello sociale, va promossa una politica di maggiore disponibilità dei servizi pubblici, contemperando le esigenze spesso preponderanti dei nuovi cittadini, con quelle di una popolazione resa più fragile dalla crisi economica e dipendente dalla disponibilità e dal livello qualitativo dei servizi sociali offerti. Questo proprio per evitare un clima da guerra tra poveri, e l’insorgere di sentimenti di rifiuto da parte della popolazione italiana verso i cittadini nati all’estero.

E’ importante, noi crediamo,  che il Congresso della UIL, a partire dal dibattito nei territori e nelle categorie,  metta al centro il tema immigrazione,  tanto importante per il nostro futuro, dando voce agli iscritti, quadri e dirigenti italiani ed immigrati. L’immigrazione è un tema complesso che non ammette scorciatoie e facili risposte, per questo va dato maggiore spazio all’analisi ed alla ricerca di strategie e strumenti adatti a dare le risposte adeguate, per affrontare i cambiamenti presenti e futuri.

DONNE, LAVORO, SOCIETA’

Il difficile periodo di crisi economica e finanziaria, che ha colpito anche l’Italia, ha avuto ripercussioni amplificate soprattutto sulle donne che, purtroppo, sono tuttora l’anello debole della catena nella società.

La diminuzione del potere di acquisto delle retribuzioni, così come le scelte e gli interventi in materia di occupazione, solidarietà, servizi e sostegno alle famiglie – che si traducono in sostegno alle donne – non hanno avvicinato di un solo passo l’obiettivo del miglioramento delle condizioni di lavoro e  stili di vita di giovani e donne previsto dall’Agenda europea di Lisbona, relegando il nostro Paese nella non invidiabile condizione di “fanalino di coda” dello sviluppo in Europa.

Inoltre, studi e analisi sociologiche ed economiche evidenziano per i prossimi anni (dati EUROSTAT)  la progressiva diminuzione – dovuta all’invecchiamento  della popolazione europea – delle risorse umane disponibile per il Mercato del Lavoro. Infatti la popolazione in età lavorativa (dai 15 ai 65 anni) diminuirà nei prossimi decenni di  48 milioni per cui  il  tasso di dipendenza (il numero di persone anziane di età pari o superiore ai 65 anni rispetto a quelle di età compresa tra i 15 e i 65 anni) dovrebbe raddoppiare per raggiungere il 51%. La conseguenza sarà che nell’Unione Europea si passerà da quattro a due persone in età lavorativa per ogni cittadino di 65 anni o più  e tale fenomeno deve – fin da ora – essere affrontato dal sindacato e dalla società intera nella convinzione che – pena la sua sopravvivenza economica e sociale –  l’Europa, per uscire dalla recessione in atto, non può più fare a meno dell’apporto della diversità e delle competenze di genere.

In questo quadro, può divenire un lusso, che alla lunga non possiamo permetterci, fare a meno dei contributi della cultura femminile, sottovalutata o parzialmente considerata conveniente allo sviluppo di una  società che si presenta sempre più timorosa a fronte di  una crisi economica globale senza precedenti.

Il futuro  prossimo  ci indica percorsi obbligati nei quali milioni di donne e uomini possono insieme costruire una società diversa, più equa nelle ripartizioni dei compiti tra i due sessi, più solidale con chi meno può e meno ha, più attenta agli equilibri ambientali, comprensiva delle diverse culture che si affacciano al mondo occidentale e che chiedono diritto di cittadinanza.

Pari opportunità oggi, per le donne della UIL sono tutto questo: ovvero essere compartecipi, ad ogni livello della società che rinascerà dalla crisi in atto, e attrici vere e consapevoli dello sviluppo non solo del nostro Paese ma della casa comune che è l’Europa, dalla quale deve essere bandita ogni forma  di discriminazione correlata  al genere, alla razza, alla religione o all’etnia.

Le donne ovunque svolgono più del 50% delle attività lavorative ma il loro contributo all’economia e al benessere comune non lascia traccia nelle statistiche ufficiali. Sarà dunque compito dell’azione e impegno della UIL elaborare e promuovere nuovi indicatori di benessere e di crescita che evidenzino, senza ambiguità, l’importanza delle attività di cui sono protagoniste le donne nei processi politici ed economici, formali ed informali, al fine di costruire una proposta partecipata e di genere per la  politica e l’economia.

Temi quali alimentazione,  salute, sicurezza sociale, contrasto ad ogni forma di violenza, istruzione, ambiente, ricerca e innovazione tecnologica, se opportunamente declinati anche al femminile, possono essere il banco di prova per un sindacato dei cittadini, quale è la  UIL, che voglia impegnarsi alla costruzione di uno sviluppo sociale all’interno del quale la sostenibilità dei diritti, la partecipazione e l’empowerment siano le finalità e la guida per i prossimi anni.

DISAGIO ABITATIVO E POLITICHE PER LA CASA

Il disagio abitativo è uno dei temi più discussi degli ultimi anni, non solo perché tocca il cardine del vivere sociale, la funzione di promozione “associativa” della casa ma, soprattutto, perché può rappresentare il sintomo di una precarietà diffusa e stratificata.

L’instabilità nel lavoro si affianca sempre più pesantemente ad una instabilità ed insicurezza del nucleo abitativo: le dinamiche sociali si snodano attorno ad un filo conduttore, “l’incertezza”, che sembra rappresentarne l’unica costante.

La metafora delle sostanze fluide, liquide ed interstiziali aiuta a descrivere la condizione generalizzata di provvisorietà, mutevolezza ed instabilità che caratterizza la quotidianità del tessuto sociale.

Diverse sono le ramificazioni attraverso le quali prende forma questo disagio: da un punto di vista tipicamente sociologico vanno considerate le implicazioni del sovraffollamento nell’abitazione in cui si vive, ma il disagio è sempre più spesso di natura economica.

Rispetto al passato, infatti, oggi il disagio abitativo assume una conformazione più articolata:

una dimensione di tipo strutturale in cui la mancanza di accesso alla casa si accompagna ad una condizione di emarginazione o esclusione sociale (immigrati, lavoratori atipici, precari, lavoratori in cig ecc.). e una dimensione di tipo non strutturale che vede famiglie o persone socialmente integrate con difficoltà nell’accedere al mercato dell’affitto (pensionati, coppie monoreddito ecc.).

In Italia un numero sempre crescente di famiglie ha difficoltà nel pagare l’affitto per l’abitazione, soprattutto nelle grandi città, dove ha raggiunto dei costi elevatissimi: in base ai nostri calcoli, in Italia, una famiglia composta da 4 persone (2 adulti + 2 figli a carico) con un reddito annuo lordo pari a € 36.000, spende mensilmente il 26,4 % del proprio reddito per pagare l’affitto di un appartamento di 70 mq.; sono le grandi città a far registrare i valori più elevati, basti pensare a Roma dove l’incidenza percentuale media sul reddito mensile netto  è del 63,9 %, seguita da Venezia con il 56,7 %, Firenze con il 39,3 %, Milano con il 32,6 % e Bologna con il 31,9 %.

Il peso dei canoni d’affitto ha determinato, come logica conseguenza, un aumento degli sfratti emessi per morosità. Analizzando i dati emerge che le regioni in cui la percentuale degli sfratti per morosità è più elevata sono la Sardegna con il 91%, le Marche e l’Emilia Romagna con l’89%, la Basilicata e il Piemonte con l’88%, la Valle d’Aosta con l’86%, l’Umbria ed il Friuli Venezia Giulia con l’84%.

A fronte di queste dinamiche, le risposte non sempre sono state  adeguate; si delinea, infatti, uno scenario in cui la domanda di abitazioni in affitto, pur crescendo, non trova supporto negli investitori istituzionali.

Gli aiuti alle famiglie per l’affitto risultano essere inadeguati sia dal punto di vista quantitativo che dal punto di vista programmatico; occorrerebbe infatti una politica di spesa costante e crescente nel tempo: basti pensare che dal 2006 al 2008 i fondi di sostegno all’affitto attribuiti dallo Stato alle Regioni (Art. 11 delle Legge 431/98) sono diminuiti del 33,8%, passando da € 310.660.000 a € 205.568.967, inoltre l’offerta di alloggi sociali non è più in grado di dare risposte adeguate ai bisogni delle grandi città.

La stretta finanziaria imposta alle amministrazioni locali ha influito pesantemente sulla politica della casa e della città.

Gli oneri di urbanizzazione sono stati utilizzati, in gran parte, per assicurare il pareggio di bilancio delle amministrazioni locali come anche il contributo corrispondente al costo di costruzione, con il quale si sarebbe dovuto finanziare il risanamento del patrimonio edilizio esistente e degradato, è stato troppo spesso dirottato ad altri scopi.

I provvedimenti presi nel recente accordo siglato tra Enti Locali e Governo sul cosiddetto “Piano per la promozione dell’edilizia”, atti al miglioramento della qualità architettonica e/o energetica degli edifici, alla disciplina degli interventi straordinari  di demolizione e ricostruzione degli edifici, alla semplificazione normativa, hanno tralasciato l’ “housing sociale”: non è stato menzionato, infatti, il sostegno agli affitti, argomento rimandato ad una “futura programmazione”, ed è questa “futura programmazione” che lascia aperte le problematiche in essere, anche in virtù del fatto che “Il diritto all’alloggio”, come sancito dal Comitato Economico e Sociale Europeo nonché dalla Carta dei Diritti dell’Uomo, “è innanzitutto un diritto fondamentale che condiziona l’accesso agli altri diritti fondamentali e a una vita dignitosa”.

“Abitare” ha però un significato molto più ampio che non si esaurisce nella mera disponibilità di un alloggio ma comprende la possibilità di fruire di servizi pubblici, di spazi e occasione di incontro, di iniziative culturali.

Per rendere le persone “abitanti” di una città, occorrono politiche di accoglienza, di inclusione, di partecipazione.

A tal fine , vi è la necessità di coniugare politica della casa e politica del territorio.

La pianificazione territoriale non è un inutile ornamento.

La deregolamentazione urbanistica ha comportato: abitazioni lontane dai posti di lavoro, pendolarismo sempre più intenso, collasso del sistema dei trasporti, disagi nell’organizzazione di vita delle persone con costi aggiuntivi che gravano sulle famiglie.

D’altro canto il recente decreto  varato dal Governo rappresenta un importante passo in avanti nelle politiche di programmazione dell’edilizia residenziale pubblica. Il decreto che dà attuazione al cosiddetto “piano casa”, previsto dall’art. 11 del decreto Legge n. 112 convertito nella Legge 133/2008 e oggetto dell’accordo con le Regioni siglato lo scorso 13 marzo 2009, è stato firmato dopo il parere favorevole della Conferenza Stato- Regioni e Unificata e dal Cipe.

Il Piano, rivolto all’incremento del patrimonio immobiliare ad uso abitativo  attraverso l’offerta di alloggi di edilizia residenziale , con il coinvolgimento di capitali pubblici e privati, prevede la realizzazione di 100.000 alloggi in 5 anni, destinati alle famiglie a basso reddito, giovani coppie, anziani in condizioni sociali svantaggiate, studenti fuori sede, sfrattati, immigrati regolari a basso reddito, residenti da almeno 10 anni in Italia o da 5 nella stessa Regione.

E’ fondamentale, per contenere e superare il forte disagio sociale e il degrado urbano causato anche dai fenomeni di alta tensione abitativa, che le procedure per gli interventi siano effettivamente “snelle” e rapide. Tutto ciò contribuirebbe anche a sostenere un settore, quello delle costruzioni, che rischia di perdere oltre 200.000 addetti.

In sostanza il vero tema è come mettere sul mercato immobiliare un maggior numero di case ad un costo, soprattutto per l’affitto, compatibile con il reddito della maggioranza delle persone. E’ necessario che la virtuosa collaborazione interistituzionale sia rafforzata e finalizzata al raggiungimento di questo obiettivo.

Correzioni della politica nazionale sono quanto mai indispensabili per ripristinare i canali di finanziamento saggiamente previsti negli anni settanta e incautamente soppressi.

In sintesi: meno case sul “libero” mercato, più case accessibili.

LE POLITICHE PER LA SALUTE

Il quadro di riferimento

La spesa sanitaria italiana continua a crescere ed in modo più rapido del PIL. Nel 2010 la forbice tra finanziamento statale e spesa sanitaria rischia di arrivare alla cifra, calcolata dalle regioni, di circa 7 miliardi. Tale differenza comporterebbe per le Regioni una scelta obbligata fra un recupero di efficienza, un aumento delle spese “out of pocket” da parte dei cittadini o un taglio dei servizi. Già oggi gli italiani pagano un gran numero di prestazioni sanitarie, con pesanti ricadute sui budget familiari. Per di più, senza un assetto istituzionale appropriato e un ridimensionamento ben calibrato del modello di compartecipazione, il federalismo rischia di inasprire le differenze già evidenti tra servizi sanitari regionali. Parlare di equità e uniformità in campo sanitario è un’impresa quanto mai ardua. Per quanto riguarda la spesa sanitaria, le Regioni registrano dati fortemente diversificati, che confermano la netta divisione tra il Nord ed il Sud del Paese.

La disparità riguarda anche la specialistica ambulatoriale che non garantisce l’equità a causa di nomenclatori tariffari differenti che causano una diversa incidenza di costi sui pazienti, sia geograficamente sia per fasce d’età.

Il finanziamento della sanità

Il finanziamento della sanità avviene con denaro prevalentemente pubblico, superiore alla media dei Paesi Ocse (nel 2006, 77,2% contro il 73,4%). L’incidenza del finanziamento del SSN italiano sul PIL è aumentata dell’1,7% dal 1982 (4,9%) al 2007 (6,6%) e continua ad aumentare. La sostanziale assenza della sanità integrativa ha fatto registrare nell’ultimo decennio, in tutta l’area OECD, un aumento dell’incidenza della spesa out of pocket sul totale dei consumi delle famiglie.

Stenta a decollare in Italia il mercato delle assicurazioni private: nel 2006 la quota sul totale della spesa privata si stabilizza al 4,1%, restando sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente; la quota sul totale della spesa sanitaria totale si ferma allo 0,9%.

L’assistenza ospedaliera

Tra il 2000 e il 2006 vi è stata una riduzione della dotazione complessiva di posti letto del 10,8% e questo processo ha riguardato soprattutto le strutture di ricovero pubbliche.

Il tasso di ricovero (acuti in regime ordinario) è pari a 140,0 ricoveri per 1.000 abitanti residenti. Anche in termini di (in)appropriatezza dei ricoveri per acuzie risulta evidente una distinzione tra le Regioni meridionali e quelle settentrionali; le prime sono caratterizzate da un indice sintetico di (in)appropriatezza maggiore.

L’assistenza farmaceutica

Il primo aspetto da rilevare è il numero elevatissimo di interventi regolatori volti a contenere la spesa farmaceutica, che dal 1995 al 2001 ha fatto registrare un aumento di spesa farmaceutica totale (pubblica e privata) a valori nominali di quasi il 75%.

L’attività politica pubblica di contenimento dei costi farmaceutici a livello nazionale, diversamente dal passato, non si è limitata ad interventi regolatori sul prezzo del farmaco, ma è intervenuta anche con azioni sulla quantità del venduto. In una logica di tipo federalista anche le Regioni sono a loro volta intervenute e, tutti questi interventi, in misura diversa, hanno fatto registrare una costante diminuzione della spesa farmaceutica territoriale complessiva. Buono è il livello del ricorso ai farmaci equivalenti in tutte le Regioni.

L’assistenza specialistica

Esiste un’evidente correlazione tra spesa specialistica totale pro-capite e PIL pro-capite e tuttavia non si riscontra una correlazione tra la quota di visite totalmente a pagamento e PIL pro-capite. Questo indica che il ricorso a visite specialistiche private non dipende dal reddito del cittadino, ma presumibilmente è una necessità dovuta alle liste di attesa o alla qualità delle prestazioni e dei servizi.

Secondo le stime, la spesa sanitaria specialistica totale è intorno ai 12 mld di euro, imputabile per il 70% circa alle strutture pubbliche e per il resto a quelle private accreditate, nonostante queste ultime costituiscano circa la metà delle strutture totali.

L’assistenza domiciliare

Cresce l’attenzione verso i servizi sociosanitari e i modelli di assistenza domiciliare. Alla elevata variabilità della percentuale di over 65 che ogni Regione prende in carico domiciliarmente, si aggiunge quella dell’intensità assistenziale (quantità di ore annue mediamente erogate per abitante anziano preso in carico), ma senza una significativa correlazione fra le due variabili.

Le priorità per le Politiche della Salute

Il Servizio Sanitario del nostro Paese ha il fondamentale compito di garantire ai cittadini il diritto alla salute. Per svolgerlo, necessita in primo luogo di stabilità e certezze, sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista giuridico e organizzativo.

Più volte la UIL ha sostenuto che non servono ulteriori “riforme sanitarie”, quanto una più stringente applicazione della normativa vigente ed una continua “manutenzione”, a seguito delle modifiche costituzionali intervenute.

Deve iniziare una nuova fase

Ad oggi, dell’ultimo Patto per la Salute, si è attuata la parte relativa al finanziamento triennale del SSN e agli equilibri di bilancio, in modo particolare i cosiddetti piani di rientro per le regioni con forti disavanzi. Molto è ancora da fare per risolvere il problema delle lunghe liste di attesa e per favorire la riorganizzazione del sistema, in funzione di una maggiore appropriatezza.

Su questi due problemi è ora che si avvii il confronto anche con il Sindacato, per raggiungere risultati concreti. Non è più pensabile che si operi senza aver prima individuato strumenti “condivisi” di programmazione in grado di garantire l’uniformità dell’applicazione dei Lea, valorizzando anche l’autonomia regionale, intesa come un valore aggiunto del diritto alla salute. È fondamentale inoltre, dare certezza e stabilità al finanziamento in modo che la spesa sanitaria diventi un volano dello sviluppo e dell’investimento nel capitale umano e professionale. La qualità della spesa sanitaria può contribuire alla competitività del paese in quanto investimento “strategico”.

Certezza delle risorse

Per il periodo 2010-11, le norme di finanza pubblica prevedono maggiori risparmi che, per effetto delle vigenti Intese, graveranno interamente sulle Regioni. In questo modo il differenziale fra spesa attesa e finanziamento e quindi l’entità delle manovre regionali per raggiungere l’equilibrio di bilancio è destinato ad aumentare ed è suscettibile di coinvolgere negativamente i futuri Lea.

Molte preoccupazioni destano poi le previsioni relative al Patto di stabilità interno a carico delle regioni e degli enti locali, che potrebbe avere conseguenze negative sui servizi sociali e sanitari e le norme sulla contrattazione integrativa, da adottarsi con Intesa Stato Regioni, che sembrano essere fortemente invasive della sfera contrattuale.

All’epoca, giudicammo positivamente l’Accordo del 1 ottobre 2008 tra Governo e Conferenza delle Regioni che prevedeva una revisione della manovra finanziaria. L’accordo, infatti, recitava: “Avviare fin da subito il tavolo per la definizione del nuovo Patto per la Salute 2010-2012. Tale Patto dovrà stabilire le regole e i fabbisogni condivisi, nel rispetto dei vincoli generali previsti dal Patto Europeo di Stabilità e Crescita, considerando che le Regioni valutano sottostimato il fabbisogno 2010-2011”. Oggi, possiamo affermare che nulla di quanto previsto si è ancora realizzato.

Le richieste

Per questo noi chiediamo che tutte le future Intese Stato-Regioni, oltre a puntare verso una maggiore responsabilità di queste ultime, prevedano che l’eventuale divario fra di esse non sia coperto solo facendo ricorso alla leva fiscale (che grava su cittadini e imprese) o a risorse di bilancio extrasanitarie (in alcune regioni spostate da capitoli decisivi per lo sviluppo) ma derivi da idonee economie di scala regionali. In sintesi, diciamo basta a manovre di riduzione indiscriminata dei costi, anziché ad interventi selettivi sulle cause strutturali dei disavanzi. E, poiché, vi è un nesso strettissimo fra disavanzi e “disorganizzazione” dell’offerta, segnalata da diversi indicatori sullo stato dei servizi sanitari regionali, quali: elevati indici di inappropriatezza (vedi le relazioni ufficiali sul monitoraggio del Ssn); squilibrio nel profilo erogativo dei Lea (“troppo ospedale poco territorio”, poca integrazione fra sociale e sanitario); mancata regolazione delle strutture accreditate (spesa “svincolata” dalla programmazione pubblica); dobbiamo impegnarci per un vero risanamento che passi attraverso una profonda riorganizzazione dei servizi sanitari regionali, per garantire i livelli di assistenza ai cittadini, in vista delle grandi trasformazioni della domanda di salute e di cure, dovute alla prossima transizione demografica ed epidemiologica.

Imprescindibile poi appare raggiungere una “effettiva esigibilità” delle prestazioni comprese nei Lea su tutto il territorio nazionale, poiché ci troviamo ancora di fronte ad una situazione molto differenziata tra le Regioni. Per questo, al Tavolo di verifica Stato Regioni oltre al doveroso controllo sulle performance economico finanziarie regionali, andrebbero individuati strumenti di garanzia dei Lea, nel rispetto dei diritti e della partecipazione dei cittadini.

Era stato lo stesso Patto per la Salute ad indicare per i Lea, un set di indicatori e di costi standard, utilizzando le migliori pratiche riscontrabili nel Servizio sanitario nazionale (una sorta di benchmark) per definire adempimenti più stringenti, a carico delle regioni, capaci di misurare l’appropriatezza del loro profilo erogativo, definendo un sistema equilibrato di vincoli, incentivi e sanzioni, fino al commissariamento della regione inadempiente. Tale sistema è di là da venire, ma è l’unico in grado di rilanciarne l’essenzialità e la non derogabilità poiché la salute pubblica è un bene di tutti e come tale va tutelata.

SALUTE E SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO

Non ci si deve accontentare dei seppur lievi miglioramenti che si registrano nel campo della salute e sicurezza dei lavoratori per la diminuzione dei livelli di incidentalità e di morti sul lavoro.

Il trend positivo che si registra nei dati annuali non deve fare abbassare la guardia, come se si tratti di un problema ormai in via di soluzione; le disposizioni legislative, il decreto 81/08, il cosiddetto Testo Unico, sono state soggette ad un processo di revisione (che ci ha visto in prima linea per salvaguardare gli elementi positivi che caratterizzano la nuova normativa) e sono ancora in buona parte inattuate.

Ma c’è una diversa, più consapevole percezione collettiva del problema, l’opinione pubblica mostra oggi maggiore sensibilità di fronte ad un tema che è uscito dall’anonimato e che non può non colpire per la sua evidenza e talvolta per la sua drammaticità.

Crediamo sia positiva questa attenzione al fenomeno e che possa contribuire a creare quel clima generale nelle imprese per cui la tutela della salute e della sicurezza venga vista come un valore importante da perseguire in ogni momento della vita lavorativa.

Non bisogna mollare ed occorre proseguire l’iniziativa, anche mediatica, continuando a porre questo tema alla attenzione pubblica, valorizzando tutti gli interventi, primo tra tutti quello del Presidente della Repubblica, che hanno fortemente spinto su questo tema.

Ma è soprattutto importante attuare le nuove misure che sono state finalmente consolidate dal Correttivo che ha assestato il Testo unico e che sole possono dare concretezza di comportamenti e di tutele, impedendo che si traduca in un nulla di fatto il sentimento generale che ha portato alla definizione della nuova normativa.

Alcuni punti, nell’ambito delle linee da percorrere, ci paiono particolarmente importanti e devono essere valorizzati e perseguiti nella iniziativa della UIL.

Estendere, garantire e supportare la rappresentanza

Secondo le disposizioni della legislazione comunitaria “I datori di lavoro consultano i lavoratori e/o i loro rappresentanti e permettono la partecipazione dei lavoratori e/o dei loro rappresentanti in tutte le questioni che riguardano la sicurezza e la protezione della salute durante il lavoro”.[2].

Il legislatore comunitario considera il diritto di “rappresentanza specifica in materia di salute e sicurezza” come uno dei fondamentali diritti di tutela e chiede agli Stati membri di garantirne a tutti i lavoratori/lavoratrici l’esigibilità. Non tutti i lavoratori/lavoratrici, oggi in Italia, possono godere di questo diritto se consideriamo che di fatto, anche dopo l’emanazione del D.Lgs.626/94, non esisteva alcun obbligo per il datore di lavoro di garantire la presenza di un Rls o di un Rlst, e sappiamo che nelle piccole e medie imprese tali figure sono generalmente assenti.

Per questo, in tutto il percorso per la definizione della nuova normativa, abbiamo fatto proposte affinché si avviasse un meccanismo di emersione delle aziende che dalla fine degli anni ’90 ad oggi hanno in realtà non promosso e spesso ostacolato la rappresentanza in materia di salute e sicurezza. Abbiamo proposto l’obbligo per ciascun datore di lavoro di comunicare all’Inail annualmente il nominativo del Rls e, in caso di assenza del Rls aziendale, di contribuire con un versamento pari a 2 ore lavorative al Fondo che finanzierà l’istituzione, generalizzata a tutti i settori, del Rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza Territoriale e la sua formazione. Facendo salvi ovviamente gli accordi migliorativi o di pari livello e rinviando alla contrattazione la definizione delle modalità di esercizio del ruolo da parte degli Rlst e, in carenza di accordi, ad un Decreto ministeriale che definirà anche la gestione del Fondo.

L’obiettivo resta in sostanza che non possa esserci luogo di lavoro senza rappresentanza in materia di salute e sicurezza, dove non assicurata dall’Rls interviene la funzione dell’Rlst, predisponendo le risorse necessarie per la sua concreta attuazione.

Tale previsione legislativa, tra mille contraddizioni, sta già dando i suoi frutti: aumentano gli Rls, si sollecitano accordi per la individuazione di Rlst.

Abbiamo difeso e sostenuto il mantenimento del “meccanismo di emersione” e la generalizzazione della presenza di Rls e Rlst anche nella recente fase di discussione del Decreto correttivo e, accogliendo l’invito del Ministro del Lavoro, abbiamo partecipato alla elaborazione di un Avviso comune in merito. Siamo quindi convinti che, consolidato il quadro normativo, una nuova fase di impegni attenda il sindacato, ed in particolare la UIL, nella gestione di tutti gli aspetti attuativi, ormai non più rinviabili, delle disposizioni relative sia alla rappresentanza che alla pariteticità.

Questa figura del Rls, considerata spesso con compiti residuali nel quadro del talvolta debole sistema di prevenzione aziendale, sta assumendo un rilievo nuovo, anche se indotto più dagli obblighi previsti dalla legislazione che da una coscienza piena del contributo che, nell’esercizio del proprio ruolo di tramite dei lavoratori, il Rls può dare all’efficienza del sistema di prevenzione aziendale.

Il Rls costituisce un attore importante e insostituibile nella funzione di rappresentanza del Sindacato, coprendo temi, quelli della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, fondamentali per la vita di tutti i lavoratori e le lavoratrici; va quindi potenziata al massimo l’inclusione di tali figure nella strategia, nelle linee e nell’organizzazione dell’UIL. In questo senso ci pare positivo riconfermare e attuare la scelta che li vede collocati all’interno delle RSU aziendali, valorizzando da un lato le tutele e il coinvolgimento nelle linee da perseguire a livello aziendale, ma allo stesso tempo ponendo i temi di salute e sicurezza all’interno delle scelte di rivendicazione aziendale, in particolare per le connessioni con l’organizzazione del lavoro.

Cresce d’altronde contemporaneamente la domanda di formazione dei Rls e la richiesta di supporto sindacale che, sin dall’entrata in vigore del D.Lgs. 626/94, sono questioni centrali dibattute nel sindacato confederale, nelle categorie, a livello nazionale e territoriale. Pertanto riteniamo che l’impegno della Uil su questi temi debba essere finalizzato a:

v     promuovere e realizzare formazione aggiuntiva dei Rls/Rlst in particolare sui temi della valutazione del rischio (fornendo strumenti per migliorare nei posti di lavoro le metodologie di analisi degli infortuni e l’emersione delle malattie professionali), per la valorizzazione delle procedure di partecipazione, per l’adozione di sistemi di gestione della sicurezza (Sgsl); va potenziata, attraverso specifiche iniziative di promozione e di formazione, la funzione dei territori e delle categorie per acquisire competenze per contribuire alla definizione di piani formativi aziendali e territoriali (D.Lgs.81/08 art. 35) coerenti con i reali bisogni formativi dei lavoratori e delle figure del sistema di prevenzione aziendale;

v     Promuovere la costituzione dei Coordinamenti nazionali/territoriali/confederali e/o di categoria di Rls e Rlst – quale strumento per sensibilizzare Rls/Rlst nel loro ruolo, per il coordinamento delle loro iniziative, quale momento di aggiornamento continuo sulla legislazione e di confronto sulle pratiche quotidiane – con l’obiettivo di produrre proposte e realizzare azioni di prevenzione coerenti con le impostazioni in materia di salute sicurezza nazionali.

Razionalizzare l’assetto istituzionale

Perché l’azione di Rls e Rlst e del sindacato sia davvero efficace riteniamo che l’impegno della Uil debba ancora fortemente indirizzarsi verso la razionalizzazione dell’assetto istituzionale così come definita dal D.Lgs.81/2008 e non ancora pienamente attuata, per la realizzazione di un efficiente coordinamento nazionale delle istituzioni competenti e per la definizione di una politica nazionale in grado di coinvolgere ed impegnare sia le istituzioni nazionali e territoriali che le parti sociali su priorità individuate nell’ambito di un “Patto condiviso”: aspetti che da sempre sono mancati e che sono, ancora oggi, carenti nel Paese. In particolare è prioritario l’impegno per la costituzione del Comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento delle attività di vigilanza in materia di salute e sicurezza sul lavoro, e per la piena e attiva partecipazione della Uil nella Commissione consultiva nazionale e nei Comitati regionali di coordinamento.

Analogamente riteniamo fondamentale l’impegno della UIL per la piena realizzazione del Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione nei Luoghi di Lavoro (Sinp) e per il coinvolgimento delle parti sociali negli strumenti che lo costituiscono affinché le informazioni/conoscenze attualmente in possesso dei soggetti istituzionali, quali gli Enti che partecipano alla costruzione del Sinp, possano essere trasferite anche ai fruitori finali che per noi sono le articolazioni territoriali e di categoria della Uil, gli/le Rls/Rlst.  L’utilizzo delle informazioni disponibili permette infatti di conoscere quantitativamente e qualitativamente meglio il fenomeno infortunistico e tecnopatico, a livello nazionale e locale, e di programmare le attività di prevenzione.

Mentre per quanto riguarda l’assetto organizzativo e produttivo dei Servizi delle ASL, demandati alla prevenzione nei luoghi di lavoro e all’applicazione ed erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) nell’ambito specifico, pur avendo il Patto per la tutela della salute e la prevenzione nei luoghi di Lavoro (Dpcm 17 dicembre  2007), definito nella scorsa legislatura, l’obiettivo generale di garantire una maggiore omogeneità alle attività di controllo e vigilanza sul territorio nazionale attuate dai Servizi prevenzione delle Asl (per raggiungere standard minimi di copertura, su tutto il territorio, definiti a livello  nazionale), siamo consapevoli della necessità di un coraggioso e innovativo intervento di razionalizzazione che determini la valorizzazione ed il coordinamento dell’esistente (in particolare Ispettorato del lavoro e Ispettori Asl) in un contesto condiviso che implica tuttavia anche l’aumento complessivo degli organici.

Promuovere e valorizzare il ruolo della pariteticità

Le caratteristiche del nostro tessuto produttivo (97% imprese con meno di dieci dipendenti) e l’incremento per frequenza e gravità dei rischi nelle microimprese (l’85% degli infortuni mortali avviene in imprese con meno di 50 dipendenti: il 60% in imprese da 1 a 9, il 25% in PMI da 10 a 49)[3] da sempre tuttavia ci ha indotto a considerare come questa dimensione di impresa abbia  bisogno di supporto, sia sotto l’aspetto tecnico per la valutazione e gestione dei rischi che per la formazione. La scelta fatta dalle parti di dotarsi di strutture paritetiche specifiche (Organismi paritetici di cui all’art. 51 del D.Lgs.81/2008) è sicuramente vincente se queste dotandosi di “personale con specifiche competenze tecniche in materia di salute e sicurezza sul lavoro” (come recita l’art. 51 del D.Lgs.81/2008), sono in grado di svolgere quel significativo ruolo di supporto evidenziato da esperienze di categoria (edilizia) e di settore (artigianato).

La pariteticità specifica nel campo della salute e sicurezza del lavoro, qualificata e strutturata, può rappresentare una vera risorsa, sotto l’aspetto fondamentale della prevenzione, per definire ed incoraggiare buone prassi, per accrescere la qualificazione, per indirizzare al meglio le attività di formazione, per fornire affiancamento e supporto, per creare in sostanza un quadro virtuoso per la migliore tutela dei lavoratori ed andrà complessivamente strutturata per renderla la più estesa ed ampia nei compiti, nei diversi territori e per le diverse realtà.

UNA NUOVA CONOSCENZA PER UNA CULTURA DELL’INNOVAZIONE

Più attenzione e più spazio alla “produzione di nuova conoscenza”

Nella nostra idea di moderno riformismo e di nuova confederalità deve trovare ancora più spazio il mondo della conoscenza e dei saperi.

Ciò deve avvenire, a maggior ragione, con riferimento a quell’area fondamentale della ricerca, della scienza, dell’alta formazione universitaria ed artistica, ci è demandato istituzionalmente il compito di “produrre nuova conoscenza”.

Questo segmento è, infatti, il più idoneo ad indurre “cultura dell’innovazione”, soprattutto tecnologica, in tutti i campi e, per questa via, a favorire lo sviluppo e la modernizzazione dell’economia, della società e della organizzazione dei servizi pubblici.

La stessa “idea forte” che ha guidato in questi anni di negativa congiuntura economica la spinta rivendicativa della UIL, fondata sull’incremento della domanda interna, non può essere messa in contrapposizione con una strategia di medio e lungo termine che crei, proprio attraverso la qualificazione della risorsa umana, la fissazione di grandi obiettivi strategici e l’elevazione tecnologica delle nostre produzioni, le condizioni per un’Italia nuovamente competitiva nei contesti internazionali.

La politica della UIL per questi settori deve essere, oggi, ulteriormente potenziata ed orientata verso tre obiettivi prioritari:

– favorire una maggiore incidenza della cultura scientifica e dell’innovazione nelle strategie economico-sociale del sindacato (anche con riferimento alla necessaria rivitalizzazione del mercato del lavoro nei segmenti dell’alta qualificazione);

– rafforzare il dialogo tra sindacato e comunità scientifica (ricercatori, docenza, personale tecnico-amministrativo);

– individuare strumenti ed iniziative, anche confederali, per trasferire e sviluppare nella sempre più decisiva dimensione regionale e territoriale le potenzialità di queste tematiche.

La nuova “governance” del sistema  Università – Ricerca – Innovazione

Dopo che gli interventi del governo Prodi, ed ancor più quelli dell’attuale governo, hanno contributo a drenarne risorse, precarizzarne il rapporto di lavoro, irrigidirne e burocratizzarne controlli e procedure – non a caso contro questi provvedimenti la UILPA – Università e Ricerca ha reagito con gli scioperi generali del novembre 2007 e del dicembre 2008 – il sistema si trova oggi di fronte a due importanti appuntamenti legislativi che ne determineranno i futuri ulteriori assetti:

–         la reiterazione della delega alla riforma degli Enti Pubblici di Ricerca;

–         gli annunciati provvedimenti riguardanti la nuova “governante” del sistema universitario.

Su ambedue questi versanti è indispensabile dare il necessario sostegno confederale alle posizioni ed alle rivendicazioni del settore.

Quest’ultimo ha, infatti, bisogno del rafforzamento che deriva dal necessario inquadramento in una piattaforma rivendicativa confederale ed in una cornice istituzionale ed economico-sociale complessiva.

Sul fronte “ricerca” il mondo imprenditoriale – in particolare Confindustria – non può essere lasciato solo nella rivendicazione di una nuova “governance”.

Gli assetti a suo tempo determinati dal DL. 204/1998 non sembrano essere in grado di garantire il coordinamento vero del sistema e, dunque, la efficiente ed efficace allocazione delle risorse.

Come UIL, siamo stati i primi, nel sindacato, a suggerire una più forte necessità di intervento dei vertici del Governo (Presidenza del Consiglio) e dello stesso Parlamento come gli unici livelli capaci di garantire quel coordinamento e quella finalizzazione strategica degli interventi su, ristretti e prioritari obiettivi scientifici, tecnologici e formativi.

Occorre, altresì, rafforzare le sinergie pubblico-privato a cominciare dal territorio; provvedere ad una governance specifica del sistema “innovazione”, sostenendo l’indipendenza della funzione di “agenzia”; raccordando meglio ricerca-innovazione tecnologica e cultura dell’innovazione organizzativa; potenziando, anche con un diverso concorso del settore creditizio, l’azione di trasferimento tecnologico e di trasformazione delle nuove idee in nuove produzioni e servizi.

Per la UIL non è ulteriormente rinviabile un confronto con il Governo mirato a:

–         favorire un maggiore coordinamento generale del sistema-ricerca, allargando le regole anche agli Enti di ricerca dell’area ambientale, socio-sanitaria, ed energetica;

–         aumentare la disponibilità di risorse finanziarie ed umane (la risorsa umana è oggi ancora sottodimensionata rispetto ai sistemi esterni di riferimento);

–         omogeneizzare, ed ulteriormente sviluppare e qualificare, le regole del trattamento del personale ricercatore.

La riforma del sistema universitario è un appuntamento da non rinviare, ma anche da affrontare con quella concretezza e quel senso di equilibrio che sembrano ancora mancare sia negli annunci sia nei provvedimenti concreti del Ministro e del Governo.

Se non si attua una riforma profonda si mettono a forte rischio: la natura pubblica del sistema; la permanenza del valore legale del titolo di studio; il rafforzamento del sostegno finanziario agli atenei; la piena realizzazione del diritto allo studio per una vera mobilità sociale propria di un sistema che favorisca gli accessi e la prosecuzione degli studi dei nostri giovani, indipendentemente dalle loro condizioni economiche.

La UIL è aperta e disponibile al confronto su un provvedimento di riassetto generale del sistema ma non nasconde la sua preoccupazione ed il suo scetticismo per un intervento “quadro” che rischia di essere poco incisivo, di avere tempi troppo lunghi, di essere fin troppo esposto al rischio di “svuotamento” ed “impantanamento” da parte delle “lobbies accademiche”.

Non a caso le nostre strutture di categoria avevano suggerito al Ministro ed ai suoi collaboratori di percorrere la strada, certamente più sicura ed incisiva, dell’inserimento di puntuali norme correttive in sede di conversione del DL 180/2008: un massimo di due mandati per la eleggibilità dei rettori universitari; l’obbligo di pubblicazione dei curricula dei candidati nei concorsi per la docenza; la correzione delle incongruenze ed iniquità normative che hanno favorito taglieggiamenti indiscriminati e che impediscono di assumere i ricercatori già vincitori di concorso nei diversi atenei.

Irrinunciabile è la difesa della natura pubblica dell’Università, del suo ruolo sociale, della sua natura cooperativa e partecipativa, della autonomia dei suoi ordinamenti fissata nella Costituzione e nella L. 168/89.

Mentre sono inaccettabili i tagli operati nei finanziamenti, si impongono il ripensamento e la rimodulazione delle regole di distribuzione delle dotazioni ordinarie nella direzione di una esaltazione di nuova qualità della didattica e della ricerca e non di obiettivi “produttivistici” che stanno trasformando i nostri atenei in “esamifici”. In questa complessa operazione si dovrà tener conto dei necessari equilibri tra atenei, territori, discipline scientifico-tecnologiche e discipline umanistiche.

Punto per noi irrinunciabile è la riaffermazione della unità della funzione docente.

La ricerca della qualità a questo livello deve integrarsi positivamente con l’urgenza di dare concreta ed immediata prospettiva di inserimento, a pieno titolo, a quei ricercatori immessi in ruolo ad esaurimento e di favorire una consistente immissione di energie giovani e qualificate per riequilibrare le uscite previste nei prossimi anni.

Nodale e cruciale è il ripensamento del sistema dei diritti-doveri, degli accessi e dell’avanzamento di carriera. Docenza unitaria nelle sue funzioni, dicevamo sopra, ed organizzata in livelli o fasce di retribuzione. Progressioni di carriera e dinamica retributiva sempre più legate alla valutazione autonoma e periodica dell’attività scientifica, didattica ed istituzionale. Il processo di riassetto della “governance” e di riforma della docenza deve essere teso a valorizzare ed esaltare il ruolo e la funzione del personale tecnico amministrativo e non deprimerli. Occorrerà intervenire normativamente per riregolare il ruolo e la collocazione delle Facoltà di Medicina, il rapporto tra quest’ultime il sistema universitario ed il Servizio Sanitario Nazionale, al fine di garantire stato giuridico e compiti istituzionali dei lavoratori dell’Università.

Un grande sforzo, infine, va prodotto per rinnovare una normativa sul diritto allo studio, oramai vecchia, e che non riesce pienamente a favorire gli studenti idonei, in base ai previsti parametri costituzionali di merito e di reddito.

Per l’AFAM occorre uno sforzo di valorizzazione istituzionale di questa importante “area” del nostro sistema di alta formazione e cultura.

Si impone, al riguardo, il rafforzamento della spinta sul MIUR e sul Parlamento, per il sostegno a provvedimenti normativi e legislativi che favoriscano il completamento positivo del sistema AFAM (anche per dare, in particolare, certezze e migliore funzionamento alle Accademie ed ai Conservatori ) ed introducano sistemi di reclutamento che permettano la valorizzazione delle risorse umane e culturali esistenti.

Gli effetti della legislazione prodotta con le manovre finanziarie e, ancor più, la ridefinizione, in base alla L. 15/2009, del nuovo sistema di relazioni sindacali nel pubblico impiego renderanno ora sicuramente più angusti gli spazi della negoziazione, creando sicure difficoltà nella ulteriore valorizzazione della contrattazione integrativa, e, soprattutto, rendendo più ardua la difesa, a questo livello, dell’autonomia e della specificità dei settori della conoscenza e dell’alta formazione.

E’ necessario, perciò, che anche l’azione confederale contribuisca in maniera forte e decisa alla riaffermazione, altrimenti difficile, di ordinamenti e di un’organizzazione del lavoro degli atenei, dei laboratori di ricerca, degli istituti di alta formazione artistica non regolamentabili secondo logiche massificanti proprie di una generica “funzione pubblica”, bensì nel rispetto pieno delle tutele di specificità previste dalla Costituzione e dalla legislazione ordinaria che da essa emana.


[1] Il Capitale, volume III

 

[2] Direttiva 89/391/Ce, Art.11

[3] Fonte: Sistema di sorveglianza infortuni mortali 2003-2005

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